Caro, vecchio, insostituibile Pil

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What we measure affects what we do”. “Ciò che misuriamo influisce su ciò che facciamo”. Per questo ci curiamo poco dei progressi sociali, della difesa dell’ambiente, del grado di istruzione dei figli.

Semplicemente perchè sono grandezze difficili da misurare e controllare. E’ anche per questo che ogni nazione del mondo tiene molto all’andamento della produzione nazionale, del reddito e dei consumi: sono più facili da quantificare. Eppure sono proprio le cose impossibile da misurare quelle che hanno un’influenza capitale nella vita delle persone e delle nazioni. Cose tipo il patriottismo, lo spirito di sacrificio, la fiducia nel futuro sono grandezze impossibili da inscatolare. Ma non per questo non influenzano la vita delle nazioni e per i governi occorrerebbe conoscerne la misura.

Non è un discorso nuovo quello che Nicholas Sarkozy, presidente della Francia, ha riprosto quando si è accorto che, per dirla con Robert Kennedy, il Pil “misura tutto tranne ciò per cui vale la pena di vivere”.
Ammettendo, e non concedendo, che ciò che sta fuori dal circuito economico sia misurabile e non attenga piuttosto alla sfera imponderabile dei sentimenti comuni, tutto il mondo si è messo alla ricerca della formula che possa sostituire il Pil come indice del benessere delle persone. La supercommissione che all’inizio del 2008 Sarkozy ha messo in piedi, guidata da Joseph Stiglitz e composta anche da Amartya Sen e Jean Paul Fitousssi, infatti, non l’ha affatto inventata limitandosi a segnalare quali dovrebbero essere gli ingredienti che dovrebbero comporla. (La frase all’inizio dell’articolo è contenuta nelle premesse generali del rapporto finale della commissione).
Però bisogna ammettere che abbattere la dittatura del Pil, che ha contribuito le nazioni a rincorrere il gigantismo economico anziché il benessere vero delle perosone, è un’impresa affascinante. D’altra parte fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, a sostenere, in un’audizione davanti al Congresso Usa nel 1934, che “il benessere di una nazione (…) non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”.

“In effetti la follia di questi decenni è che abbiamo guidato una macchina guardando ad un unico indicatore, la velocità, spiega Leonardo Becchetti, professore straordinario di economia politica a Tor Vergata, “e non guardando contemporaneamente ad altri altrettanto importanti come la spia dell’olio e tutte le altre che segnalano possibili avarie. Non possiamo perciò meravigliarci che siamo finiti fuori strada”. Becchetti, uno dei maggiori esperti italiani del settore, riconosce il fatto che politici ed economisti rivolgano maggiore attenzione agli studi sugli indici alternativi al Pil.

E spiega: “I politici sono interessati a capire cosa muove la soddisfazione dei cittadini per aumentare le loro possibilità di rielezione mentre gli economisti, che hanno pensato per anni che far crescere il Pil equivalesse a contribuire al bene comune, hanno dovuto fare i conti con la crisi e chi non faceva ricerca su queste cose, si è svegliato e si è accorto di due fatti. Primo l’aumento del Pil può avere conseguenze negative in termini di sostenibilità sociale ed ambientale, ovvero due ambiti che incidono moltissimo sulla soddisfazione di vita. Secondo, e questo è ancora più clamoroso, che il Pil non è un buon indicatore nemmeno del benessere economico. Lo capiamo subito dal confronto tra Europa e Stati Uniti.

Gli americani hanno un reddito pro capite all’incirca del 30 percento superiore a quello degli europei ma i loro cittadini stanno molto peggio da un punto di vista economico”.

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Stabilito che è giusto e utile avere altri indicatori, il problema è vedere di quali ingredienti deve essere composto. Per Becchetti nell’ipotetico paniere di valori dell’indice anti-Pil il peso magggiore dovrebbe averlo “la qualità della vita di relazioni. Perchè indicatori di vitalità sociale e di successo delle relazioni metterebbero maggiormente in luce fattori di importanza fondamentale nella soddisfazione di vita dei cittadini.

E’ impressionante per esempio rilevare come una serie di indicatori di disagio sociale (quota di obesi, percentuale di detenuti, numero di malati psichici) sono associati strettamente al grado di diseguaglianza di un determinato paese”. Nelle 12 raccomandazioni finali la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, raccomanda  di dare maggior peso nell’indice attuale al reddito e al consumo e meno alla produzione (il contrario di quanto avviene oggi).

Se poi si vuole misurare la ricchezza, allora bisogna considerare non le persone ma il nucleo familiare (luogo privilegiato degli scambi non economici che influenzano moltissimo il benessere delle persone). Per quanto riguarda i servizi statali, poi, questi andrebbero misurati non in base al loro costo, ma in base alla loro efficacia nell’aumentare (o diminuire nel caso in cui non fossero adeguati) il benessere dei singoli. Poi c’è la parte che riguarda la misurazione dei beni non materiali. Secondo il rapporto i fattori più importanti sono il tempo libero e proprio  le relazioni sociali compresa la facilità di incidere nelle scelte politiche e la sicurezza personale.
Però si torna sempre al punto di partenza: come si fa a misurare l’imponderabile? A provarci sono in tanti, compresa l’Onu che, attraverso il suo ufficio per lo sviluppo (Undp) ha recentemente posto la Norvegia al vertice mondiale per qualità della vita relegando i Paesi sub-sahariani agli ultimi posti e assegnando all’Italia il 18esimo posto. Per compilare la classifica l’Onu ha tenuto conto anche di indici come scolarità, ma il risultato è parziale e in parte anche poco autorevole perchè nessuno, nemmeno l’Onu, può sapere se la soddisfazione di un poverissimo ghanese per un pasto supera o no l’insoddisfazione di un norvegese che non può permettersi di comprare la terza tv al plasma. Né si possono avere studi migliori guardando le classifiche della British Household Survey Panel e della German Socioeconomic Panel, gli unici due istituti al mondo che sono in grado di verificare l’andamento del Pil della felicità nel tempo visto che seguono costantemente lo stesso panel di intervistati.

Forse qualche cosa di più organico è l’indicatore di progresso effettivo (Genuine Progress Indicator, Gpi) di Hermand Daly e John Cobb che “corregge”. Il Pil con dati quali il valore del lavoro domestico, del tempo libero e le transazioni non di mercato. Seguendo il loro indice i due economisti sostengono che il Gpi pro capite degli americani ha toccato i 12mila dollari e che è stato in crescita dagli anni ’50 fino al 1976 e che da allora non ha fatto che scendere fino ai 10mila dollari del 2002. Completamente diverso è l’indice che sta preparando l’Unione Europea che presenterà, probabilmente  già dall’anno prossimo, un indice ambientale globale che calcoli l’impatto sulla vita quotidiana delle persone di fenomeni quali i mutamenti climatici, la biodiversità, l’inquinamento atmosferico, l’uso delle risorse idriche e lo smaltimento dei rifiuti. Ma non è detto che chi vive in un ambiente ecologicamente irreprensibile, abbia anche un’alta qualità della vita. Anzi.
Insomma, tutti provano a fare la pelle al caro vecchio Pil senza avere però la minima idea di come sostituirlo. E questo nonostante che ci si sia resi perfettamente conto che il Prodotto Interno Lordo tiene conto di pochissime delle variabili in gioco. Ignazio Musu, professore di Economia politica nell’Università di Venezia, lo ha spiegato perfettamente in un lungo articolo della rivista dalemiana ItalianiEuropei: “Mentre nel Pil non trova posto la perdita di valore del capitale naturale, che dovrebbe farne diminuire il valore, vi trovano invece posto i costi per la riduzione dell’inquinamento e il miglioramento dell’ambiente, che però fanno aumentare il Pil. Il paradosso consiste nel fatto che se il Pil registra il degrado ambientale, lo registra come qualche cosa che lo fa aumentare invece di farlo diminuire.

La contraddizione con la teoria contabile consiste nella confusione tra benefici e costi: si registrano i costi dell’intervento correttivo sull’ambiente, non se ne registrano i benefici che misurano la riduzione del danno apportato dalla riduzione del capitale naturale”. Tutto vero ma, visto lo stato della ricerca scientifica, il Pil ci farà compagnia ancora per molti anni.

Fonte immagine: http://www.titoli.com/images/articoli/Guide/ItalianPIL_96_08.JPG; http://www.mediazone.info/site/_images/attualita/rendercmsfield.jpg

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Una Risposta to “Caro, vecchio, insostituibile Pil”

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