Un gradito ospite Bimboalieno su: Fondazioni: buone, brutte o cattive?

3 giugno 2013

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COSA PENSO IO

Caro Bimboalieno

di poche cose sono certo in ambito economico come del fatto che la presenza delle Fondazioni nella proprietà delle banche sia l’ultimo dei problemi della nostra economia. E’ una convinzione che ogni giorno diventa più solida. Adesso ti spiego perché cercando di anticipare alcune delle tue obiezioni.

La prima accusa che si rivolge alle Fondazioni bancarie è quella di non agevolare la ricapitalizzazione delle banche perché non hanno soldi e, anzi, sono affamate di soldi da distribuire in opere così da aumentare il potere dei suoi organi dirigenti, spesso scelti dalla politica locale, sul territorio. Teoricamente questo ragionamento non fa una piega. Ma se dalla teoria si scende nel concreto, storicamente, questo, non è successo. Le Fondazioni bancarie italiane sono 89. La maggior parte di queste non contano assolutamente nulla nella banca della quale sono azioniste perché, in seguito alle varie leggi di riforma del sistema, hanno ceduto la maggioranza delle azioni in loro possesso ai “poli bancari aggreganti” (sostanzialmente Unicredit e Banca Intesa). Possiamo discutere sui clamorosi sconti fiscali che la legge Ciampi ha accordato loro per vendere le quote, ma resta il fatto che lo hanno fatto. A grandi linee dopo la legge Ciampi del 1998 a livello locale, le Fondazioni che hanno continuato ad avere un ruolo nelle banche sono pochissime. A livello nazionale stiamo perciò parlando di tre enti: Fondazione Mps, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo. Già sostenere che la politica bancaria è “frenata” dalla presenza di questi tre enti è illogico. Ma andiamo avanti. La prima cosa da notare riguarda la Fondazione Mps. Faccio notare che nel recente scandalo che ha coinvolto la banca Mps, la Fondazione Mps non è mai stata accusata di nulla. I magistrati non le hanno addebitato nessuna colpa. Ma noi non siamo magistrati e le uniche colpe che possiamo addebitare alla Fondazione non sono di tipo penale. In questo senso la colpa che io addebito alla Fondazione è quella di aver assecondato in modo servile i desiderata non tanto della politica ma dei manager della banca indebitandosi al di là del bene e del male per sostenere le manie di grandezza (Antonveneta) dei manager, ora inquisiti. Cioè: la colpa che io addebito è quella di non aver fatto l’azionista, non quella di averlo fatto troppo.

Si dirà che la Fondazione ha, nel tempo, impedito la privatizzazione (termine ambiguo in questo caso, ma lo utilizziamo dando per scontato che ci capiamo) del Monte. Vero, e il motivo della mancata privatizzazione è uno solo: la Fondazione, i cui membri sono nominati dalla politica locale, vuole mantenere il controllo sui dividendi della banca e, con la scusa di volerne preservare la “stabilità”, continuare a trasferire risorse dalla Spa al territorio. Dal mio punto di vista questo è un classico caso nel quale i vizi privati si trasformano in pubbliche virtù. Le banche non sono, infatti “aziende come le altre che devono fare profitto”. Ricordo come fosse ieri un manager bancario che mi ripeteva questo mantra. Poi è finito in galera per insider trading. Scusa la digressione.

La Merkel, per esempio, ha capito benissimo che le banche sono “diverse”: ha investito qualcosa come 14,3 miliardi per la Commerzbank diventandone azionista di maggioranza (parzialmente resituiti) più un’altra manciata di miliardi per salvare le Casse di Risparmio tedesche. Significa che le banche non sono “aziende come le altre”; sono aziende senza le quali le aziende “vere” non esisterebbero nemmeno. Quindi è un bene che non falliscano ed è un bene che lo Stato le salvi, ed è ancora meglio che lo Stato ne diventi azionista esattamente come ha fatto la Merkel con Commerzbank. Ovviamente tutto questo con paletti rigorosi in ordine: eventuale punizione dei manager che hanno portato sull’orlo del burrone degli istituti bancari; il salvataggio deve essere temporaneo; l’eventuale statalizzazione sia finalizzata a rimettere sul mercato il prima possibile l’istituto nazionalizzato. Esattamente ciò che è accaduto con Commerzbank

Veniamo alle altre due Fondazioni: Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo. Sono rispettivamente la prima e la seconda azionista di Banca Intesa, banca che è nata dall’aggregazione di una decina di banche territoriali tutte, e ripeto: tutte, cedute al polo aggregante in seguito alla vendita delle azioni da parte delle Fondazioni (il caso che ho seguito abbastanza da vicino per motivi affettivi è quello della Cassa di Riusparmio di Forlì). Quindi, storicamente, non è vero che le Fondazioni hanno impedito l’aggregazione tra banche. Questo è un punto fondamentale che smonta la principale delle critiche che alle Fondazioni vengono solitamente rivolte. Avessi un po’ più di tempo a disposizione ti potrei dimostrare che sono, invece, le banche non controllate da Fondazioni quelle che hanno avuto più refrattarietà alla politica di aggregazione (ammesso e non concesso che un’economia fatta al 92% da piccole e medie imprese i grandi poli bancari siano più utili di una rete di numerose banche locali, ma questo è un altro discorso).

L’azionariato odierno di Banca Intesa vede le Fondazioni delle banche aggregate possedere un totale di circa il 25% delle quote. Generali ha un altro 2,7% e il fondo Harbor il 2,1 mentre sul mercato c’è il restante 70% circa. A prima vista le Fondazioni sono il soci di maggioranza relativa, capaci di imporre qualsiasi loro decisione alla banca presieduta da Bazoli. Ma Intesa ha un sistema di gestione duale: nel Consiglio di sorveglianza ci sono i soci (tra cui le Fondazioni) e in quello di gestione ci sono i manager. E chi sono questi manager? Sono praticamente tutti espressione del management compreso Cucchiani, amministratore delegato che viene dall’esterno. Scelto dalle Fondazioni? Certamente, scelto dalle Fondazioni che, visto che sono azioniste, hanno esercitato il loro potere (e, a differenza di Mps non si sono fatte imporre dall’esterno il manager che poi ha provocato il disastro). Ma così, mi dirai, si perpetua il legame incestuoso tra azionisti e manager. E che cosa avrebbero dovuto fare le Fondazioni? Delegare a un head hunter la scelta del loro amministratore delegato rinunciando non solo alle loro prerogative ma anche alle professionalità cresciute in banca? Peraltro, anche Banca Intesa, la banca controllata dalle Fondazioni, sia peggio gestita di una banca non controllata dalle Fondazioni è tutto da dimostrare. Ad esempio: Unicredit. E’ Unicredit che ha un contenzioso fiscale per i famosi Brontos, non Intesa. Ed è Unicredit che ha liquidato il suo maneger con 42 milioni di euro, non Intesa. E’ Unicredit che ha realizzato un triplete di aumenti di capitale per un totale (correggimi se sbaglio) una decina di miliardi per investimenti “rischiosi” (diciamo). Sono certo che sarai d’accordo se dico che la distinzione tra le banche non è tra quelle controllate dalle Fondazioni e quelle non controllate da Fondazioni, ma tra quelle buone e quelle cattive. Beh, se è così, la realtà parla chiaro.

Per concludere: la critica al controllo da parte delle Fondazioni delle banche commerciali è incentrato soprattutto su questioni teoriche la principale della quale è che le Fondazioni non sono interessate alla redditività dell’investimento. Ma se le banche non sono redditizie non è per colpa delle Fondazioni, ma del tessuto economico nel quale si trovano ad operare. Le Fondazioni, che come ho detto sono state quelle che hanno agevolato l’aggregazione tra banche, c’entrano poco. Mi sembra un dibattito accademico portato avanti da chi vorrebbe “omogeneizzare il sistema bancario. Farlo diventare tutto uguale che seguano gli stessi criteri, ad esempio, di erogazione del credito, come Basilea3 impone. Ma questa è tutta un’altra storia.

COSA PENSA BIMBOALIENO 

La Commissione UE, la settimana scorsa, ha indicato -tra le varie riforme suggerite all’Italia per il rilancio- il nodo della governance delle banche, con particolare riferimento alle Fondazioni bancarie.

Le Fondazioni sono enti no-profit (senza fini di lucro) che utilizzano i dividendi che ricevono dalle loro partecipazioni azionarie in attività atte a stimolare attività culturali, valori collettivi e finalità di utilità generale.
Insomma, hanno tutta l’aria di essere la parte “buona” del settore bancario. Ma il tema, più che la finalità delle loro attività, è quello della governance, dove stando nella metafora western viene da pensare…

“Quando una banca con degli azionisti normali incontra una banca con azioniste le Fondazioni…”

Per governance si intendono quei meccanismi che regolano la composizione di un consiglio di amministrazione. Prendiamo il caso di Unicredit, dove le Fondazioni Cassa di Risparmio di Verona, Fondazione Carimonte e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino figurano tra i principali azionisti (insieme al fondo sovrano libico). E’ evidente come l’influenza delle Fondazioni nella scelta dei componenti di amministrazione risulti notevole (secondo il vecchio adagio illustrato da Enrico Cuccia: “i voti non si contano, ma si pesano”). Lo stesso discorso può essere esteso a Banca Intesa, dove la Compagnia SanPaolo, la Fondazione CaRiPLo, la Fondazione CaRiParma, Ente CaRiFirenze, Fondazione CaRisBo occupano i primi 5 posti della lista degli azionisti. Mi trattengo, per pudore, dal citare il caso del Monte dei Paschi, ça va sans dire.

Intervistato dal quotidiano LaStampa il presidente del consiglio di gestione di banca IntesaSanPaolo, Gian Maria Gros Pietro ha detto:

“Le fondazioni sono importanti per la stabilità della banca che tuttavia deve essere attraente per tutti gli investitori che non abbiano obiettivi speculativi.”

La stabilità è il concetto cardine, ricorrente. Se le banche prestano male i soldi che raccolgono, per garantire la stabilità arriva l’intervento pubblico. Ma come mai talvolta capita che le banche prestino così male i soldi faticosamente raccolti su un mercato difficile? Non sarà per caso anche il frutto dell’influenza delle Fondazioni sulla gestione degli Istituti bancari?

E’ curioso notare -ad esempio- come il coefficiente di consiglieri vicini agli ambienti politici sia nettamente più elevato nelle banche dove le Fondazioni sono azionisti di peso, con ricadute più o meno dirette: meno meritocrazia, meno competenza nei board, maggior rischio sistemico dovuto alla frequente concessione di finanziamenti in barba alle più banali regole di contenimento e distribuzione del rischio (ad esempio, fra i tanti, ricordiamo l’inspiegabile mole di affidamenti resi disponibili a Zunino per Risanamento, a Don Verzé per il S.Raffaele, a Cragnotti per Cirio, ad Alitalia, a Ligresti, a Zaleski…), per non parlare dei finanziamenti concessi senza garanzie collaterali ai partiti, fino all’incestuoso sostegno al deficit pubblico.

Si badi bene, non lo sbandierato e patriottico sostegno al debito (esistente), parlo del sostegno al deficit: all’indebitamento ulteriore.

Come ho più volte avuto modo di ribadire l’idea di inserire il “pareggio di bilancio” nella Costituzione è una aberrazione, perché un Paese dovrebbe poter intervenire in modo anti-ciclico (spendendo) nel momento in cui il ciclo economico, la congiuntura, si fa avverso. Questo intervento serve al rilancio economico, al riavvìo del volano. Ma è un intervento che diventa sostenibile solo a patto di avere la forza politica di fare surplus quando invece il ciclo economico è favorevole. Se questo non è avvenuto è (non “solo”, certo, ma) anche a causa del sostegno che il sistema bancario dove i voti “si pesano” ha saputo dare alla politica, che ha ringraziato garantendo e rinnovando posti nei consigli.

Una rapida digressione sui curricula dei componenti dei consigli delle Fondazioni e sulle loro espressioni nei consigli delle banche partecipate e si nota la forza di questa liaison. E d’altra parte lo stesso presidente della Fondazione MontePaschi fu eletto due volte per acclamazione (non a maggioranza, maall’unanimità) presidente dell’ABI (l’Associazione Bancaria Italiana), mestiere che non voleva fare:

«Questo non è il mio lavoro, e non voglio confonderlo con la professione: tornerò a fare l’avvocato, che poi è quello che so fare»

Disse, quando terminò il suo mandato al MontePaschi. Ora, da quel che si sa, è un uomo realizzato: la materia avvocatizia è quantomai il suo pane quotidiano…

Cosa ispira il referendum bolognese: gli insegnanti “servitori dello Stato”

24 maggio 2013

 

 

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Stamattina Simone Spetia ha avuto ospite in trasmissione Mila Spicola. Molto interessante. La professoressa Spicola è un’insegnante (ma, apprendo dalla sua pagina Facebook, scrive anche sull’Unità, su Micromega ed è stata responsabile scuola del Pd a Palermo) ed è una delle promotrici del referendum bolognese di domenica che punta ad abolire il finanziamento comunale alle scuole private paritarie. Leggi il seguito di questo post »

Una firma et voilà, sei subito di sinistra

20 maggio 2013

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Elenco non aggiornato dei vip che hanno aderito all’opzione A del referendum di Bologna. Quelli, cioè, che vogliono che i bambini dei poveri frequentino solo scuole materne pubbliche riservando ai bambini delle famiglie ricche le scuole materne private.

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L’intervento a Festival del giornalismo di Perugia

20 maggio 2013

L’internazionalizzazione, i nuovi linguaggi e l’economia

Rodotà è un vescovo della religione dello Stato (cosa scrive in “Elogio del moralismo”)

19 maggio 2013

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Parlare di un libro di Stefano Rodotà è impossibile se non in una prospettiva religiosa. Nel senso che Rodotà è un fedeledevoto del culto dello Stato il cui libro della verità rivelata si chiama “Costituzione”. Fine delle trasmissioni.

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Perchè chi non vuole le scuole private è un classista che fa gli interessi dei ricchi

14 maggio 2013

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Chi è contrario al finanziamento pubblico alle scuole private, di solito, usa il seguente, stringente, argomento: i poveri non devono pagare per le scuole dei ricchi. E’ una posizione che condivido totalmente e, anzi, la faccio mia: i poveri non devono assolutamente pagare le scuole dei ricchi. Peraltro la scuola pubblica non è gratis, perché viene pagata con le tasse sia dei poveri che dei ricchi ed è trascurabile il dettaglio che i ricchi pagano la scuola due volte: le tasse per finanziare la scuola dei poveri e le tasse per mandare i propri figli alle scuole dei ricchi. Ma, siccome, appunto, sono ricchi, evidentemente, tutto ciò è secondario.

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Come funziona (davvero) Bitcoin, la moneta che piace ai grillini

7 maggio 2013

bitcoinMarcello Marini è uno dei tre imprenditori italiani che ci crede. E’ amministratore unico dello studio di architettura Ottonodi di Roma e da qualche mese ha deciso di permettere ai suoi clienti di pagarlo non in euro e nemmeno in dollari, ma in Bitcoin. “Per ora nessuno me l’ha chiesto”, dice, “anche se in questo momento il problema non è come farsi pagare dai clienti, ma avere i clienti”. Leggi il seguito di questo post »

Letta, se vuoi tagliare la spesa lascia perdere Giavazzi (che è come Tremonti) alcuni numeri

2 maggio 2013

La valutazione dei costi delle promesse fatte dal presidente del Consiglio Enrico letta nel suo discorso alla Camera variano dai 20 ai 30 miliardi di euro. Ovviamente non tutti da recuperare entro il 2013. Per quest’anno occorre, però trovare una cifra intorno ai 10 miliardi di euro compresa la promessa eliminazione (o sospensione, ancora non si è capito) dell’Imu di giugno.

Al netto della richiesta di “maggiore flessibilità” sul bilancio dello Stato, ovvero, al netto della richiesta o di poter sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil e/o rivedere i termini del fiscal compact, è chiaro che l’unico modo per recuperare risorse è il taglio della spesa, sempre che quest’anno l’economia non si rimetta a correre come un centometrista e che non si desideri aumentare la pressione fiscale.

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Breve storia della flessibilità del mercato del lavoro 1962-2011

30 aprile 2013

Non è vero che la flessibilità del mercato del lavoro sia un effetto della deregolamentazione degli Anni ’90 e 2000. In realtà è stato un processo iniziato addirittura negli Anni ’60. Ecco una breve storia, utile come promemoria.

1962
I contratti a tempo determinato esistevano già, ma quest’anno vengono irrigiditi i requisiti in base ai quali un’azienda vi può fare ricorso. Come sanzione per i contratti a termine privi di tali requisiti è prevista la conversione in contratto a tempo indeterminato.
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Perchè M5S e Sel non faranno “vera” opposizione

29 aprile 2013

Mi preparo. Occorrerà un supplemento di ragione per attraversare i prossimi 18 mesi di governo Letta-Alfano. Perchè dalle prime dichiarazioni dei partiti che sono rimasti all’opposizione si capisce una cosa molto semplice. Se lo scopo principale di un’opposizione parlamentare è controllare gli atti del governo (solo il consociativismo italiano fa credere che il suo scopo sia quello di “strappare” qualche prebenda ad uso del proprio elettorato) a M5S e a Sel di “controllare” importa ben poco. Leggi il seguito di questo post »

Il ministro Trigilia spiega come e perchè al Sud i sussidi creano clientelismo

29 aprile 2013

Il nuovo ministro della Coesione Territoriale, Carlo Trigilia, la pensa come il suo predecessore, Fabrizio Barca. Ovvero: l’Italia usa male, malissimo i fondi europei. Triglia ha usato al riguardo parole pesantissime, in occasione di un convegno di Bankitalia del 2009 dedicato alla questione.

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L’equivoco degli opendata.

26 aprile 2013

Sul Festival del giornalismo di Perugia (quest’anno un’edizione davvero interessante) aleggia un equivoco. E riguarda gli open data. Ho seguito alcuni seminari sul tema e mi sono convinto cdi un dettaglio fondamentale: gli open data non è giornalismo. Così come l’avvocato Malavenda ha detto che rendere disponibili le intercettazioni integrali, magari addirittura sotto forma di file audio sul sito di un giornale, è “cattivo giornalismo”, così pubblicare open data non è affatto giornalismo. E’ tutto ciò che si vuole, ma non è giornalismo.

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