Calderoli populista e il decreto salvacalcio

Fantastico Paese, il nostro. Appena si comincia a parlare di tagli agli stipendi scatta immancabile l’accusa di fare del populismo. Fantastico anche perché, nel caso di Calderoli che ha chiesto ai giocatori della Nazionale di autoridursi gli stipendi, a lanciare questa accusa, oltre a La Russa, è anche l’opposizione che proprio sugli stipendi alti, compresi quindi quelli dei calciatori, continua a proporre una patrimoniale. Solo che se la propone lei è una richiesta di equità sociale, se la fa Calderoli è “demagogica”.
A me Calderoli non piace e tremo all’idea che sia lui il responsabile politico del federalismo, però non c’è stato uno che abbia ricordato che se il calcio italiano è vivo lo si deve al decreto salvacalcio, o salvalazio, del 2003, sul quale l’allora commissario europeo alla Concorrenza Mario Monti ebbe molto da dire, che permise di spalmare fino al 2013 i debiti che molte società di serie A, da dove provengono i calciatori che andranno in Sudafrica, avevano verso il fisco. Quindi un comparto privato è stato aiutato dal pubblico come mai nessun comparto (auto a parte) è stato aiutato. Quindi i politici hanno tutto il diritto di intervenire nei compensi dei calciatori, visto che le società per le quali lavorano devono ancora finire di pagare i loro debiti con il fisco. Quindi, almeno fino al 2013, se ne può parlare.

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