“MANI BUCATE” Il gioco delle tre carte dell’Acea per incassare 3,8 milioni di aiuti di Stato

Per A2a, Acea, Iride e Acegas non è stato un buon Capodanno. Il 30 dicembre sono state condannate a restituire gli aiuti di Stato che avevano illegittimamente incassato addirittura negli Anni ’90. La Corte di giustizia europea ha bocciato le impugnazioni delle società rispetto a decisioni precedenti. La vicenda mi rallegra, perché tra il 1994 e il 1998 queste società avevano ottenuto una batteria di aiuti di Stato da fare impallidire quelli concessi alle Fondazioni bancarie (e ho detto tutto). I sussidi vennero denunciati dalla Bdi, la Confindustria tedesca, e nonostante diverse sentenze che ne imposero la restituzione, le aziende, che hanno diversi fronti aperti, hanno sempre fatto spallucce. Non solo: dopo una prima sentenza, del 2002, l’Italia ha continuato come se niente fosse a cercare di dare soldi a queste imprese elettriche. E perfino nello stesso 2002 le aziende hanno incassato soldi e aiuti di Stato.

La vicenda è piuttosto complicata ma quello che sono interessanti sono gli incredibili sotterfugi ai quali sono ricorse queste aziende e l’Italia pur di eludere le leggi europee che vietano (in certi casi) la concessione dei sussidi. La storia migliore vede come protagonista l’Acea di Roma che le ha tentate tutte per incassare 3,8 milioni di euro dallo Stato ai quali teneva particolarmente perfino dopo essere stata “condannata” a restituire gli aiuti ricevuti in precedenza.

Ecco il brano di “Mani bucate” nel quale racconto il tentativo di Acea di imbrogliare la Ue con un giochetto che assomiglia molto a quello delle tre carte.

“Ma il caso più sconcertante riguarda gli aiuti pubblici alle municipalizzate, cioè le aziende possedute dagli enti locali che gestiscono servizi come elettricità, raccolta rifiuti, acqua e gas. Tutto inizia il 16 marzo 2005, quando la Ue avvia una procedura d’infrazione contro la romana Acea per due progetti finanziati dalla Regione Lazio: il primo riguarda il teleriscaldamento nel quartiere romano di Torrino Mezzocammino e il secondo un parco eolico. La Ue si concentra sul primo, che prevede l’erogazione di 3,8 milioni di aiuti al fine della “riduzione delle emissioni di gas a effetto serra”. Non ci sarebbe nulla da dire, se non fosse che appena tre anni prima, nel 2002, l’Italia aveva sussidiato tutte le municipalizzate italiane attraverso esenzioni fiscali e prestiti agevolati che Bruxelles ha poi dichiarato illegittimi. Tutte le imprese che avevano beneficiato di quegli aiuti erano tenute a restituire i soldi, e solo chi lo avesse già fatto poteva sperare di ottenere, eventualmente, nuovi sussidi. Quindi la domanda che la Ue pone all’Italia è molto semplice: l’Acea ha restituito gli aiuti del 2002? Nell’intenso carteggio che si sviluppa attorno a questa banale richiesta emerge un fatto davvero clamoroso: l’Italia non ha recuperato un solo centesimo da nessuna delle società beneficiarie degli aiuti dati illegittimamente tre anni prima. Quindi anche l’Acea, che risulta tra quelle che hanno usufruito degli sconti, non ha restituito nulla. La situazione è chiara: i 3,8 milioni di euro non possono essere concessi fino a quando la società non abbia ridato indietro gli aiuti del 2002. Come spesso accade, la trattativa va in stallo. L’Acea non sembra intenzionata a restituire i soldi e la Ue non intende dare il proprio via libera ai nuovi sussidi. E qui entra in gioco l’ingegno giuridico italiano.

Nel bel mezzo della procedura europea, mentre Buxelles sta aspettando che l’Italia risponda alle sue richieste di chiarimento, l’Acea cosa fa? Cambia la composizione azionaria della società a cui sono destinati i contributi. Da quel momento l’impresa beneficiaria non è più l’Acea ma AceaElectrabel Produzione (Aep), controllata al 50 per cento da Electrabel Italia e al 50 per cento dall’AceaElectrabel. La prima appartiene al 100 per cento alla belga Electrabel, mentre la seconda è per il 40,59 per cento di Electrabel Italia, e per il 59,41 per cento di Acea. In questo modo il nuovo beneficiario non ha più nulla a che vedere con il beneficiario degli aiuti del 2002 e quindi i famosi 3,8 milioni possono essere concessi. Dopo aver compiuto il gioco di prestigio societario, l’Italia comunica alla Ue che “l’identità dei destinatari è mutata dalla decisione della Commissione di avviare il procedimento”.

A quel punto i funzionari europei devono essere stati colpiti da un raptus di risata compulsiva. Poi, dopo essersi asciugati le lacrime e risistemati la cravatta, hanno preso carta e penna e più o meno hanno scritto: cara Italia, può anche darsi che tu abbia cambiato il beneficiario dell’aiuto, ma allora ci vuoi spiegare come mai, se il nuovo beneficiario di questi benedetti 3,8 milioni, l’Aep, non ha nulla a che fare con l’Acea, esso è inserito nel bilancio Acea tra le società consolidate, cioè sulle quali esercita un potere di controllo? La risposta dell’Italia è già un primo mezzo passo indietro: il controllo sull’Aep da parte dell’Acea è esercitato in modo “congiunto” con Electrabel. Ah sì?, risponde la Ue. Per noi però questo “non è rilevante” e poi, francamente, “un accordo tra due parti non può portare a un’esenzione da un obbligo di rimborsare un aiuto illegittimo e incompatibile. Se un tale accordo fosse ammesso porterebbe a un aggiramento sistematico dell’obbligo per le imprese di rimborsare aiuti illegittimi e incompatibili”. L’eclettica scienza giuridica italiana nulla ha potuto di fronte alla grigia applicazione delle regole da parte di funzionari incapaci di riconoscere e premiare l’innovazione nel diritto comunitario. L’aiuto viene bocciato”.

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Una Risposta to ““MANI BUCATE” Il gioco delle tre carte dell’Acea per incassare 3,8 milioni di aiuti di Stato”

  1. finmeccanica docet - I Forum di Investireoggi Says:

    […] […]

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