Discorso laico sull’Imu alla Chiesa

Il dibattito attorno all’Imu sugli edifici commerciali posseduti dalla
Chiesa cattolica è stato posto su basi che poco laiche e molto
ideologiche, ovvero astratte. Per essere laici occorre ragionare in
termini di costi-benefici e non solo in termini di eguaglianza di
trattamento di fronte al fisco, o in termini giuridici, come sta
facendo la Ue. E se vogliamo parlare di costi-benefici occorre partire
dai numeri. Secondo Luca Antonini, presidente della Commissione
tecnica per l’attuazione del federalismo, le mancate tasse pagate
dalla Chiesa Cattolica sugli immobili da lei posseduti e utilizzati
per fini commerciali (alberghi, soprattutto) si aggira intorno ai
70-80 milioni di euro l’anno. L’economista Tito Boeri mette in dubbio
i dati di Antonini e, usando le aliquote previste dal decreti sul
federalismo, porta il mancato incasso per i comuni (a federalismo
compiuto) a 150 milioni l’anno ma avverte che si tratta, ancora, di
una stima in difetto. Prendiamo però, per buoni, i calcoli di Boeri e
diciamo che ai comuni italiani vengono (verranno) a mancare ogni anno
150 milioni di euro di tasse sugli immobili della Chiesa cattolica.
Lasciamo stare che se li pagasse non risolverebbe nulla dei bilanci
dei comuni, non è questo il punto.
E’ del tutto evidente che se la Chiesa pagasse 150 milioni di euro di
tasse in più avrebbe, per mantere un eguale livello di servizi
offerti, solo due strade: aumentare le tariffe, nel nostro caso il
costo delle vacanze negli alberghi di sua proprietà, oppure tagliare i
servizi. Nel primo caso ad essere colpite sarebbero solo in minima
parte famiglie benestanti che potrebbero trovare conveniente
rivolgersi ad un albergo “a-confessionale” perchè i più danneggiati
sarebbero le famiglie che non hanno le disponibilità per accedere al
“mercato libero” degli alberghi e nemmeno per accedere alle offerte
della Chiesa, visto che i prezzi si equivarrebbero. Non resta che la
seconda strada: i tagli. Centocinquanta milioni di euro equivalgono,
più o meno, a quanto la Cei versa alle diocesi italiane ogni anno per
attività di assistenza e 5 volte quanto la Caritas impiega in Italia
sempre per l’assistenza alle fasce più disagiate della popolazione.
Tra i tanti dati che si possono citare ne basti uno solo: ogni giorno
solo la Caritas garantisce un pasto a 550mila persone povere che
altrimenti non saprebbero come nutrirsi. E’ indiscutibile che questa
attività di assistenza sia un servizio sociale garantito alla società
senza oneri per lo Stato.
Appesantire la Chiesa cattolica di 150 milioni di tasse in più
corrisponde, in altre parole, all’azzeramento di quanto ogni anno la
Cei versa alle diocesi. E’ ovvio che non si arriverebbe ad un taglio
dei trasferimenti da parte della Cei, ma i numeri servono per capire i
valori in campo. L’Imu, insomma, la si può far pagare, ma in questo
caso occorre risolvere il problema di quei 550mila (anche questa è una
cifra in difetto) pasti caldi al giorno. I comuni, cioè, dovrebbero
dimostrare che con 150 milioni di euro in più in tasca riuscirebbero a
garantire lo stesso servizio sociale offerto dagli enti che proprio
dal vantaggio di non pagare l’Imu, traggono le proprie risorse. Cioè:
i comuni italiani dovrebbero essere in grado di farsi carico
dell’emergenza povertà come e meglio di come se ne sta facendo carico
la Caritas nazionale e le Caritas diocesane, che sono nella quasi
totalità dei casi, aiutate nei loro compiti dalle parrocchie, nella
stragrande maggioranza dei casi proprietarie di quegli immobili che si
vorrebbero tassare. La storia delle inefficienze pubbliche autorizza a
dubitare che i comuni italiani ne siano capaci e per questo il
laicissimo ragionamento sui benefici che l’Imu alla Chiesa porterebbe
non regge il confronto con i costi che le amministrazioni locali
dovrebbero sopportare.

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