Il contratto unico che vuole il Pd aumenta i precari

Se non vi piace il Ddl lavoro che è in discussione in questi giorni alla Camera (quello che prevede l’arbitrato nelle cause di lavoro), state tranquilli. C’è di peggio. Ad esempio c’è il Ddl lavoro del Pd. Una proposta sostenuta dalle migliori menti economiche del centrosinistra tra le quali Pietro Ichino e Nicola Rossi.
Il Ddl propone di introdurre il cosiddetto “contratto unico” di lavoro. Significa che i 48 (o 49, dipende dalle fonti) contratti di lavoro esistenti verrebbero aboliti e al loro posto ne esisterebbe uno soltanto valido per tutti e per qualsiasi tipo di impiego (i contratti a tempo determinato resterebbero solo per i lavori stagionali). Il “contratto unico” si divide in due fasi temporali. Entro i primi tre anni il datore di lavoro è libero di licenziare anche senza giusta causa e per motivi economici (cioè, detta in altre parole: quando vuole) in cambio di un’indennità pari a cinque giorni per ogni mese di lavoro (praticamente due mesi di stipendio dopo un anno). Dopo i primi tre anni il contratto si trasforma automaticamente in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato come quelli che esistono adesso. Per quanto riguarda i contributi, questi sono bassi all’inizio del rapporto di lavoro e aumentano con il tempo fino a diventare (sempre dal terzo anno in poi) uguali a quelli di un “normale” contratto a tempo indeterminato.
Una bella idea? Per rispondere bisogna passare dalla teoria alla pratica. Facciamo un esempio: è più che probabile che al proprietario di un albergo bastino un paio di mesi per capire se il barista che ha assunto è capace di fare un buon caffè o un Negroni. Per un’industria aerospaziale tre anni non bastano per capire se un ingegnere è in grado di disegnare un reattore. Eppure entrambi avrebbero lo stesso contratto che li renderebbe uguali anche se sono diversissimi. Non ci sarebbe nulla di clamoroso: la sinistra egualitaria a questo punta da sempre, no? Ma rendere uguali i diversi si traduce in una ingiustizia, soprattutto per chi è più debole. Il proprietario dell’albergo, infatti, avrà tutto l’interesse a mantenere in uno stato precario il barista per due anni, 11 mesi e 30 giorni, perché gli costa meno ed ha meno obblighi, mentre l’industria aerospaziale sarebbe costretta ad assumere l’ingegnere che si ritroverebbe tutelatissimo anche se magari non è in grado di svolgere il lavoro di cui ha bisogno l’impresa.
In altre parole, avere 48-49 tipi di contratti diversi è un arricchimento perché aumenta le “porte” d’ingresso al mercato del lavoro. Abolirli significa (ancora?!) pensare che esista un posto di lavoro da occupare e che ad ogni lavoro corrisponda un uomo, che lavora 8 ore al giorno 5 giorni la settimana. Per la maggioranza dei lavoratori era così nell’800. Per questo il Ddl è giusto, ma presentato con 100 anni di ritardo. Nel mondo del 2010 il lavoro, specie quello specializzato, è, per sua stessa natura, flessibile e volerlo negare è fare una violenza alla realtà.
E la realtà dice che il vero problema del precariato è il “che fare” tra la fine di un contratto e l’inizio di un altro. Cioè come sostenere il reddito nei periodi di disoccupazione. Sfortunatamente su questo punto il Ddl non dice nulla e, per di più non sembra affatto disincentivare il precariato, perché dopo che il “nostro” barista è stato licenziato dopo i 2 anni, 11 mesi e 30 giorni, quando si rimetterà a cercare lavoro avrà di fronte a sé la prospettiva di altri 2 anni, 11 mesi e 30 giorni con diritti “calmierati”. In questo modo, nel corso della sua vita lavorativa, farà meno cambiamenti di posti di lavoro e avrà meno chances di essere assunto stabilmente. Certo: più passa il tempo più costa al datore di lavoro licenziarlo. Solo che per compensare i costi dell’indennità (sei mesi dopo tre anni è un costo enorme per qualsiasi impresa) è ovvio che i salari d’ingresso saranno più bassi. Perfetto per incentivare i migliori a fuggire all’estero.

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