In difesa di un (diverso) finanziamento ai partiti

Capisco che lo Zeitgeist voglia l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E capisco anche che le circostanze, cioè l’esito del voto del 24-25 febbraio, abbiano portato a identificare nella loro abolizione la conditio sine qua non per la nascita di un governo. E, ovviamente, capisco anche che, proprio perché la prima urgenza del Paese è quella di avere un governo tutti siamo concentrati su quella famosa firma che Pirluigi Bersani dovrebbe apporre per rinunciare ai soldi pubblici in modo da ottenere il “non voto contrario” del Movimento 5 Stelle a un esecutivo guidato da lui.

Capisco tutto, ma che me ne faccio di un governo nato sulla base dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ma che non ha tra le sue priorità il taglio delle tasse, lo sveltimento di processi civili, la liberalizzazione dei servizi, l’abolizione degli ordini professionali, la privatizzazione delle municipalizzate, il taglio dei sussidi alle imprese decotte? L’abolizione dei soldi alla politica (comunque scandalosamente alti e scandalosamente gestiti) non è un programma di governo e non risolve nessuno dei problemi che tengono inchiodata l’Italia alla sua insignificanza economica. Quando lo spread ricomincerà a salire impetuosamente, e quando i tedeschi faranno pagare a Mario Draghi, governatore della Bce, il suo sostegno ai nostri titoli di Stato, cosa risponderemo? Che abbiamo tagliato il finanziamento ai partiti e che quindi meritiamo fiducia perché stiamo facendo “i compiti a casa”? Sarebbe più sensato abolire le province. Che senso ha risparmiare sui costi della politica se poi continuiamo a buttare via soldi per finanziare burocrazia, inefficienza e clientelismo?

Ecco: la richiesta di Grillo (e Renzi) a Bersani di abolire i costi della politica è quello che tecnicamente si chiama “populismo”, che consiste nell’assecondare lo Zeitgeist invece di guidarlo. Perché è vero che i costi sono importanti ma incommensurabilmente più importanti sono i risultati. La domanda corretta da porsi, cioè, non è “quanto costa la politica?”, ma “quanto rende la politica al Paese?” Quando il finanziamento pubblico ai partiti venne sostituito dai cosiddetti “rimborsi elettorali”, dopo il famoso referendum del ’93, si cercò di correlare, appunto, i soldi incassati da ogni singolo partito al suo seguito popolare facendo credere che fossero quelli i “risultati”. Facendo credere cioè che il successo di un partito consistesse nella quantità di voti incassati e che, quindi, sulla base del loro numero dovesse ricevere un “premio” pari a 5 euro a voto. I risultati che intendo io sono altri e sono legati alla soluzione dei problemi del Paese: bassa crescita, bassa occupazione, bassa scolarità, alte tasse, alto debito e via dicendo. Per questo i soldi ai partiti vanno correlati all’andamento di alcuni semplici parametri economici e/o sociali. Più aumenta il Pil, più scende la disoccupazione, più sale l’efficienza amministrativa, più sprechi si tagliano e più i partiti incassano. In questo modo scenderebbe la probabilità che una forza politica voti leggi che a danno del Paese e a vantaggio delle sue consorterie (per definizione, le consorterie sono inefficienti). Si tratta, in sostanza della stessa proposta che avevo avanzato a proposito dello stipendio dei parlamentari che dovrebbe, anch’esso, essere correlato all’andamento di semplici indicatori economici intelleggibili da tutti.

Un’obiezione potrebbe essere quella di chi sostiene che, per ottenere più soldi oggi, i partiti siano tentati di approvare leggi che drogano l’economia senza considerare i devastanti effetti sul lungo termine. E’ lo stesso problema che si sono trovate ad affrontare le società di capitali, in particolare quelle quotate in borsa, per la remunerazione dei loro manager. E l’hanno risolto considerando indicatori che tengono conto sia dell’andamento del titolo in borsa (risultati a breve) sia del miglioramento dei fondamentali della società nel medio-lungo periodo. La combinazione dei vari parametri e roba da matematici ed economisti (Il Financial Stability Board fissò nel 2009 alcuni punti fermi in proposito), ma resta il fatto che se è vero, come è vero, che tutto il Paese è sulla stessa barca, non si capisce perché il 99% di esso debba essere giudicato e premiato (o punito) sulla base dei risultati mentre il restante 1%, cioè i politici, no.

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