“MANI BUCATE” La vera storia dei 21 chilometri (prima parte)

Molti dei visitatori di questo sito mi chiedono di raccontare “la storia dei 21 chilometri”. Allora ho deciso di pubblicare la prima parte (domani la seconda) dell’introduzione di “Mani bucate” dove ne parlo. Ecco, quindi, la vera storia dei 21 chilometri…

“Ogni anno un fiume di denaro passa dalle casse pubbliche a quelle private. Per fotografare questo traffico selvaggio basta andare nella prima periferia di Roma. E’ un lunedì mattina come tanti. Raggiungo il palazzo che ospita gli uffici del dipartimento per lo Sviluppo e la coesione economica, scendo nei sotterranei, tra scale di ferro arrugginite, luci al neon che stanno esalando gli ultimi sprazzi di energia e odore di chiuso. Arrivo di fronte a una porta di ferro. Apro. Sulla destra c’è un interruttore; premendolo, l’immenso locale sotterraneo si illumina a giorno, rivelando qualcosa di incredibile: scaffalature lunghe centinaia di metri, alte fino al soffitto. Ognuna è divisa in una decina di ripiani, su ciascuno dei quali riposano centinaia di quintali di incartamenti, tutti ordinatissimi nelle

loro cartelline colorate il cui significato è noto soltanto a chi le ha catalogate. Se tutti quei faldoni fossero messi l’uno di fianco all’altro coprirebbero ventuno chilometri: più o meno la distanza tra Roma e il mare. In questi ventuno chilometri c’è la storia industriale italiana come nessuno l’ha mai raccontata. C’è una parte delle ragioni del nostro esorbitante debito pubblico (il quarto al mondo), dell’assistenzialismo eletto a metodo di governo, del paternalismo di Stato finanziato con le tasse di tutti.

Gli incartamenti contengono delibere, revisioni, autodichiarazioni, leggi che dal 1980 a oggi hanno permesso a milioni di imprese italiane di ricevere soldi pubblici, incentivi, sussidi. Lì è conservata la supponenza degli industriali che hanno chiesto “soldi veri” ai governi già prima che lo facesse la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Eccoli, i “soldi veri”: ventuno chilometri di sussidi.

Questo libro racconta a chi finiscono i soldi che gli italiani versano allo Stato attraverso le tasse e che lo Stato usa per sostenere l’impresa privata. Ciò che occorre tenere presente prima di entrare in questa galleria degli orrori è che le entrate fiscali italiane sono alimentate al 70 per cento circa dalle imposte pagate da dipendenti e pensionati e al 30 per cento circa da quelle versate dalle imprese. Ciò significa che il 70 per cento di tutti i soldi andati a un’impresa vengono dalle tasse dei suoi dipendenti o ex dipendenti. E questo vale anche per i fondi europei, visto che l’Italia è un “contribuente netto” dell’Europa, cioè versa più di quanto riceve.

Non esiste in Italia un solo settore economico che non sia sussidiato: dalle banche all’industria, dall’agricoltura alle telecomunicazioni, dai trasporti al turismo, dallo sport alla finanza, dalla ristorazione allo spettacolo, dall’editoria alla moda, lo Stato elargisce soldi a tutti, perfino alla Borsa. E l’effetto di questa pioggia di soldi è che tutto ciò che compriamo l’abbiamo già pagato con le imposte prima ancora di passare alla cassa. Le nostre tasse sono servite per finanziare la neve artificiale, il quotidiano del mattino, il caffè, l’automobile, la benzina e perfino l’idromassaggio nell’hotel di lusso, il campo da golf o la crociera”.

(continua…)

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