La Giustizia secondo Afano

justice is served

L’annuncio di una riforma è sempre un bell’annuncio, soprattutto in questo periodo durante il quale tutti si affannano a rinviarle. Però quando il ministro Angelino Alfano spiega che quella della giustizia sarà fatta anche senza l’apporto delle opposizioni, non c’è da esultare. La giustizia, infatti, è uno di quegli aspetti della vita pubblica nel quale l’opposizione deve necessariamente essere coinvolta. A meno di non pensare che la riforma della giustizia non sia intesa dal ministro e dal governo come l’ennesima “legge ad personam” pro Silvio Berlusconi. Un analogo tentativo venne stoppato lo scorso anno dall’intervento del Quirinale e non sarebbe un bello spettacolo rivedere la stessa scena.
In questo anno (perso) il ministro ha citato decine e decine di punti sui quali sarebbe necessario intervenire e tutti hanno un fattore in comune: quello di una svolta “garantista”. Alfano vorrebbe toccare i rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, i limiti ai poteri d’indagine del pubblico ministero e allargamento di quelli della difesa. Tutti punti condivisibili (se restano questi), perchè certamente toccano la vita quotidiana di ogni cittadino che si trova ad avere a che fare con la giustizia penale. Ma non risolve il problema dei problemi: i tempi. Non è un Paese civile quello nel quale per la prima udienza di un processo civile occorre attendere 3 anni e quello nel quale per arrivare alla sentenza definitiva ne servono 15. Su questo fronte il ministro si è già mosso, ma con provvedimenti che non possono definirsi decisivi.

Se si vuole dare una svolta vera al processo civile in Italia sarebbe il caso di sentire Mario Barbuto, il presidente del tribunale di Torino che ha ridotto la durata dei nuovi processi e abbattuto drasticamente lo stock di quelli vecchi ricevendo una menzione speciale dall’Europa. Barbuto ha spiegato che è riuscito a raggiungere questo straordinario risultato coinvolgendo tutti i giudici e i dipendenti del Palazzo di giustizia di Torino spiegando loro (e, a quanto pare, convincendoli) che lavorare bene e velocemente è soprattutto nel loro interesse. Barbuto è la dimostrazione che con il dialogo si possono ottenere quei risultati che da soli sono impossibili da raggiungere. Sarebbe questo il metodo giusto da adottare anche per la riforma Alfano. Sempre che non si cerchi intenzionalmente lo scontro politico. Sempre che si abbiano a cuore i cittadini.

Fonte immagine: http://www.iusreporter.it/public/leggisentenze.jpg

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