Stato o mercato: chi decide il bene comune?

Caro Carlo Stagnaro

tu scrivi, con un delizioso calambour, che “le grandi opere servono se servono: altrimenti – sarà tautologico ma non è scontato – non servono”. Ovvio. E aggiungi che “solo depoliticizzando le infrastrutture è possibile individuare quelle che realmente servono”. Non è del tutto esatto. Depoliticizzando le infrastrutture è possibile individuare quelle che realmente rendono, non quelle che realmente servono. E non sempre le due cose vanno a braccetto. Un’infrastruttura che serve non sempre rende. Ci troviamo, quindi, di fronte a un problema interessante ovvero se dare la precedenza alle infrastrutture che servono o a quelle che rendono e questa decisione non può che essere una decisione di natura politica, nel senso più alto e incontaminato del termine, ovvero una decisione che riguarda il bene (o il male) di tutti. Tu scrivi che “i privati, in quanto orientati al profitto, per definizione non investono in opere inutili”. Appunto: i privati investono in opere orientate al profitto, ma che siano più utili di altre, è molto discutibile. I privati stabiliscono cosa è utile in base (anche a me piacciono i calambour) agli utili. Cioè ai soldi. Verso i quali, ovviamente, non ho, credimi, nulla in contrario (nemmeno Marx trovava nulla di disdicevole nel danaro, figurati io) solo che non sono gli utili a poter stabilire che cosa è prioritario per un Paese e cosa no. I soldi non sono un giudizio, sono una conseguenza. Non sono un criterio, almeno quando si parla di opere infrastrutturali (ponti, strade, acquedotti, scuole, ferrovie, fognature, ecc…). E ne hai una solare evidenza nella vicenda della banda larga: sostanzialmente solo Roma e Milano possono dire di essere cablate, non lo può dire Ancona. E non lo è perché i privati non ritengono la cablatura di Ancona redditizia. Domanda: è utile che Ancona, come altre altre centinaia di migliaia di città in Italia, siano cablate. O no? “Solo depoliticizzando le infrastrutture è possibile individuare quelle che realmente servono”, dici. Credo sia vero il contrario. Lasciare che sia il mercato a decidere quali infrastrutture fare significa lasciare che si facciano le infrastrutture che rendono, alternativamente, se è la politica che decide che cosa fare, implicitamente si opta per le infrastrutture che servono. Io sono per l’opzione numero due.

Non vorrei, infatti, che lasciare decidere a un imprenditore quali infrastrutture servono all’Italia sia un modo per sostenere che la politica non si deve occupare di nulla se non delle case a Montecarlo, perché tanto ci sono i privati che sanno quale è il bene comune.

Don Sturzo, che vedo citato spesso dall’Istituto Bruno Leoni, in un articolo del 1957 (“Paura della libertà”) affermava che “la funzione principale dello stato è quella di garanzia e di vigilanza dei diritti collettivi e privati”. Il ruolo dello Stato, cioè, non è né quello di fare né quello di non fare, ma quello di decidere e controllare. Controllare cosa? Che il bene comune, in seguito all’iniziativa privata, sia salvaguardato (“garantito”, direbbe il grande prete) e che sul mercato non si formino posizioni di monopolio che impedisca il nascere di altre iniziative imprenditoriali scoraggiate da barriere all’ingresso insormontabili.

E’, insomma, la politica che deve decidere che cosa serve e, dopo averlo deciso, lasciare campo libero, ma libero sul serio, alle inizitive dei privati. Che siano loro, con la loro fantasia, le loro capacità a individuare il modo migliore di fare, a fare. E che lo facciano con i loro soldi e, se serve, anche con (pochi, il meno possibile, anzi, ancora meno) contributi pubblici. Perché, non nascondiamoci dietro un dito, Carlo, l’obiettivo dei privati è ottenere soldi pubblici per realizzare opere che loro non sarebbero in grado di fare da soli. Il “privato” che immagini tu esiste solo nei libri della Bocconi e in certi editoriali del Corriere della Sera. I nostri sono quelli che hanno “perso la pazienza” perché Tremonti non gli dà (che ridere) “soldi veri”.

Capisco che calare tutto questo nella prassi corrente nazionale, cioè nell’Italia del 2010,  è come cercare di amalgamare l’olio in un bicchiere pieno d’acqua. E’ impossibile. Tranne in un caso: tranne che non si giri continuamente,  velocemente e senza mai stancarsi, il cucchiaino nel bicchiere. Occorre che qualcuno prenda in mano il cucchiaino e non si stanchi mai di controllare che il pubblico e il privato si amalgamino correttamente. E questo è il compito, oltre che degli organi di controllo, di tutti noi, attraverso quella che convenzionalmente chiamiamo “democrazia”.

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