Melfi è la tomba dei diritti

Non bisogna festeggiare la notizia del reintegro dei tre operai alla Fiat di Melfi. Non lo è perché è l’ennesima prova che dimostra a Marchionne, e tutti gli industriali seri come lui che in Italia per produrre qualche cosa, che sia una macchina o una penna biro, non bisogna lottare anche contro i sindacati. Leggere la sentenza di reintegro è come entrare in una galleria dell’orrore. Vi si afferma che i tre licenziati avevano proclamato un’assemblea “nei pressi” di un carrello robotizzato che serviva la linea di produzione che continuava ad andare perché altri operai avevano deciso di non scioperare. E quando c’era l’assemblea, “il carrello era già fermo”, non erano stati loro, insomma, a provocarne lo stop. Gli scioperanti “non ebbero il deliberato intento di arrestare la produzione”.

Ora: dal punto di vista tecnico avrà anche ragione il giudice Emilio Minio, ma il dettaglio che non deve sfuggire, e che mette tutta la vicenda sotto un’altra luce, è che gli scioperanti non ebbero nemmeno il “deliberato intento” di sbloccare il carrello e di far riprendere così la produzione permettendo che chi voleva lavorare potesse farlo. Non hanno avuto il “deliberato intento” di permettere all’azienda di affermare il proprio diritto di vedere continuare il lavoro con chi voleva continuare a lavorare. La loro libertà di scioperare è stata garantita, ma loro non hanno agevolato (bastava sbloccarlo ‘sto carrello, non ci voleva molto) la libertà degli altri. Perché? Perché per un certo sindacalismo, quello della Fiom di Maurizio Landini, la difesa dei diritti viene prima della difesa della fabbrica. Perché in quel momento stavano esercitando il sacrosanto diritto a non lavorare: un diritto ritenuto di qualità superiore al diritto della fabbrica di continuare a funzionare. Per questo sindacalismo gli operai non sono persone che hanno interessi, ma oggetti da usare per difendere un’ideologia, che è quella che prima vengono i diritti e poi il lavoro e questo li porta ad essere antagonisti “ a prescindere”.

Perché nelle fabbriche americane della Chrysler gli operai avrebbero avuto il “deliberato intento” di far riprendere la produzione? Perché il 55% della società è di proprietà dei dipendenti e l’80% del loro fondo pensione è stato impiegato nel salvare la società e se la fabbrica non produce, non vende, possono dire addio al lavoro, alla pensione e all’assicurazione sanitaria. C’è chi chiama questo “ricatto” ai lavoratori. Io penso invece che sia il futuro del lavoro: persone che si mettono insieme per realizzare un progetto, ognuno con la propria funzione, i propri interessi affermando i diritti di tutti. Di tutti. Anche quelli dell’imprenditore.

Vedi anche qui e qui e, su Pomigliano, qui

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