“MANI BUCATE” I miliardi di soldi pubblici all’acciaio (e per il Ft la Marcegaglia ha incassato altri 5,2 milioni)

L’acciaio italiano è stato ricoperto d’oro pubblico negli Anni ’80 e ’90, quando nel mondo si verificò un’eccedenza produttiva che portò al consolidamento delle imprese e alla scomparsa di molti piccoli poli siderurgici agevolata dalla legge 193 del 1984 che consegnò 250 miliardi di lire agli imprenditori che chiudevano i loro impianti. Come al solito ci fu una corsa a perdifiato da parte degli industriali a chiudere e incassare tanto che era prevista una riduzione di capacità produttiva pari a 3,8 milioni di tonnellate e invece arrivarono richieste per 5,3. Per quelle che non riuscirono a tagliare il traguardo dei sussidi, la Ue mise in piedi una batteria di aiuti per un totale di 3.100 miliardi di lire.

Gli Anni 2000 sono, piuttosto, costellati dalle brutte figure che l’Italia ha rimediato in Europa ogni volta che chiedeva di aiutare le proprie aziende siderurgiche. Le peggiore è stata in occasione della grande infornata del 29 novembre del 2000 quando avanzò la richiesta di aiutare, in una botta sola, ben 5 impianti siderurgici. Ora, bisogna sapere che in genere gli aiuti vengono chiesti sulla base di investimenti che si hanno intenzione di fare, oppure, più raramente, per investimenti che si sono appena iniziati a fare. In questo caso l’Italia chiede alla Ue di aiutare 5 imprese per investimenti fatti 10 anni prima, guardacaso proprio nel periodo durante il quale molti concorrenti erano riusciti ad incassare i contributi alla chiusura. Non è normale. Si tratta di: Acciaierie e Ferriere Leali Spa (che, per sostituire un forno, ha speso 1,44 miliardi di lire e che lo Stato vuole aiutare con 273 milioni); Acciaierie e Ferriere Beltrame Vicenza Spa (che ha realizzato una nuova colata continua spendendo 10,23 miliardi di lire alla quale lo Stato vuole partecipare con 1,8 miliardi); Acciaierie e Ferriere Beltrame San Giorgio Nogaro Spa (che ha sostituito un forno a riscaldo spendendo 2,3 miliardi di lire e che spera di avere 450 milioni); la Lucchini Mura Spa (che sostituisce due forni spendendo 5,5 miliardi di lire e conta su una spintarella pubblica da 930 milioni) e la Lucchini Lovere Spa (che deve cambiare il sistema di alimentazione dall’olio combustibile a metano di due forni e spende 800 milioni e che spera di ottenerne 100).

Quando i produttori di acciaio inglesi lo vengono a sapere si imbufaliscono. Fecero presente a Bruxelles che la motivazione alla base della richiesta degli aiuti, cioè la tutela ambientale, è una balla colossale e si stupiscono pure che la Ue possa aver dato credito anche per un solo minuto alla giustificazione italiana. La sostituzione di quei macchinari, dicono gli inglesi, servono solo ad aumentare la capacità produttivi e questo è contrario alle norme europee. La Ue, ovviamente, apre un’inchiesta e impiega poco tempo a concludere che gli inglesi hanno ragione e che gli italiani, come si dice, ci hanno provato. Tanto è vero che quando venne chiesto a Roma di dimostrare che quegli investimenti erano funzionali all’abbassamento dell’inquinamento atmosferico, Roma non riuscì che a balbettare. Alla fine, il 29 novembre del 2000, Bruxelles si decide ad archiviare tutto e non parlarne più.

Nonostante che negli Anni 2000 non ci siano stati interventi “di sistema” a favore della siderurgia, ciò non toglie che qualcuno sia riuscito ad incassare qualche strapuntino da parte di qualche regione. Ad esempio, nel 2000 la Cogne Acciai Speciali ha incassato dalla regione Val d’Aosta 1,5 milioni di euro per 5 progetti di ricerca e altri 510mila euro tra il 2006 e il 2010 per la formazione dei dipendenti. Anche all’Ilva di Taranto, del gruppo industriale Riva, arrivarono soldi: 980mila euro nel 2002.

Il 16 luglio del 2008 la Ue chiude un procedimento per aiuti concessi alla Lucchini addirittura 8 anni prima che sono serviti per rendere ecocompatibili i forni dello stabilimento di Piombino. Si tratta di un milione di euro e per erogarlo è stato necessaria una prima indagine, che ha annullato in parte l’aiuto, un ricorso della Lucchini e infine un secondo procedimento, ma alla fine la costanza ha premiato: l’aiuto venne concesso, anche se solo per 700mila euro. Nel 2002 la capogruppo Lucchini, la Duferdofin, e le Acciaierie Valbruna decisero invece di rinunciare a un sussidio non appena vennero avvisate che la Ue voleva iniziare un procedimento. Niente aiuti anche alle Ferriere Nord Spa che nel 2000 dovette rinunciare a 1,6 miliardi di lire: voleva farli passare come incentivi per la tutela ambientale. Una delle società che hanno ottenuto soldi pubblici negli Anni 2000 sarebbe invece, proprio quella controllata dalla famiglia Marcegaglia. Secondo il motore di ricerca sulla destinazione degli aiuti pubblici del Financial Times, avrebbe ottenuto 5,2 milioni per la “Marcegaglia Taranto”, dove possiede una fabbrica siderurgica, provenienti dal fondo Fesr per lo sviluppo industriale.

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Una Risposta to ““MANI BUCATE” I miliardi di soldi pubblici all’acciaio (e per il Ft la Marcegaglia ha incassato altri 5,2 milioni)”

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