“MANI BUCATE” Così gli aiuti di Stato hanno fatto fallire il salotto pugliese

Questa è la dolorosa storia del fallimento della New Interline. E dell’Italia che è stata condannata dalla Ue prima perché l’ha aiutata con soldi pubblici in modo illegale e poi anche perché non ha recuperato i soldi che le aveva dato. Ed è anche la storia di come 1200 persone sono rimaste per strada e di come i sussidi pubblici all’imprenditore ha addirittura aggravato la situazione invece di risolverla.
New Interline, che produceva divani, andò in crisi nel 2007 a causa del crack del suo maggior cliente, Courts Forniture. L’Italia iniziò ad aiutare l’azienda di nascosto, ma quando la Ue se ne accorse scoprì un tale ginepraio di aiuti che fu costretta ad aprire ben tre procedure per capirci qualcosa. L’indagine parte da delle ipotesi: “I contributi propri consisterebbero in un aumento di capitale di 600mila euro (apparentemente già effettuato), nella cessione delle attività non più necessarie al funzionamento dell’impresa (non specificato quali), insieme a apporti futuri di nuovi partner. La fonte di questo aumento di capitale non è stata specificata, né è stato indicato se esso implica aiuti di Stato”. Partiamo bene, insomma. Più avanti si scoprì un po’ di tutto. Scoprì che il ministero dello Sviluppo Economico aveva dato una garanzia pubblica su un prestito bancario di 2,75 milioni senza, naturalmente, notificarlo alla Ue, che sarebbe dovuta durare 6 mesi a partire dal 6 marzo del 2006, ma il 6 settembre la garanzia era ancora perfettamente valida. Nello spirito di “Mani Bucate”, il libro che per la prima volta fa i nomi delle imprese che hanno incassato aiuti di Stato, è bene anche in questo caso fare nomi e cognomi. La garanzia pubblica venne concessa quando ministro dell’Industria era Claudio Scajola e sarebbe dovuta scadere quando ministro dell’Industria era diventato Pierluigi Bersani.
Un altro aiuto fu concesso, quando al ministero sedeva il leader del Pd, per la ristrutturazione dell’impresa che prevedeva l’allungamento della garanzia su un prestito bancario fino a 17 anni per un importo complessivo più alto: 4,75 milioni. La Ue, nel valutare le risorse concesse “illegalmente”, è feroce: “L’esito preciso delle misure previste e l’impatto sul ripristino della redditività dell’impresa non è chiaro. L’Italia stessa ammette che ciò dipende da come evolveranno sia la ristrutturazione finanziaria che gli altri fattori coinvolti. Ad esempio, si fa riferimento agli apporti di nuovi soci, ma non è indicato nessun impegno quanto al momento e all’importo. Non è chiaro quali attività saranno cedute e quali entrate genereranno. I dettagli sul risanamento finanziario (trasferimento di attività e passività ad un’altra impresa) e sul suo impatto su New Interline non sono stati sufficientemente spiegati. Più in generale, non è chiaro come la strategia prevista sarà tradotta in fatti concreti e quale sia il calendario per l’attuazione delle misure”. E comunque, scrive la Commissione, “se l’impresa, stando alle sue stesse previsioni, in uno scenario normale tornerebbe redditizia già nel 2007 e nell’ipotesi pessimista nel 2010, la Commissione non vede perché la garanzia debba durare 17 anni”. Domanda legittima. Alla quale Bersani non ha però mai risposto. Secondo la Ue la risposta è che una garanzia così lunga è “un segno di mancanza di fiducia nelle possibilità dell’impresa di ripristinare la propria redditività entro il periodo indicato di 5 anni”. Alla fine la Commissione approva il primo aiuto, quello della durata di sei mesi, e obbliga l’Italia a quantificare esattamente l’entità di tutti gli altri aiuti che non gli sono affatto chiari.
Dopo tutta questa fatica, New Interline fallisce nel 2008 e il 14 ottobre del 2011 l’Italia viene condannata dalla Ue perché ha evitato, e in questo caso stiamo parlando dei governi di centro destra quindi prima Scajola e poi Paolo Romani, di insinuarsi nel passivo dell’impresa facendo scadere i termini per la presentazione dell’istanza, e, quindi, ha evitato di recuperare almeno una parte dei soldi concessi.
Se la Ue ha dovuto aprire ben tre procedure per dipanare il ginepraio di aiuti che lo Stato ha concesso alla New Interline e se, nonostante tutto, l’impresa è fallita, allora è evidente che non è dai sussidi pubblici che passa il rilancio di un’impresa. Al massimo accelera solo il crack.

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