“MANI BUCATE” La storia dei 51 milioni di euro pubblici a Eurallumina (e dei 25 che l’Italia non vuole recuperare)

“Non ha senso controllare i sussidi alle imprese, come chiedono gli Stati membri dall’inizio dell’integrazione europea, se i governi non recuperano i fondi nei casi (relativamente rari) in cui tali sussidi non possono essere autorizzati”. Domanda: secondo voi a quale Stato membro si stava riferendo Joaquín Almunia, Vicepresidente della Commissione e Commissario responsabile per la politica di concorrenza, quando ha pronunciato questa frase? Risposta esatta. All’Italia, che ha il record europeo dei casi di mancato recupero di soldi dati illegalmente alle imprese.

Almunia si riferiva, in particolare, ai 25 milioni di euro che lo Stato italiano deve farsi restituire dal gruppo Eurallumina addirittura dal 2005.

Quell’anno la Commissione, come racconto in “Mani Bucate” il libro che per la prima volta svela l’incredibile orgia degli aiuti di Stato alle imprese private, la Commissione europea ha stabilito che gli sconti fiscali sulle accise dei combustibili pesanti utilizzati dall’azienda sarda tra il 3 febbraio del 2002 e il 31 dicembre del 2003 erano “illegali e incompatibili” e impose l’immediato recupero delle tasse che la società non aveva pagato. L’Italia, come se nulla fosse successo, che fa? Rinnova gli sconti che vennero applicati dal primo gennaio del 2004. Ovviamente anche questi vennero dichiarati “illegali e incompatibili” dalla Ue che nel 2007, per la seconda volta, impose a Roma di recuperarli “senza indugio”.

Ovviamente nessuno mosse un solo mignolo per farsi restituire quei 25 milioni concessi sotto forma di sgravi ed è per questo che il 20 settembre di quest’anno, pochi giorni fa, quindi, la Commissione ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia europea. Eurallumina era controllata, in quel periodo, dalla multinazionale Rio Tinto attraverso la controllata Comalco Limited con sede a Portoscuso, in Sardegna che, nel 2006, vendette lo stabilimento alla OAO Russian Aluminium (gruppo Rusal che appartiene al magnate Oleg Deripaska del quale racconto fatti e, soprattutto, misfatti)) che, nel 2009, interruppe la produzione. Come mai? Perché l’Italia, pur evitando accuratamente (e scandalosamente) di farsi ridare indietro i 25 milioni dalla Comalco- Rio Tinto, ha interrotto il regime di sconti fiscali sulle accise ed è proprio per questo OAO-Rusal ha deciso di chiudere non prima di essere indagata per disastro ambientale a causa dei fanghi rossi dispersi nel terreno circostante la fabbrica.

Ma Eurallumina non ha solo ottenuto sconti sul combustibile: nel 2006, come racconto nei dettagli in “Mani Bucate”, ha anche incassato 15,6 milioni di euro di soldi pubblici. E li ha incassati appena 7 giorni prima che l’azionista di maggioranza, la Rio Tinto, la vendesse alla Rusal che, nel 2007, ottenne altri 11 milioni di euro. Per poi chiudere appena due anni dopo. Da allora i mille dipendenti sono in cassa integrazione. Gli oltre 51 milioni provenienti dalle tasse degli italiani non sono serviti a creare un’impresa solida, capace di camminare sulle sue gambe, ma un’industria mantenuta dallo Stato che, appena lo Stato interrompe i sussidi, semplicemente, chiude. Lasciando disastri.

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