Perchè viale Padova non è più degli italiani

Ciò che è accaduto in viale Padova a Milano, così come in tante altre città italiane e del mondo, è stato il superamento del “tipping point”. Il tipping point è un meccanismo di psicologia sociale che si studia da almeno 40 anni e di cui ha parlato, in modo divulgativo, l’ottimo Malcom Gladwell nel suo “Il punto critico”. Ma il primo ad usare questo termine fu nel 1957 Morton Grodzins che sul Scientific American, in un articolo intitolato «Metropolitan segregation», spiegò quando, come e perché un quartiere viene abbandonato dai suoi abitanti e occupato da un nuovo gruppo sociale. Esattamente ciò che è successo in viale Padova a Milano e in via Paolo Sarpi, sempre a Milano, o in certi quartieri di Prato e in chissà quanti altre strade delle città italiane. La spiegazione che ne dette Grodzins è questa: la popolazione di un quartiere si convince che, prima o poi, l’area nella quale vive sarà occupata da un altro gruppo sociale. La convinzione si fa strada, dilaga, diventa una certezza e, alla fine, si realizza. Alcuni iniziano ad andarsene seguiti da altri e poi altri ancora, fino a quando il quartiere non viene definitivamente e stabilmente occupato dai nuovi. Il Tipping point identifica esattamente quella frontiera psicologica che divide un comportamento individuale da un fenomeno di massa. Un meccanismo psicologico e sociale che ha affascinato un grande economista come Thomas Schelling che, negli Anni ‘70, integrò e sviluppò il lavoro di Grodzins all’interno della sua teoria dei giochi (ad esempio nel suo «Micromotives and Macrobehavior», purtroppo mai tradotto in italiano) grazie alla quale vinse il Nobel nel 2005. Il frutto di una vita di ricerche è racchiuso nel suo «La strategia del conflitto» edito da Bruno Mondadori che, è lui stesso ad ammetterlo, è debitore della teoria di Grodzins. A questo concetto ha attinto a piene mani perfino Claudio Velardi nel suo “L’anno che doveva cambiare l’Italia” nel quale parla dell’effetto “bandwagon” spiegandolo così: “Ciò che si verifica quando qualcuno pensa o fa qualcosa per il semplice motivo che altri pensano o fanno lo stesso” (a seguire il video in cui presenta il libro).

Il tipping point, quindi, spiegherebbe perché italiani in viale Padova non ci sono praticamente più e perché quelli che resistono lo fanno solo perché non trovano un compratore disposto a pagare abbastanza per la loro casa, comprata, magari, a un prezzo doppio, 30 anni fa. Il tipping point in viale Padova è stato superato: quella strada non è più degli italiani, ma di un nuovo gruppo etnico, anzi, di diversi gruppi etnici in perenne conflitto tra di loro. Quando il ministro dell’interno Roberto Maroni sostiene la necessità di evitare di creare quartieri-ghetto sta dicendo che se si supera il tipping point in una strada, in un quartiere o in una città, allora non c’è più nulla da fare. Sono persi per sempre al controllo informale dei cittadini che in quei luoghi sono nati e cresciuti. Se si supera il tipping point tornare indietro e restituire un’area di una città agli abitanti “di prima” è praticamente impossibile, ma anche controllarla come è controllabile un quartiere abitato da “indigeni” diventa difficilissimo perché inevitabilmente lì si crea un sistema di regole e comportamenti che non fanno parte della tradizione locale ma derivano dai sentimenti identitari dei nuovi abitanti. Da qui dovrebbe partire una politica dell’immigrazione degna di questo nome. Prima del tipping point ci può essere integrazione, dopo no.

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2 Risposte to “Perchè viale Padova non è più degli italiani”

  1. Pier Says:

    Italiani in via Padova non ci sono praticamente più? Probabilmente lei non ci è mai passato. E non ha letto neppure le statistiche (la quota di immigrati è decisamente minoritaria anche in via Padova).

    Al di là delle colte citazioni, mi chiedo come mai si pensi sempre che sia così facile pontificare su situazioni su cui si hanno informazioni e percezioni errate (“italiani in Viale Padova non ci sono praticamente più”). Anzi, su cui magari non si ha la più pallida idea. D’altra parte chiamare una delle principali e più conosciute strade di Milano “viale Padova” invece che “via Padova” indica che di quella strada e quindi della realtà sociale milanese non si conosce nulla. Almeno il Duomo lo ha visitato?

  2. marcocobianchi Says:

    Mi spiace per lei, ma abito a pochi passi da Viale Padova (per tutti i milanesi è Viale, non Via, a dispetto della toponomastica). E confermo che gli italiani sono un’esigua minoranza. Sulle statistiche: sono fatte sulla base della proprietà degli immobili, non sugli inquilini. Il Duomo l’ho visitato di recente, grazie.

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