Welfare, l’inganno di Boeri

Voglio dare qualche notizia a Tito Boeri. Lo Stato non è capace di garantire il sostegno alle fasce più povere della popolazione. Non se ne sarà accorto, ma è così. Non è che non voglia, è che proprio non è capace, non ci riesce. Sarà la burocrazia, saranno leggi fatte male, sarà che non ha soldi abbastanza, ma proprio ‘gna a fa. La seconda notizia che voglio dare a Tito Boeri è che ad aiutare i poveri le associazioni di volontariato sono bravissime. Quelle cose che nascono dal basso, dalla gente (ha presente?) quelle associazioni fatte da persone che si mettono insieme, decidono di fare qualche cosa di buono, che dedicano il proprio tempo per gli altri, finanziate magari con soldi pubblici, certo, che però il pubblico non sa spendere e sprecherebbe. Quelle cose lì, insomma. Gente strana. Basti pensare che milioni di italiani lo fanno senza guadagnarci niente. Sarebbero da internare. Sono sfuggenti, non controllabili, non inquadrabili e nemmeno definibili con precisione scientifica. Che sono, Onlus? O Associazioni? O delle lobby? Chissà poi perché lo fanno: per “promuovere una religione o un partito politico”, come sospetta Boeri? O per i propri interessi? Insomma, si chiede Boeri su La Repubblica in un articolo intitolato “Welfare, l’inganno della carità”, il liberale Boeri (sia ben chiaro, che a nessuno venga in mente di mettere in discussione il sincero liberalismo di Boeri) perché dare la facoltà ai comuni di far gestire i soldi per le fasce più disagiate dei cittadini italiani, quelli che hanno perso un lavoro e hanno 2, 3, 4 bocche da sfamare, alle associazioni caritatevoli se nemmeno sappiamo come definirle, che citeri adottano per aiutare le persone, se nemmeno sappiamo con che criteri verrebbero scelte dai comuni? Sì, in effetti, se non sappiamo con che criteri verranno scelti i benefattori, come si fa a fargli gestire dei soldi pubblici? Che poi si corre il rischio che queste associazioni caritatevoli promuovano “una religione” o, peggio, “un partito politico”.

Domande, sospetti, interrogativi tipici di chi non guarda mai la realtà. Coerenti con l’ideologia che il liberalismo va bene, ma se è pubblico. Così devono essere i comuni a gestire i soldi per i poveri, perché si sa bene come sceglie i poveri da aiutare. E qui Boeri casca sul Pio Albergo Trivulzio, perché dice che sono lastricate le vie della metropoli lombarde di enti assistenziali che favoriscono le famiglie che non sono certo in condizioni di bisogno…”. I tre puntini di sospensione che Boeri lascia cadere dalla sua penna molto liberale si riferiscono al Pio Albergo Trivulzio che però è gestito dal pubblico, in particolare proprio da quel Comune al quale Boeri vorrebbe assegnare l’obbligo esclusivo di gestire i soldi pubblici per i poveri. Ma come fa a non vedere la realtà, Boeri? Il Pio Albergo Trivulzio è la dimostrazione che quando il pubblico vuole fare del bene non ne è capace e finisce per dare un appartamento a canone scontato alla compagna del noto e benestante avvocato Giuliano Pisapia candidato a sindaco di Milano per il centrosinistra. Chi promuove “un partito”, Boeri, non è la Caritas, è il Comune. Ma come fa a non capirlo? “Attribuendo la scelta dei beneficiari al terzo settore ilò rischio che i soldi non vadano ai poveri è più forte che lasciando alle amministrazioni pubbliche questa funzione”. Che ridere.

A questi liberisti pubblici non riescono proprio a capire che la realtà è più bella di tutto ciò che sta dentro allo Stato e che può esistere, incredibile ma vero, delle persone che aiutano senza chiedere tessere di partito o confessione regiosa. Lui che si preoccupa, su La Repubblica, che se i soldi pubblici venissero dati ad associazioni caritatevoli di confessione religiosa, questi li userebbero per “promuovere una religione”, lo ha mai fatto un giretto nelle mense della Caritas? Se fosse povero e ci andasse vedrebbe di tutto: musulmani, induisti, cattolici e animisti e molti, moltissimi senza Dio. Ma non vi vedrebbe nessuno statalista come lui. Vi vedrebbe persone di tutte le latitudini del pianeta Terra lì a mangiare, senza chiedersi con quale criterio il piatto di pasta e ceci che hanno di fronte ha scelto la loro bocca, perché è stata la loro bocca a scegliere la pasta e ceci. E secondo me, ma è solo un’impressione, mentre mangiano l’unico pasto caldo della giornata, non si stanno chiedendo se sono alla mensa di San Francesco, a quella delle suore del Sacro Cuore di Gesù o alla mensa del Comune, all’arcigay, alla mensa marxista. E, pensi, Boeri: nelle mense della Caritas non si mangia il maiale per rispettare i musulmani. Secondo me, senza saperlo, le mense della Caritas stanno subdolamente promuovendo la religione musulmana sotto le mentite spoglie di un’associazione cristiana, Boeri deve avere ragione.

 

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