Mi autodenuncio: io coarto

Se mi intercettassero sarei finito. Mi autodenuncio preventivamente in quanto coartatore seriale della volontà altrui. Spesso chiedo al telefono a un ufficio stampa un’intervista a un manager, a un imprenditore, a un banchiere e aggiungo che “se non me la dai (frase equivoca in sé, ndr), ti amonto come un Lego”. Lo coarto, lo ammetto. Io chiedo, insisto, asfissio i miei interlocutori perché mi riferiscano fatti e circostanze su di loro o altre persone e a volte gli faccio capire che comunque scriverò, quindi gli conviene parlarmi. Spesso mi succede di dirgli che quello di cui sono a conoscenza è una parte della storia e a loro chiedo di raccontarmi l’altra metà, senza stare a pensare che potrebbero interpretarlo come una minaccia. Spiego che vorrei avere una versione dei fatti diversa da quella che comunemente si legge sui giornali su un determinato argomento e se rifiutano dico che l’intervista non mi interessa. Non mi sono mai chiesto se questo mio atteggiamento potrebbe essere inteso come il tentativo di coartare la libertà del mio interlocutore. E, soprattutto, ho un archivio. Piccolo ma ben fatto. Una serie di cartelline di colore azzurro dove tengo da parte gli articoli e le citazioni che penso potrebbero venirmi utili un giorno quando scriverò su un’azienda o una persona. E la cosa peggiore è che il mio computer è zeppo di ritagli, di citazioni su decine di personaggi che vado a ripescare quando devo scrivere. E spesso riprendo fuori quegli scampoli di articoli vecchi magari di anni e li leggo al telefono e chiedo se ha cambiato idea. E non mi domando se tutto questo materiale è dossieraggio o giornalismo. Ho sempre pensato che fosse normale tenere da parte le cose importanti per poterle ritrovare al momento giusto. Ma forse è un alibi per coprire la mia pericolosa attività di killeraggio mediatico. E, poi, soprattutto, la cosa che taglia la testa al toro, è che telefono. Telefono in continuazione, centinaia di telefonate al giorno che fanno migliaia al mese e, vi garantisco, se io fossi intercettato la mia carriera sarebbe finita. Al telefono dico di tutto e di più: critico questo e quello, dico che bisognerebbe fare un articolo su Caio e su Sempronio, che Tizio non dovrebbe nemmeno parlare visto quello che ha combinato, aggiungo dettagli inediti e spesso me ne vengono raccontati, uso parole irriferibili verso manager, banchieri, imprenditori, politici, li insulto fidandomi della riservatezza dell’altra persona e del filo del telefono che ci collega. Spessissimo, poi, mi capita di coartare la volontà altrui suggerendo cosa dovrebbe e non dovrebbe fare, dire o non dire e non mi sono mai posto il problema se lui potesse pensare che lo stavo subdolamente minacciando di pubblicare articoli negativi se non avesse fatto come volevo io. Insomma: se mi intercettassero dovrei emigrare. E penso che una buona metà dei miei colleghi dovrebbero farlo, perché quando parlano con me, o li sento parlare con altri (lavoriamo in un enorme open space che è quanto di meno privacy-friendly possa esistere e non mi spiego l’inerzia dell’Authority nel decretare la chiusura di tutti gli open space) sento che dicono le stesse cose che dico io. Denuncio anche loro, perché a volte sono addirittura più volgari di me, più coartanti di me. A volte pure molto. Se ci intercettassero tutti questo mestiere sarebbe finito: lo farebbero solo dei passacarte delle veline delle varie procure che dovrebbero arrivare per fax (meglio, carta canta) a una certa ora del mattino in modo da avere tutta una giornata a disposizione per poterle tradurre in italiano e pubblicare sul giornale del giorno dopo. I rapporti con le aziende? Uguale: comunicato stampa, traduzione, pubblicazione. Con i politici? Idem: domande mandate per email, risposte ottenute in tempo per l’edizione successiva senza alcuna possibilità di contraddittorio, sennò si coarta o, nella migliore delle ipotesi, si fa violenza privata. Detto tutto questo solo due righe su Nicola Porro, collega che non conosco ma che leggo spesso. Detto tutto questo, Nicola, come ti viene in mente di dire all’ìufficio stampa della Confindustria che stai per pubblicare degli articoli contro la Mercegaglia? Pubblicali e basta. Ah, un’ultima cosa, Nicola: la differenza tra dossieraggio è giornalismo è che il dossier lo si raccoglie per raggiungere un obiettivo, il giornalismo raccoglie notizie solo per racconta la realtà e non ha altri obiettivi che questo.

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