“Nati corrotti” – dall’impunità nasce il giustizialismo e muore la giustizia.

E’ stato più doloroso scrivere “Nati corrotti” di “Mani bucate”. Affrontare il tema della disonestà e inquadrarla in un ambito storico, sociale e giudiziario facendo parte di quella comunità che si scopre ogni giorni di più corrotta, è, letteralmente doloroso. La discussione sui possibili antidoti ad una società corrotta sarebbe appassionante e spero che possa iniziare in seguito a questo post e alla lettura dell’ebook, ma prima di affrontarla occorre guardarsi allo specchio: l’Italia è corrotta perchè gli italiani non hanno mai fatto proprio il germe sano dell’onestà, che, a mio modo di vedere, consiste in un pudore nei confronti dei soldi. Sì, pudore. Per essere onesti occorre avere questa fondamentale qualità che va oltre, molto oltre alla pura e semplice osservanza delle leggi (che ci sono e ci sono sempre state anche prima del disegno di legge Severino che il governo sta cercando di fare approvare) ed è piuttosto un rispetto verso la fatica di chi quei soldi ha “prodotto”. Agli italiani manca il pudore, e non lo si introduce per decreto. Non si diventa onesti per disegno di legge. Occorre una cultura, una abitudine, una consuetudine con il pudore.

Ma oltre a questo ciò che in Italia è sempre mancata è stata quella che comunemente passa sotto il termine di “certezza della pena”. In questo viaggio a ritroso nella storia della corruzione in Italia, la prima cosa che sorprende, ma che spiega bene il traguardo che abbiamo raggiunto, è che in nessuno dei grandi scandali italiani c’è stata una pena commisurata alla gravità del danno arrecato ai conti pubblici. Mai, fin dallo scandalo della Banca Romana di fine ‘800 per arrivare a Tangentopoli, si è riusciti a far pagare la giusta pena ai responsabili di corruzione, concussione e peculato. L’Italia ha sempre preferito, in tutti i suoi 150 anni di storia, il giustizialismo alla giustizia, cioè, ha sempre preferito massacrare i presunti colpevoli invece di punire i veri colpevoli, quelli che cioè la giustizia ha riconosciuto tali. Il giustizialismo è una caccia alle streghe, è una ricerca dell’untore. E basta guardarsi indietro per scoprirlo. Faccio solo un esempio.

Tra i tanti casi di scandali rimasti senza colpevoli che racconto in “Nati corrotti” uno mi fa particolarmente impressione, quello della Ingic. Siamo negli Anni ’50 e la Ingic, Istituto nazionale per la gestione delle imposte di consumo, era una società incaricata di riscuotere le tasse esattamente come l’odierna Tributi Italia, finita nel mirino per presunti ammanchi di centinaia di milioni. L’inchiesta sulla Ingic inizia nel 1954: l’ipotesi di reato è corruzione nei confronti di politici, pubblici ufficiali pagati per far vincere alla Ingic appalti per la riscossione dei tributi in centinaia di comuni italiani. Ecco un breve estratto dell’ebook nel quale racconto che cosa successe. “Gli indagati furono 1183 in tutta Italia ma solo 661 furono rinviati a giudizio, di cui 653 chiamati a rispondere di peculato e 344 anche di corruzione. L’immunità parlamentare ne salvò tantissimi. Il verdetto finale fu un altro colpo di spugna: tra rinvii, conflitti di competenza e autorizzazioni a procedere negate, i ritardi portarono alla prescrizione di tutti i reati. La sentenza di non luogo a procedere fu pronunciata nel 1968 (dodici anni dopo!) per 161 imputati nel frattempo deceduti e per altri 131, graziati dalla prescrizione. Per tutti gli altri il processo si protrasse complessivamente per ventun’anni, fino al 1975, quando gli avvocati difensori tentarono di derubricare i reati di tangenti in illecito finanziamento ai partiti”. Alla fine nessuno pagò. I 1183 indagati e nessun colpevole è giustizialismo, non giustizia. E alla fine il giustizialismo produce impunità perchè la deplorazione pubblica, ma anche il carcere preventivo, non sono la pena, sono una sorta di “premessa” ad essa. Se la pena non arriva mai e se ci si ferma alle premesse, allora significa che l’impunità ha vinto. E quando gli italiani si accontentano che qualcuno faccia qualche mese, se non qualche anno, di carcere preventivo invece di indignarsi che la sentenza definitiva non lo incarceri, allora la questione da problema giudiziario diventa di carattere sociale. Se volete delle prove, “Nati corrotti” ne fornisce quante se ne vuole.

La corruzione prospera perchè si ha la certezza di non andare in carcere. Gli italiani sono stati abituati all’idea che chi ruba, o corrompe non verrà punito. E la cosa drammatica è che è proprio così. E questa impunità persistente moltiplicata per 150 anni ha provocato una mutazione genetica nel carattere di un popolo. Una mutazione genetica aiutata dalla ancestrale diffidenza del cittadino italiano verso lo Stato ma anche dello Stato verso il cittadino al quale sottrae l’indispensabile lievito per il civismo che la responsabilità personale sostituendola con il paternalismo pubblico per alimentare il quale occorre che proprio il pubblico si allarghi a dismisura fino ad occupare spazi che in altri luoghi sono occupati dal privato. Dalla persona. Il pubblico si è allargato a tal punto da soffocare il privato il quale, al posto della ribellione, ha preferito il pagamento in contanti.

Le cose da dire sarebbero ancora tante, perchè “Nati corrotti” è un libro che mi ha davvero colpito scrivere. Spero che colpirà anche voi che lo leggerete.

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Una Risposta to ““Nati corrotti” – dall’impunità nasce il giustizialismo e muore la giustizia.”

  1. Mihai Lazarescu Says:

    […] «il germe sano dell’onestà, che, a mio modo di vedere, consiste in un pudore nei confronti dei soldi. Sì, pudore. Per essere onesti occorre avere questa fondamentale qualità che va oltre, molto oltre alla pura e semplice osservanza delle leggi […] ed è piuttosto un rispetto verso la fatica di chi quei soldi ha “prodotto”. Agli italiani manca il pudore, e non lo si introduce per decreto. Non si diventa onesti per disegno di legge. Occorre una cultura, una abitudine, una consuetudine con il pudore.»

    Estenderei al pudore nei confronti degli altri, compreso i connazionali.

    I soldi rappresentano fatica, ma non *tutta* la fatica. Solo quella che si può agevolmente conteggiare.

    Ci va altrettanto pudore per non invadere la vita altrui con la propria superbia e potere al volante, con le chiacchiere ad alta voce andando spensierati in mensa, col carrello di traverso nella corsia al supermercato o col passare discrezionalmente d’avanti a chi fa la coda, qualsiasi coda, anche quella per rispettare una legge o una regola di buon senso. Sono manifestazioni spicciole che, a mio parere, si ricollegano allo stesso fenomeno del subire, da un lato, e passarla liscia, dall’altro, che si conta in soldi seri.

    Il pudore (o l’educazione), prima delle leggi, serve per repellere con spontaneo disgusto l’idea del “passare d’avanti” senza creare valore. Senza questi si corre, si è un passo avanti agli altri, si pensa di andare in alto. Ma ciò che si fa veramente è solo affondare tutti insieme. Come dei roditori felicemente circoscritti nella loro ruota.

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