Tu quoque, Dario Di Vico…

Anche uno dei giornalisti che stimo di più, Dario Di Vico, si è lasciato andare stancamente, oggi sul Corriere della Sera, a un refrain in base al quale la colpa del fatto che i figli non escono di casa sarebbe della famiglia che li coccola fino a 35 anni.Quindi per costringerli a uscire e a cercarsi un lavoro occorre “colpire” il welfare dei padri in modo che anche le loro madri siano “costrette” se vogliono arrivare alla fine del mese, a cercarsi un lavoro. Tesi un po’ datata, in verità, proposta per la prima volta da Alberto Alesina e Andrea Garibaldi nel libro “L’Italia fatta in casa” e ripresa, sempre abbastanza stancamente, da altri commentatori ed economisti come Tito Boeri.

Assodato che alzare l’età pensionabile è una priorità indiscutibile e ridurre la rete di protezione attorno ai lavoratori “troppo” tutelati (“troppo” rispetto a chi non lo è per nulla), la teoria in base alla quale se si riduce il welfare “famigliare”  le madri e i figli sono incentivati a cercarsi un lavoro fa acqua da tutte le parti. Prima di tutto mi si dovrebbe dire dove è questo benedetto welfare famigliare, visto che gli assegni per i figli a carico sono i più bassi d’Europa, visto che chi ha un famigliare non autosufficiente a carico non ottiene praticamente nulla dallo Stato al quale fa anche risparmiare un sacco di soldi. Prima di tagliarlo, il welfare famigliare, bisognerebbe averlo.

Secondo: il principale motivo per il quale i giovani non escono di casa non è solo e non è tanto il fatto che la famiglia li coccola, ma il fatto che quando escono trovano stipendi da fame. I nsotri precari (il precariato è il primo modo che un giovane ha di introdursi nel mercato del lavoro) sono gli unici al mondo che vengono pagati meno di un dipendente a tempo indeterminato. Con lo stipendio di un precario, un giovane, riesce sì e no a mettere insieme il pranzo (panino) con la cena (pizza) ed è ovvio che vada dai genitori a mangiare. Adesso mica mi direte che papà e mamma non gli devono aprire la porta, vero?

Terzo: la teoria in base alla quale una donna non cerca lavoro perché il sistema fiscale la incentiva a stare a casa è, appunto, una teoria. Di Vico dovrebbe darmi il nome di una donna, una sola, una qualsiasi che rinuncia ad un lavoro ben pagato e coerente con la sua preparazione professionale al quale rinuncia perché sennò la sua famiglia pagherebbe più tasse. Me ne faccia conoscere una sola. La verità è che il nostro mercato del lavoro è talmente bastardo che una donna non solo guadagna meno di un uomo, ma se resta incinta viene licenziata. Altro che tasse.

Il problema vero non è che la famiglia è troppo tutelata (ma quando mai?), il problema è che intorno ad essa c’è il nulla. Se si chiede alle donne qual’è il servizio del quale sentono maggiormante la mancanza e che impedisce looro di lavorare, la risposta è sempre la stessa: “Gli asili nido”. Secondo la teoria di Alesina la risposta è sbagliata. Siccome, dice lui, gli asili costano più di quanto le famiglie pagano attraverso la retta scolastica, allora il peso di mantenere gli asili andrebbe sulla fiscalità generale, cioè anche su chi non ha figli. Interessante. Sarei dell’idea di far pagare gli ospedali solo agli ammalati e le carceri solo ai carcerati.

La verità è che la famiglia sopperisce da sempre alle macroscopiche mancanze dello Stato e oggi la si accusa di “sopperire troppo”. Quindi invece di far fare allo Stato il suo mestiere (costruire asili e case per i giovani studenti o le giovani coppie a prezzi calmierati) si vuole colpire la famiglia che “fa troppo”. A me puzza come un ragionamento poco poco statalista e illiberale.

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