La questione Fiat sta tutta in una domanda: ti fidi di Marchionne?

La questione Fiat, che poi è la questione Marchionne, è, a mio modo di vedere, molto semplice. Tutto ruota intorno ad una domanda: ci fidiamo di Marchionne? L’Italia si fida dell’amministratore delegato? O lo ritiene un ciarlatano? Uno che vende fumo, illusioni, favole? Nel primo caso, l’annuncio della fine del progetto di “Fabbrica Italia” dovrebbe essere accolto come l’inevitabile conseguenza di una crisi di mercato, d’altra parte innegabile. Nel secondo caso dovremmo pensare che la rinuncia a 20 miliardi di investimenti è la prova che Marchionne ha preso in giro l’Italia.

Tutti i commenti di questi giorni, e quelli che ancora verranno, gireranno tutti intorno a questo punto: ci fidiamo di Marchionne si o no? Il ministro del Welfare Elsa Fornero e la Fiom Cgil sembra che non si fidino visto che la prima aspetta una sua telefonata (ma da quando in qua un ministro dice a mezzo stampa che un manager lo deve chiamare?) mentre il sindacato di Susanna Camusso dice che ha avuto ragione a non firmare il piano “Fabbrica Italia”, anche se, in verità, aveva ragione, ed ha ragione nel denunciare l’esclusione dei suoi delegati dalle fabbriche, oggettivamente una forzatura che ha a che fare con la democrazia e non con l’industria.

Fim e Uilm, i sindacati di Bonanni e Angeletti, insieme al miglior editorialista economica in circolazione, Alessandro Penati, sembra invece che si fidino. I primi perché “obbligati” dal fatto di aver firmato con Marchionne non solo “Fabbrica Italia” ma anche un contratto addirittura separato basandosi proprio sulle promesse del manager e definirlo ora una ciarlatano sarebbe come accusare sé stessi di incapacità. Il secondo, Penati, si fida di Marchionne tanto da invitare il governo a sostenere la ristrutturazione dell’azienda, cioè a sostenere l’inevitabile chiusura di impianti produttivi in Italia. Che Penati non vede come una scelta che Marchionne possa decidere di non fare, ma come una conseguenza, appunto, della crisi del mercato dell’auto in Europa e, soprattutto in Italia. Dalla risposta alla prima domanda, insomma, dipende l’atteggiamento che le varie parti in causa avranno d’ora in poi.

Poi, naturalmente, ci sono gli aiuti di Stato. E qui il discorso cambia. Perché in questo ha ragione Giorgio Airaudo che, parlando alla presentazione di “Mani Bucate” alla festa della Fiom Cgil a Torino, ha ribadito un concetto molto semplice: in Usa Marchionne ha salvato la Chrysler con i soldi pubblici di America e Canada, ma li ha anche restituiti con un tasso d’interesse dell’8%. In Italia, invece, non funziona così. In Italia la Fiat ha sempre incassato a fondo perduto. Perché questa disparità di trattamento? Secondo me il motivo ha sempre a che fare con la prima domanda: l’Italia ha sempre dimostrato di non fidarsi della Fiat, ovvero ha sempre dato per scontato che la Fiat non fosse una società in grado di stare in piedi con le sue gambe. Ha sempre pensato che quelli di Torino fossero un po’ ciarlatani ma, piuttosto che vedere una società straniera entrare in Italia (orrore!) o vedere le strade invase da ex dipendenti licenziati, ha sempre preferito pagare e tacere. Anche, ovvio, per una sudditanza non solo psicologica davvero incomprensibile verso la Real casa torinese. Si davano gli aiuti perché una politica debole non ha mai inchiodato la Fiat, così come molte altre mega aziende italiane, alle proprie responsabilità credendo che non avrebbe avuto la forza di sopportarle fino in fondo, quelle responsabilità.

Se ci si fida della Fiat, se ci si fida di Marchionne, se si pensa che non sia un venditore di fumo, allora la inevitabile ristrutturazione della Fiat deve essere accompagnata da sostegni ai lavoratori, sostegni che non devono essere appena monetari. Se non ci si fida, invece, si continuerà a chiedere di aiutare la Fiat staccando un nuovo assegno anche se l’azienda ha una liquidità di 20 miliardi di euro. Chi vuole i sussidi vuole continuare ad avere a che fare con una Fiat debole, chi intende sostenerla (ovvero sostenere i suoi dipendenti) per superare una delle crisi peggiori della sua centenaria storia, si fida della parola di Marchionne. E io, personalmente, mi fido.

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2 Risposte to “La questione Fiat sta tutta in una domanda: ti fidi di Marchionne?”

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