Come muore un italiano

Ieri la ThyssenKrupp ha detto che concederà la Cassa integrazione in deroga ai suoi operai solo se rinunceranno a ogni azione legale contro di lei.

Nello stesso momento a Noventa Vicentina Paolo Trivellin, di 41
anni, si impiccava perché non riusciva a pagare gli stipendi ai suoi
20 dipendenti.
Sono due notizie drammatiche. Perché esprimono due modi
estremi, e quindi sbagliati, di reagire a una richiesta giusta. Il primo modo è il ricatto. Il secondo è la disperazione. Il primo modo
esprime un senso di onnipotenza, il secondo di impotenza.
Alla richiesta dei dipendenti della Thyssen di conoscere la
verità di quanto accaduto nel rogo del 2007 la multinazionale,
assistita da uno stuolo di avvocati, ha reagito utilizzando la
necessità delle persone di arrivare a fine mese come arma di
coercizione,
come se il ritiro delle azioni legali contro il gruppo
tedesco possa far dimenticare o sminuire la gravità delle morti nella
fonderia piemontese. Come se la mancanza di un risarcimento o della
verità ripulisse la coscienza della storia. Paolo Trivellin avrebbe potuto mettere di mezzo gli avvocati e mandarli davanti ai 20 dipendenti della sua Tri-Intonaci per spiegare loro che se non arrivavano i soldi la colpa era di un’azione risarcitoria avanzata dai due colossi Pizzarotti e Bilfinger-Berger che contestavano i tempi e la qualità di un subappalto.

Avrebbe potuto abbandonare al loro destino i suoi 20 dipendenti ma, evidentemente, per lui, la responsabilità personale era un concetto pieno di significato. Responsabilità personale implica il coinvolgimento della persona,
della siongola persona, nella vita dell’impresa. La morte di Paolo Trivellin è un pugno nello stomaco a chi si ostina a proclamare che lo scopo dell’economia è produrre profitti e non anche uomini veri.

Come era Trivellin. Che non ha ricattato nessuno e ha insegnato alla Thyssen come muore un italiano.

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