Perchè Monti vuole chiudere gli stadi: la storia del decreto salvacalcio che lui bocciò

Il premier Monti conosce bene, molto meglio di quanto non sembri, il mondo del calcio. Lo conosce da un’angolatura particolare, inconsueta, quella degli aiuti di Stato. Anche il pallone, infatti, ottenne sussidi pubblici, e lui se lo ricorda bene perchè quando l’Italia varò il decreto “salvacalcio” commissario europeo all’Antitrust era proprio lui. E siccome quel decreto conteneva clausole di salvataggio da paura, ovvio che oggi Monti si rivolti contro un mondo che ha fatto di tutto per salvarsi a spese di tutti.

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Quel decerto era qualche cosa di sconvolgente, dal punto di vista fiscale. In “Mani Bucate” di storie come quelle del salvacalcio ne racconto a centinaia, al punto che avanzo serissimi dubbi, che stanno diventando ormai delle certezze, ahimè, sulla responsabilità della mancanza di una vera economia di mertcato in Italia. Comunemente si pensa che sia lo Stato paternalista a volersi occupare di tutto e a voler aiutare tutti. Dopo aver finito di scrivere “Mani bucate” mi sono fatto la convinzione che sono gli imprenditori a non essere liberali e a correre sotto le gonne di mamma-Stato per chiedere rifugio. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo al salvacalcio. Ecco la vera storia del decreto. Ed ecco come i contribuenti italiani hanno seriamente rischiato di pagare le follie di un comparto industriale che era andato totalmente fuori controllo. 

Tutto inizia nel 2002 con il decreto subito ribattezzato “salvacalcio”. Era una specie di legge “Tremonti bis” al contrario: invece di agevolare chi fa investimenti ha aiutato chi ne ha fatti troppi e rischiava di fallire. Troppi debiti e bilanci, diciamo così, scritti in modo estroso avrebbero portato dritto in tribunale le migliori squadre del campionato italiano. Il punto è semplice: le società avevano pagato troppo dei calciatori che magari avevano usato solo per qualche partita, che poi avevano rivenduto a prezzo maggiorato sia, a volte, per nascondere passaggi di denaro fiscalmente rilevanti sia per mostrare conti più sani di quello che erano. Il giochetto di aumentare in continuazione il valore dei giocatori era possibile grazie al sistema del baratto: un giocatore veniva venduto a 10 volte il valore al quale lo si era acquistato magari solo l’anno precedente e si ottenevano in cambio 2 giocatori invece che soldi cash. Questo permetteva sia al venditore del campione, sia all’acquirente, di sopravvalutare il suo talento senza che nessuno sborsasse una lira. Il giocattolo, prima o poi, doveva rompersi.

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Rocco Buttiglione

E infatti si ruppe perché non si può sopravvalutare all’infinito un giocatore di calcio. Si doveva svalutare il parco-campioni, ma, svalutando, le perdite sarebbero state insopportabili per i bilanci. Per questo il 24 dicembre del 2002 viene varato il decreto 282, approvato definitivamente il 21 febbraio del 2003. Quel giorno venne inserito un emendamento che permetteva alle società di ammortizzare in dieci anni, anzichè in uno solo, gli oneri di bilancio causati dalla perdita di valore dei calciatori. Una manosanta. Naturalmente c’è anche chi maligna sul ruolo di questo o quel dirigente e su questa o quella banca. Ad esempio: Franco Carraro, presidente della Federcalcio era anche presidente del Mediocredito centrale, controllata dalla Banca di Roma allora presieduta da Cesare Geronzi, una delle banche che avrebbe avuto più da perdere se non fosse stata approvata la norma, vista la sua esposizione milionaria (in euro) nei confronti di Perugia, Parma, Roma e Lazio. Ma queste, appunto, sono malignità. Sta di fatto che fece scalpore il rapporto dei revisori dei conti della Deloitte & Touche sulla Lazio. Scrissero che nel secondo semestre del 2002 “la società si trova in una posizione di squilibrio finanziario in quanto le passività correnti superano in misura significativa le attività correnti” e, aggiunsero che si trovavano “nell’impossibilità di esprimere il parere di conformità” richiesto dalla Consob per varare un aumento di capitale da 110 milioni. La Lazio, quindi, che insieme a Juventus e Roma, era già quotata in borsa, da una parte non poteva varare un aumento di capitale per salvarsi e, anche se fosse riuscita ad avere il via libera delle autorità di controllo della Borsa, non avrebbe potuto perché la sua controllante, la Cirio, stava messa peggio di lei, tanto che crollò proprio nel 2003. 

L’altra società che più si giovò del decreto “salvacalcio” fu la Roma travolta, in quello sciagurato campionato, anche dallo scandalo delle fideiussioni bancarie false, stipulate per puntellare bilanci che stavano insieme con lo sputo. Senza quelle fideiussioni la Magica non si sarebbe potuta iscrivere al campionato di serie A, e se non fosse stata iscritta il suo posto l’avrebbe preso l’Atalanta che, infatti, ricorse ai giudici del Tar del Lazio i quali decisero di non esprimersi sostenendo che il decreto “salvacalcio” avrebbe reso ininfluenti le loro decisioni. Il caos era aggravato dai 530 milioni di euro di tasse e contributi che le squadre di calcio non avevano pagato. Solo lo Stato avrebbe potuto salvare il mondo del pallone e così accadde quel 21 febbraio del 2003. Appena approvata, le squadre ne approfittarono immediatamente ricalcolando i bilanci e spalmando proprio su 10 anni le perdite causate dalle svalutazioni ma, anche così, i bilanci erano tutti da sala rianimazione: la Roma era in rosso per 104,7 milioni e da cinque mesi non pagava i suoi giocatori, il Milan perdeva 29 milioni, l’Inter 17, il Parma 77, la Lazio 121, la Sampdoria 8,4 e il Torino (in B) 41. Solo Sampdoria e Juventus non aprofittarono della legge; quest’ultima chiuse addirittura in attivo (2,1 milioni) grazie a cessioni immobiliari. Teoricamente, al 30 giugno del 2003, il mondo del pallone avrebbe dovuto denunciare perdite per 1,3 miliardi, praticamente la legge permise loro di ridurle a 413 milioni di euro. Con il decreto “salvacalcio”, quindi, la Lazio non iscrisse a bilancio perdite per 191,6 milioni di euro nonostante una svalutazione dei propri giocatori per 213 milioni, la Roma riuscì a non iscrivere 120 milioni di perdite e svalutò il parco-giocatori per 234 milioni, l’Inter “risparmiò” 287,4 milioni con svalutazioni per 319 milioni e il Milan segnò meno perdite per 217,8 e svalutò i propri campioni per 242 milioni dopo aver addirittura iscritto il proprio vivaio tra gli attivi. Il Milan, in effetti, fu molto fantasioso: dette un valore ai ragazzini che si allenavano nei campetti di provincia da lei gestiti scommettendo sul fatto che un giorno quei pulcini sarebbero diventati professionisti. Beneficio: 3,6 milioni di euro. Poco, ma quando si è alla canna del gas, tutto fa brodo.

Però si era davvero esagerato tanto che il giochetto di rivalutare i giocatori e scamabirseli tra squadre concorrenti in modo che ognuna rimettesse in sesto i propri bilanci finì sotto inchiesta. Il pm di Milano Carlo Nocerino se la prese soprattutto con Milan e Inter chiedendo anche il rinvio a giudizio di Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, e Rinaldo Guelfi e Mauro Gambero rispettivamente vicepresidente e amministratore delegato dell’Inter. Per il Milan la procura mise sotto osservazione i bilanci chiusi tra 2003 al 2005, l’accusa era quella di “falsa esposizione derivata da operazioni di compravendita dei diritti alle prestazioni pluriennali e delle compartecipazioni da considerasi fittizie nella determinazione del prezzo di cessione o acquisto in quanto artatamente incrociate a tavolino”. Per l’Inter, i cui bilanci sospetti erano quelli tra il 2003 e il 2004, era quella di aver comprato gli ex laziali Bernardo Corradi ed Hernan Crespo ipervalutando i loro cartellini “per un importo almeno pari a euro 6.669.491,80”. Vi sarebbero poi “compravendite incrociate, realizzate, in data 26.6.2003, con il Milan, con corrispettivi falsamente ipervalutati” per 10 milioni e 770 mila euro tanto che, se non avesse deciso di abbellire i bilanci con questo metodo, non si sarebbe potuta iscrivere, secondo i pm, al campionato di calcio 2004-2005. Ma l’andazzo era generale (vennero accusate dalla giustizia sportiva anche Genoa, Udinese, Sampdoria e Reggina) tanto che l’ex presidente della Covisoc, la commissione con il compito di controllare i bilanci delle società calcistiche, Victor Uckmar, ammise che “c’era ampio uso e abuso delle plusvalenze da parte delle società per superare i controlli ed essere in grado di iscriversi al campionato successivo”. A fianco dell’inchiesta penale, ne partì una anche della giustizia sportiva, che si risolse, nel 2008, con multe tra i 10 e i 90mila euro a carico di Adriano Galliani (Milan) Rinaldo guelfi Mauro Gambero, Gabriele Oriali e Massimo Moratti (Inter), Giuseppe Marotta e Riccardo Garrone (Sampdoria).

IL SUSSIDIO PERFETTO

Quando partì l’indagine europea il capo dell’Antitrust era appunto Mario Monti che si trovò arrivare il decreto sul tavolo il 12 marzo del 2003, un anno prima della fine del suo mandato. Quando lo lesse si lanciò in una promessa che, data la situazione, sembrava come minimo un po’ azzardata: “Gli italiani non pagheranno con le tasse il salvataggio del mondo del pallone”. Ma sembrava più un auspicio che una promessa. I tecnici europei iniziarono l’esame del provvedimento e si concentrarono soprattutto sull’articolo 3, paragrafo 1bis che “avrebbe implicato l’uso di risorse statali in termini di rinuncia
al deducibili su un periodo di tempo più lungo rispetto a quanto consentito dalle norme vigenti, a fronte sportive di scegliere tra due metodi alternativi di imposizione, lo Stato avrebbe consentito a questi contribuenti parte del gettito fiscale”. Come sempre parte la trattativa tra lo Stato italiano, che doveva tutelare le squadre che avevano già rifatto i bilanci in base a quella norma, e la Ue, scandalizzata da un
provvedimento così costoso per le casse pubbliche. La trattativa fu lunga e costellata di incomprensioni ma alla fine l’accordo con il governo italiano, rappresentato dal ministro per le Politiche Comunitarie, Rocco Bottiglione, venne trovato, due anni dopo, nel 2005 quando la Ue impose all’Italia che la formula “ai fini civilistici e fiscali” venisse sostituita con l’espressione “ai soli fini civilistici”. L’effetto di questa modifica era che in bilancio le perdite continuavano a non figurare, ma le tasse andavano pagate ugualmente. Il compromesso prende la forma di una legge che la Ue apprezza “benché (…) continui ad offrire vantaggi alle società sportive in termini di trattamento contabile favorevole” anche se “essa, nella nuova formulazione, non offre più alcun vantaggio fiscale”. Il caso è chiuso.

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                                                             Franco Carraro

Sempre nel 2005 si chiuse anche un secondo procedimento. La Ue era preoccupata della conformità della legge italiana alle regole contabili internazionali. Anche in questo caso, tutto risolto: invece di spalmare le svalutazioni dei valori dei calciatori in 10 le si spalma sugli anni di durata del contratto
del giocatore stesso. Frits Bolkestein, Commissario al mercato interno, chiude un occhio e non se ne parla più. Alla fine, Mario Monti ha avuto ragione: il pallone è salvo, i cittadini non ci hanno rimesso, ma il sussidio ci fu ugualmente: quello a delle società che sarebbero dovute fallire tutte. Invece furono salvate senza che però lo Stato ci rimettesse un euro. Il sussidio perfetto. Ma non è finita: c’era ancora un problema. Quando le società approvarono i loro bilanci sulla base del “salvacalcio” spalmarono le perite in 10 anni. Quando la Ue impose all’Italia di ridurre il periodo da 10 a 5 anni obbligò le squadre di calcio a dover iscrivere nel bilancio del quarto anno anche le perdite che avevano previsto di iscrivere nei successivi 6. Il quarto anno, insomma, avrebbero dovuto iscrivere i 6 decimi delle perdite conteggiate rischiando, di nuovo, se non il fallimento, gravi problemi finananziari. Urgeva una ricapitalizzazione che, però, molte squadre non potevano permettersi. Molte avevano solo un grande nome, ma pochissimo patrimonio. E fu proprio il blasone a salvarle. Tra il 2005 e il 2006 il marchio della squadra fu venduto a società controllate che lo pagò una valanga di soldi permettendo alla controllante di non rischiare di nuovo il fallimento e di compensare le perdite con i nuovi introiti. Il Milan vendette il marchio alla Milan Entertainment srl per 183,7 milioni, l’Inter alla Inter Brand Srl per 158, la Roma alla Soccer Sas per 125 milioni, la Lazio alla Lazio Marketing & Communication spa per 95,4, la Sampdoria alla Selma BPM per 25, il Brescia alla Brescia Service Srl per 20, la Reggina alla Reggina Service Srl per 10. La Covisoc chiese ricapitalizzazioni vere, di almeno 100 milioni per i grandi club. Ma alla fine un compromesso permise ai grandi club di versare nelle proprie casse, al massimo, 20 milioni. Grazie al sussidio perfetto, il calcio è riuscito a sopravvivere a sé stesso.

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2 Risposte to “Perchè Monti vuole chiudere gli stadi: la storia del decreto salvacalcio che lui bocciò”

  1. Sergio Says:

    Eh, ma il giochetto non può andare avanti all’infinito.

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