Epifani e la fine della rivoluzione

Leggendo tanti giornali ogni giorno mi stupisco di riuscire ancora stupirmi quando leggo frasi storiche. Eccone solo un paio che mi sono rimaste impresse. Michela Vittoria Brambilla: “Sono un soldato di Berlusconi”. Cicchitto: “Il partito serve per collegare il popolo al leader”. Ignazio La Russa: “Un uomo di partito risponde solo ai dirigenti e agli iscritti”. Nichi Vendola: “Carlo Giuliani è un eroe”.
Però ce n’è una che svetta su tutte le altre. L’ha pronunciata Guglielmo Epifani: Epifani: la Fiat deve ritirare i licenziamenti e aprire “un tavolo per cercare un compromesso o, se questo non è possibile, per discutere almeno di come si gestisce il dissenso” riferendosi al dissenso della Fiom. E’ straordinaria perché ingloba in sé un’evoluzione del concetto di lavoro da parte del sindacato Cgil. Secondo me negli Anni ’70 nessun dirigente di quel sindacato si sarebbe mai sognato di dire che bisogna aprire un tavolo con l’azienda per “gestire il dissenso”. In quegli anni il dissenso non lo si doveva gestire, lo si doveva, al contrario, alimentare per arrivare allo scontro. E più era forte lo scontro meglio era. Sono passati 40 anni e oggi la Cgil propone la “gestione” del dissenso.
Non sono un sociologo né un economista o uno storico. Non so esattamente come interpretare questa evoluzione. Mi piacerebbe però che qualcuno ci si applicasse.

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Una Risposta to “Epifani e la fine della rivoluzione”

  1. yetiste Says:

    Forse bisognerebbe ricordare a Epifani che in passato remoto al Porto di Genova fu concesso agli scaricatori il “diritto al mugugno”, ossia si concedeva loro di lamentarsi mentre lavoravano.
    La storia si ripete: si accettano le condizioni dell’azienda (che diventeranno sempre più capestro, anche perchè troppo si è richiesto in passato), ma si lascia che gli operai e gli impiegati si lamentino delle condizioni in cui operano…

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