Telecom, la strada per la banda larga

Non sono d’accordo alla partecipazione di tutti gli attori delle tlc
nazionali all’azionariato della rete fissa di Telecom Italia. Questo
progetto sta tornando in auge per la cronica mancanza di capitali di
chi quella rete dovrebbe costruirla (anzi, avrebbe già dovuto
costruirla) e per la consapevolezza che una dorsale in fibra ottica
sta diventando assolutamente necessaria per lo sviluppo del Paese

(anche se il ministro Brunetta, principale sponsor della Ngn, next
generation network
, a livello di governo non sembra più essere così
deciso nel sostenerla). L’idea è che se tutti partecipano alla rete,
tutti metteranno i propri soldi nel cablaggio dell’Italia, che ha la
rete meno estesa d’Europa
, e così la fibra arriverà dove ora non c’è.
L’equità di trattamento tra tutti gli azionisti sarebbe garantita dal
fatto che già ora, con il sistema Open Access, la stessa Telecom deve
fare gli stessi prezzi a se stessa e ai concorrenti. Questa idea ha
una sua indubbia dignità e sono certo che Luigi Gubitosi,
amministratore delegato di Wind che l’ha rilanciata, dicesse sul serio
quando ha dichiarato pronta la sua azienda a investire in questo
progetto.
Però io non credo che sia la strada migliore. Ua rete fissa
controllata da tutte (o dalla maggior parte delle) le società di tlc
nazionali fa correre all’Italia il pericolo di un ulteriore
“imbrigliamento “ degli investimenti
. A decidere degli investimenti
sarebbe un consesso al quale partecipano tutti gli attori (compresi
quelli che dalla banda larga vedono una minaccia per il proprio
business?) con il pericolo di rendere molto farraginose le decisioni.
Che succederebbe se, ad esempio, Vodafone vuole cablare Manotova prima
di Bari perché a Mantova ha più clienti che a Bari e nello stesso
momento la Telecom vuole cablare prima Roma di Trieste? Chi decide?

Teoricamente la Telecom, che avrebbe ovviamente la maggioranza
azionaria della società. E quindi, dov’è l’utilità? Avremmo una rete
sola controllata da un monopolista che però usa i soldi dei
concorrenti.
Io continuo a pensare che la soluzione migliore per dotare l’Italia
della Ngn sia quella prospettata da Francesco Caio nel suo famoso
“rapporto Caio” commissionato dal governo italiano e poi rimasto
lettera morta. Il meccanismo è quello dell’asta al contrario. Funziona
così: diciamo che l’autorità pubblica (ad esempio l’Authority per le
tlc) stabilisce che “la priorità più priorità delle altre” per il
Paese è che il 100% delle case del Piemonte siano servite dalla fibra
ottica. Lo Stato mette a disposizione una cifra, diciamo 100 milioni
di euro, e poi indice una gara alla quale possono partecipare tutte le
società possibili immaginabili (non solo, quindi, del settore delle
tlc, ma anche edili, finanziarie, di ingegneria magari
consorziandosi). Vince la società, o il consorzio, che, per
raggiungere gli obiettivi posti dall’Authority (tempi di
realizzazione, qualità del servizio, ecc…) chiede meno soldi pubblici.
Lo stesso è replicabile in tutte le regioni italiane ovviamente con
maggiore o minore quantità di aiuti. Per la Calabria, dove la domanda
di servizi evoluti è più bassa di quella del Piemonte, i soldi
pubblici dovranno essere di più perché il ritorno degli investimenti è
più lungo. Per il Veneto i soldi dovranno essere di meno perché chi
vince la gara si può ripagare l’investimento in tempi più brevi. In
questo modo si mettono le società in concorrenza e si crea più lavoro
soprattutto nel comparto edile.
C’è il problema dei soldi pubblici. Ci sono? Subito dopo la
presentazione del piano Caio il governo annunciò che erano a
disposizione 800 milioni di euro.
Oggi non solo non ne è stato speso
nemmeno uno, ma soprattutto nel decreto per i prossimi incentivi per
motorini e cucine, si prevede di utilizzare anche quei soldi. Sarebbe
un grave errore anche perché molti di quei settori industriali hanno
già beneficiato di incentivi statali. Adesso è il momento di pensare
al futuro.

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