L’incontro tra Marchionne e Monti è un crinale della storia industriale italiana

Ma allora, i soldi alla Fiat vanno dati oppure no? Pochi hanno risposto ancora a questa domanda e quelli che lo hanno fatto hanno fatto vaghe allusioni sul fatto che sì, sarebbe il caso di dargli gli aiuti di Stato. (Siccome siamo in piena campagna elettorale non ci si può attendere di meglio che vaghe allusioni mentre sarebbe il caso, soprattutto da parte dei partiti e dei commentatori, di essere espliciti).Dicono sì perchè la Fiat (con tutto l’indotto che si porta dietro) vale il 10% del Pil italiano; dicono sì perchè in un momento tragico per l’occupazione perdere un migliaio di posti di lavoro sarebbe insopportabile; dicono sì perchè la recessione non è finita (anzi…) e non ci possiamo permettere di disperdere competenze umane e tecnologiche che poi sarebbe difficilissimo recuperare e dicono sì perchè, appunto, le elezioni si avvicinano.

Oggi Sergio Marchionne incontra il governo nella persona del presidente del Consiglio Mario Monti, che sarà accompagnato da Corrado Passera ed Elsa Fornero. E, come ha fatto sapere, porrà sul tavolo del confronto proprio la questione degli aiuti: che siano prepensionamenti, soldi cash, sgravi fiscali. Insomma, chiamateli come vi pare ma sempre di aiuti si tratta. E non è vero che non lo si sia fatto negli anni precedenti. Ho documentato (e in questo blog ci sono solo alcuni esempi) tutti i soldi incassati dalla Fiat prima e dopo l’arrivo di Marchionne i cui ultimi aiuti, contabilizzabili in alcune decine di milioni di euro gli sono arrivati poco meno di un anno fa per diversi suoi siti produttivi. Quindi non è vero, come ha detto, che in Brasile si investe e si guadagna perchè lo Stato sostiene l’industria dell’auto. Nel campo del sostegno all’industria dell’auto l’Italia non ha proprio nulla da imparare da nessuno: l’abbiamo sempre fatto in modo più che genroso e spesso senza nemmeno chiedere conto di come siano stati usati quei soldi. Ora Marchionne chiede al governo di rimettere mano al portafoglio. Bisogna dirgli sì o bisogna dirgli no?

Io credo che l’incontro di oggi sia un crinale nella storia industriale del Paese. Se l’Italia accetta di continuare a sussidiare la Fiat decide di continuare su una strada già battuta di cui abbiamo visto gli effetti: appena il mercato cala, come succede ora e come continuerà anche nei prossimi mesi se non anni, la società sussidiata semplicemente non ce la fa. Chiude. Non per sua volontà, ma perchè i sussidi, soprattutto quelli cash, le nascondono i suoi difetti, celano agli occhi dei dirigenti i possibili sviluppi anche tecnologici di ciò che stanno facendo. Impediscono loro di vedere la realtà così com’è. E alla fine, quando i nodi vengono a galla (come è venuto a galla il problema dei mancati investimenti nell’Alfa) si è cotretti a chiedere nuovi soldi, oltre a quelli già incassati.

Se gli si dice sì, sia ben chiaro, non gli si potrà mai più dire no. Non solo non gli si potrà più dire no ora, cioè in questa crisi, ma non gli si potrà più dire no nemmeno in futuro, quando un altro ciclo economico manderà in crisi l’automotive. E difficilmente si potrà dire no a tutti gli altri gruppi industriali che operano in Italia e che se ne vogliono andare. Perchè Fiat sì e Alcoa no? E perchè alla Fiat sì e alle migliaia di piccoli imprenditori che falliscono ogni anno no? Ci sono gli estremi per parlare di disparità di trattamento, secondo me insopportabile, tra grandi e piccoli che conferma la tragicamente nota teoria del “too big to fail”. Se gli si dice di sì, in altre parole, la Fiat sarà per sempre un’azienda sussidiata. Non dico che non possa essere, dico che occorre esserne coscienti.

Cosa succede se gli si dice no? Succede che uno o due stabilimenti semplicemente chiudono. Saranno Mirafiori, dove oggi si lavora 3 giorni al mese, e (probabilmente) Pomigliano dove per il nuovo stabilimento Marchionne ha speso 1 miliardo di euro (500 milioni secondo i sindacati). E succede che un migliaio di persone restano, dalla sera alla mattina senza lavoro. A questi vanno aggiunti i dipendenti dell’indotto, diciamo un altro migliaio. Succede che l’Italia non è più la preoccupazione principale della Fiat e che, in Europa, si accontenta di vivacchiare con un 6-7% di quota di mercato che gli sarà erosa anno dopo anno. Tra l’altro ho il sospetto (ragionando andreottianamente) che gli investimenti nella fabbrica di Pomigliano siano serviti per renderne più difficile la chiusura e, quindi, più facili i sussidi perchè a nessuno piace buttare via 1 miliardo (o 500 milioni) di investimenti ma alla bisogna possono diventare arma di persuasione nei confronti di chi deve concedere aiuti a quella fabbrica per evitare la dispersione dei soldi investiti.

Ma se gli si dice di no succede anche che l’Italia ha la possibilità di fare un passo avanti verso l’età adulta. Cioè l’Italia potrebbe (dico: potrebbe) cominciare a pensare da Paese nel quale lo Stato fa lo Stato e non finanzia le imprese, e le imprese fanno le imprese, e non ricattano lo Stato. Potrebbe (dico: potrebbe) succedere che i sussidi si danno non per salvare fabbriche che producono oggetti che non si vendono, ma vadano a progetti innovativi all’interno di un patto d’acciaio tra Stato e privati: i ti do i soldi ma tu in cambio entro un anno sforni due modelli nuovi e se non li vedi vuol dire che hai sbagliato investimenti e allora non tornare a piangere. Difficile. Ho visto troppi fiumi di denaro andare a finire in aziende che non avevano (e hanno) alcun senso economico solo per evitare che in una certa area del Paese il ras politico locale fosse incolpato di non aver “difeso” l’occupazione. E ho visto troppe volte la Ue concedere sussidi cash alla Fiat per centinaia di milioni di euro alla volta che sono serviti solo per ringiovanire il personale o per tirare a campare (approposito: tentare di calcolare, come ha fatto dalla Cgia di Mestre, il totale dei soldi incassati dalla Fiat dal 1977 è poesia, non prosa).

Se si dice no, quindi, l’Italia potrebbe (dico: potrebbe) fare un passo avanti verso l’età adulta, quell’età nella quale quando si ha un problema non si ricattano i genitori perchè lo risolvano, ma si discute come poterlo risolvere insieme ognuno prendendosi le proprie responsabilità: chi deve pagare, paga, ma sulla base di un progetto nuovo e diverso e che abbia prospettive di riuscita. Se si dice no lo Stato potrebbe tornare a fare lo Stato e non il Bancomat delle imprese che sono “troppo grandi per fallire”. Se si dice no lo Stato non avrebbe più scuse per non realizzare in Italia quelle condizioni indispensabili per rendere possibile investire e produrre attirando capitali stranieri. Quali sono queste condizioni? Sono molto interessato all’inchiesta Stato-mafia, ma mi viene la depressione se penso che in Italia ci sono 9 milioni di cause tra civili e penali ancora pendenti. Sono molto interessato al fallimento della tassa sulle barche di lusso, ma penso che se non si abbassano le tasse sui produttori nessuno verrà mai da noi a portarci tecnologia e innovazione. Lo Stato deve ridurre le tasse soprattutto sui produttori e non fare il conto corrente degli imprenditori. Sono molto interessato al concorsone per 12mila insegnanti, ma penso che se i professori non vengono selezionati dal mercato (che poi sono le singole scuole) finiranno per appesantire un sistema scolastico che non è basatop sul merito ma solo sull’anzianità.

Se si dice no Marchionne perde una battaglia fondamentale, ma più importante di Marchionne c’è l’Italia che, proprio perchè questo è un crinale della sua storia industriale di cui si parlerà ancora per decenni, ha l’occasione per decidere se crescere oppure se continuare a farsi tirare la giacchetta da imprenditori che non solo negano di essere mai stati aiutati prima, ma per di più fanno la morale liberale a tutto il resto del Paese e infine, messi alle strette dicono che vanno a produrre dove ci sono più sussidi. Un comportamento che non è da capitano d’industria.

 

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