MANI BUCATE Ecco come gli aiuti di Stato vengono usati per trasformare lavori stabili in posti precari

Adesso vi spiego come gli industriali riescono ad utilizzare i sussidi pubblici per diminuire il personale in esubero. Ma prima di iniziare occorre fare una premessa importante. L’esempio che sto per scrivere riguarda la parte peggiore della nostra imprenditoria. Non tutte le imprese (per fortuna!) hanno questo rapporto malato con i sussidi di Stato e non tutti gli imprenditori (per fortuna!) sono senza scrupoli come quello che sto per scrivere potrebbe far pensare. L’Italia è piena di eccellenti persone, straordinari imprenditori, grandissimi uomini che hanno fondato aziende e che ora cercano un motivo, gliene basterebbe uno solo, per restare in Italia a costruire più benessere per tutti. Però è un fatto che l’esistenza stessa degli aiuti di Stato stimola l’emersione dei soggetti peggiori, come ho scritto, portando migliaia di casi concreti in “Mani Bucate”. Sono i sussidi stessi che sollecitano i personaggi peggiori ad aprofittare di regole mal scritte e di controlli inesistenti. E alla fine il risultato è che con gli aiuti di Stato le imprese peggiori fanno concorrenza alle imprese migliori in modo sleale. Questo è il motivo per il quale i bravi imprenditori italiani sono contrari ai sussidi.

Allora: prendiamo un caso concreto. Un’azienda firma un contratto di programma nel quale si impegna ad assumere un certo numero di dipendenti “nuovi”. Diciamo che si impegna ad assumerne 100 al fine di realizzare il progetto indicato nel contratto di programma stesso che può essere un nuovo prodotto, una nuova fabbrica, un piano di ricerca e via dicendo. A quel punto lo Stato, attraverso o il ministero o la Regione, finanzia quel progetto con, poniamo, 5 milioni di euro. I sindacati ci mettono del loro e accettano, specie se l’impresa si trova in un’area depressa (che sono al Sud come al Nord) deroghe al contratto nazionale di lavoro ad esempio del settore metalmeccanico. Fino a questo punto tutto bene. Lasciamo stare che chi paga, lo Stato, dovrebbe controllare che i soldi vengano spesi bene, che vengano usati esattamente per il progetto indicato sulla carta; che le persone che vengono assunte siano effettivamente “nuove”; che l’azienda si comporti con i soldi pubblici come se fossero suoi. E dimentichiamoci anche che sempre lo Stato dovrebbe poi relazionare periodicamente sullo stato di attuazione di quel progetto che lui ha finanziato con i soldi pubblici. Scordiamoci tutto questo e facciamo finta che tutto vada per il meglio.

A quel punto nasce un problema: l’azienda, che ha 500 dipendenti, ha la necessità di ridurli perché molti di loro sono vicini alla pensione e costano molto. Il modo migliore per farlo è dichiarare lo stato di crisi (quando ci si trova in un’area depressa viene concesso con una certa larghezza); concordare prepensionamenti oppure, più semplicemente, licenziarli in modo collettivo utilizzando le scappatoia legislative che superano l’art 18, rimpiazzandoli con i giovani assunti in base al contratto di programma.

Ma comunque si tratta di nuove assunzioni, e sono costose. Allora come si fa? Si fa così: il metodo che lo Stato ha per calcolare il numero di nuovi assunti non è quello normale, cioè non conta ogni persona assunta e poi fa la somma (1 più 1 fa 2, più 1 fa 3, più 1 fa 4 ecc… ecc…). No: lo Stato calcola le nuove assunzioni in U.L.A., “Unità lavorative anno”. Ogni unità lavorativa corrisponde al lavoro di una persona impiegata a tempo pieno per 12 mesi. Vuol dire che 20 persone assunte a tempo pieno per 12 mesi sono 20 Ula, ma 20 dipendenti assunti part time per 12 mesi sono 10 Ula. Quindi se nel contratto di programma c’è scritto che l’azienda si impegna ad assumere 100 Ula per 1 anno, non è costretta ad assumere a tempo indeterminato 100 persone, ma può assumere 200 persone part time per 12 mesi. In questo modo alla scadenza del contratto di programma l’impresa ha, da una parte, ridotto i costi perché ha eliminato il personale in esubero e dall’altro è riuscita a trasformare 100 posti di lavoro stabili in 200 precari avendo poi la possibilità, data la scarsità di controlli da parte della controparte pubblica, di utilizzare quelle 200 persone facendo loro fare il lavoro che facevano i 100 che aveva in carico con tanti saluti al progetto che lo Stato ha finanziato.

Queste sono le scappatoie alle quali le aziende ricorrono per aggirare la rigidità del nostro mercato del lavoro, ridurre il costo del lavoro per sopperire alla cronica mancanza di prodotti innovativi, che sono gli unici antidoti alla crisi.

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