“Mani Bucate”: 5 milioni pubblici al resort di lusso (con truffa)

Nel cuore del parco nazionale del Vesuvio sorge Villa Rota Resort, un luogo dove la natura ti avvolge e dove potrai trascorrere piacevoli momenti di relax. E’ la frase che lancia lo spot pubblicitario di una struttura circondata da cinque ettari di verde e con trenta suite disponibili. Basta chiudere gli occhi e immaginarsi lo scenario. Ma questo è anche l’inizio di una storia di abusi edilizi, fatture false e passaggi di proprietà fittizi, finalizzati ad ottenere illecitamente dallo Stato una pioggia di euro.

Soldi pubblici che circa sette anni fa diedero la spinta decisiva per far nascere Villa Rota Resort, una struttura turistico-ricettiva di Boscotrecase, in provincia di Napoli, dietro la quale, però, ci sarebbe una mega truffa da cinque milioni di euro. Tanto ha incassato fino al 2005 la “Ansari Srl”, società beneficiaria di un contributo pubblico nell’ambito della legge 488/92 per lo sviluppo del Mezzogiorno. La sostiene la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, che dal 2007, in collaborazione con la Guardia di Finanza, ha acceso i riflettori sull’albergo ristorante ai piedi del Vesuvio. Attraverso un giro di fatture false per forniture ritenute inesistenti, i titolari della società avrebbero gonfiato i dati da presentare al Ministero dello Sviluppo economico e per calcolare l’ammontare del contributo. In alcuni casi si trattò solo di un’alterazione delle cifre, come per la ristrutturazione edilizia della storica villa appartenuta al nobile marchese napoletano Don Carlo Rota. In altri casi, invece, la Procura sostiene che si sia in presenza di operazioni fantasma, certificate da fornitori complici al solo scopo di spillare più soldi possibili allo Stato, da dirottare poi verso i conti dei soci.

Per l’affare Villa Rota Resort il gup del Tribunale di Torre Annunziata, Elena Conte, ha rinviato a giudizio quattordici persone, accusate di truffa ai danni dello Stato (il processo si è aperto martedì 20 settembre davanti al giudice monocratico Alessandra Maddalena). In cima alla lista degli imputati c’è Antonio Formisano, un 52enne di Pompei amministratore delegato della Ansari Srl, società che prima si occupò della realizzazione della struttura e attualmente ne cura la gestione. Formisano è anche l’unico che in questa vicenda è stato arrestato, ma per violazione dei sigilli dopo un precedente sequestro dei carabinieri per abusivismo edilizio. In questa vicenda sono coinvolti anche la moglie dell’imprenditore, Maria Tecla Romalda Nalbone, e altri familiari, tra cui una zia di 98 anni. Quest’ultima è la protagonista della vendita fittizia della villa settecentesca e del terreno adiacente: l’imprenditore documentò che quella struttura era costata alla società tre milioni di euro. Per gli inquirenti, però, l’intero complesso era già di sua proprietà. In un primo momento avrebbe, quindi, venduto fittiziamente il tutto alla zia quasi centenaria per 150mila euro, per poi riacquistarlo ad un prezzo di tre milioni di euro. Il surplus, ovviamente, sarebbe ritornato sui suoi conti, tanto ad accollarsi l’onere della compravendita ci avrebbe pensato lo Stato.

Inoltre, i titolari della Ansari avrebbero documentato un falso apporto finanziario dei soci, pari a dieci milioni di euro, un requisito fondamentale per poter accedere al contributo pubblico.

Quegli anomali Proprio quei passaggi di proprietà – uniti all’età avanzata di uno dei contraenti – balzarono agli occhi degli investigatori, che nel 2007 fecero partire una verifica fiscale che ha portato alla scoperta della presunta truffa. Quasi in contemporanea i carabinieri hanno indagato sugli abusi edilizi commessi sulla zona sottoposta a vincoli paesaggistici e vulcanici, in piena zona rossa del Vesuvio. Due blitz portarono alla denuncia, nel 2008, sia dell’amministratore che della moglie, oltre ad alcuni operai impegnati nella costruzione di manufatti, in sbancamenti e scavi non autorizzati. Oltre alla presunta truffa, quindi, c’è anche l’ipotesi che per realizzare quella mega struttura da trentatrémila metri quadrati si sia deturpato il territorio, in un’area che ha già pagato a caro prezzo di una cementificazione selvaggia a partire dagli anni Ottanta. E non sempre si è trattato dei cosiddetti abusi di necessità (sono centinaia le ordinanze di demolizione non eseguite in tutta l’area a rischio vulcanico).

Intanto anche grazie a queste opere abusive il valore della villa è cresciuto a dismisura, raggiungendo i 18 milioni di euro secondo le stime della Guardia di Finanza, che nel novembre del 2010 pose sotto sequestro tutte le opere realizzate, proprio su disposizione della Procura della Repubblica di Torre Annunziata. L’attività di ristorazione e di resort, però, è ripresa dopo pochi giorni in seguito al dissequestro disposto dal gip.

Nel procedimento penale in corso, che vede imputati anche i rappresentanti di ditte compiacenti che emettevano fatture false e un consulente fiscale della Ansari, il Ministero dello Sviluppo economico è parte lesa. Nessuno, però, si è costituito parte civile nel processo e quindi non otterrà nemmeno un centesimo di risarcimento dei danni.

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