“MANI BUCATE” La vera storia dei 21 chilometri (ultima parte)

La seconda e ultima parte dell’introduzione di “Mani bucate”.

“Per gli ottimisti il sussidio è il fertilizzante che può concimare il campo dell’imprenditore perchè produca frutti sempre migliori. Non è vero: la particolarità dei sussidi italiani è quella di essere perfettamente inutili. E’ stato calcolato che l’effetto dei sussidi alle imprese del Mezzogiorno sia stato quello di far crescere il Pil del Sud dello 0,25 per cento in più ogni anno tra il 2000 e il 2005. In altre aree depresse dell’Europa la crescita nello stesso periodo ha oscillato tra il triplo e il quadruplo in più. Ciò significa che i cittadini italiani ricavano benefici assolutamente marginali dai sussidi alle imprese. Benefici che durano fino a quando lo Stato non stacca la flebo interrompendo il flusso di denaro pubblico. A quel punto troppo spesso scatta la minaccia: o gli incentivi o la chiusura. Ecco il meccanismo con il quale le grandi imprese finiscono per ricattare lo Stato.

In Italia i sussidi, che dovrebbero far crescere ricchezza e occupazione, spesso sono puro e semplice assistenzialismo, che per di più sembra impossibile da eliminare. E questo sia perché tutti gli Stati del mondo sussidiano le proprie imprese (e sarebbe semplicemente folle quel paese che decidesse autonomamente di staccare la flebo), sia perchè i sussidi servono per indirizzare la politica economica di una nazione. Ma sono impossibili da eliminare anche perchè la crisi che ha colpito l’Occidente ha generato insicurezza economica, che a sua volta ha generato la richiesta di mantenere inalterata la spesa statale a difesa dei diritti acquisiti. Ma la particolarità italiana è che il “diritto alla cultura” significa più soldi pubblici ai cinepanettoni o a film giudicati di “interesse culturale” come Winx Club, finanziati con l’aumento delle tasse sulla benzina. “Diritto a un ambiente migliore” significa più sussidi alle energie rinnovabili, anche se questo vuol dire più prelievi sulle bollette delle famiglie, che nel 2011 pagheranno sei miliardi di euro ai produttori di energia verde. “Diritto a essere informati” significa più contributi all’editoria, compresi gli innumerevoli quotidiani di partito, anche se questo vuol dire dare milioni di euro a giornali che vendono poche decine di copie. “Diritto a internet” significa più sussidi alle imprese telefoniche perchè posino la fibra ottica

in tutt’Italia, anche se questo significa meno concorrenza sui servizi telematici.

Più sale la richiesta di nuovi diritti, più sale la pressione sullo Stato perchè fornisca i soldi necessari a soddisfarli. Così, invece di stabilire regole e farle rispettare, lo Stato finisce per ridursi a un bancomat il cui dovere è concedere soldi (anche quando dovrebbe smettere) a imprenditori che si sentono in diritto di ottenerli, soprattutto se li hanno sempre ottenuti.

Questo libro squarcia il velo di ipocrisia collettiva alimentata da politici, imprenditori e sindacalisti, secondo cui l’unico modo per salvare un’impresa in crisi o sviluppare un’area depressa sia spendere soldi pubblici, fingendo di credere che servano a qualcosa di diverso dal consolidare un rapporto insano tra politica e industria, tra voti e fabbrica, tra imprenditori malati di assistenzialismo e politici affamati di consenso. E ciò avviene anche se entrambe le parti in causa sono consapevoli che non è questa la strada per creare nuove imprese, rivitalizzare il Mezzogiorno, aumentare l’occupazione e la ricchezza. Lo sanno benissimo. Lo sanno tutti. La realtà insegna che gli imprenditori cercano il sussidio pubblico, lo usano, a volte anche bene, ma sempre con la mano sinistra, e contemporaneamente accusano lo Stato di invadere spazi di libertà economica. Fingono così di dimenticare che l’iniziativa privata subirebbe un colpo mortale se i governi non la sostenessero concedendo soldi a industriali che chiedono al pubblico di condividere i rischi d’impresa senza dare conto dei risultati nè ripartire i benefici. In Italia non è solo lo Stato a voler essere statalista: sono anche i privati a non voler essere liberali. Alla fine, anzichè una concorrenza tra aziende pubbliche e aziende private, si è creata un’area grigia nella quale tutte le aziende sono un po’ pubbliche e un po’ private, nella quale è impossibile capire se la responsabilità della mancata crescita di un’industria sia dell’imprenditore incapace o del pubblico che non lo ha sostenuto con maggiori incentivi.

Ecco, questo libro è il risultato di un lungo viaggio nella galleria degli orrori dei sussidi, proprio là dove sfuma il confine tra Stato e mercato.

C’è un modo per uscire da un sistema che non produce benessere? Una via è stata indicata dal governatore della Banca d’Italia e prossimo governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando ha sottolineato che è molto più utile usare i soldi pubblici per l’effettiva applicazione delle leggi, puntando a creare quell’indispensabile infrastruttura che si chiama legalità. Una seconda via può essere quella di affidare ai corpi intermedi della società la responsabilità della concessione

dei fondi pubblici, o almeno di una parte di essi, premiandoli sulla base dei risultati. I casi di soldi pubblici gestiti da entità private o associative sono numerosi (esperienze positive sono state avviate da Umbria, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte) e dimostrano che la gestione sussidiaria degli incentivi pubblici è l’unica che può intaccarne l’uso clientelare. La terza strada è forse quella di cominciare a ribaltare il paradigma che governa la teoria dei sussidi: paradigma che vuole che sia l’offerta a creare la domanda. Visti i risultati, è evidente che non è così e che forse finanziare la domanda, cioè lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini, porterebbe a risultati migliori.

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