La politica ha fatto della Costituzione una merce di scambio. Bene.

Quando la politica arranca, quando non sa che cosa fare e con chi farla, quando è alle corde ed è sotto ricatto, trova sempre la via d’uscita nelle “riforme costituzionali. E, infatti, l’idea di una Convenzione per riformare la Carta è regolarmente saltata fuori anche in questa occasione. Lo scopo è quello di legare il Pdl alle sorti del governo Pd senza però coinvolgerlo direttamente per evitare la spaccatura interna del partito di Bersani. Legittimo, ma quello che è interessante è che, se mai questo salto triplo carpiato senza rete dovesse andare in porto, non si potrà più parlare della nostra Carta come “la Costituzione più bella del mondo”. Personalmente penso che non la si possa definire così nemmeno oggi e chi insiste a pensarlo dovrebbe rispondere a questa domanda: di quale Costituzione si parla? Tra la versione approvata nel 1948 e quella in vigore oggi le differenze sono profondissime, frutto di ben 14 modifiche attraverso un centinaio di leggi costituzionali la prima delle quali risale al 1963 quando vennero istituite le Regioni. Oggi la Costituzione è praticamente irriconoscibile rispetto all’originale.

Quindi: quando si dice “la Costituzione più bella del mondo”, a quale delle 14 versioni ci si riferisce? A quella pre o a quella post 18 ottobre 2001, quando venne approvata la modifica al Titolo V creando il più incredibile ingorgo burocratico che mente umana potesse concepire? Ci si riferisce a quella pre o post 17 aprile 2012, quando venne inserito il principio dell’”equilibrio” del bilancio dello Stato, norma straordinariamente importante perché impedisce al governo di accumulare nuovo debito e, quindi, impedisce gli investimenti anche quelli produttivi?

La sacralità della “Costituzione più bella del mondo”, insomma, è stata violata molte e se la Carta viene addirittura usata strumentalmente per far nascere un governo, significa che è scaduta a merce di scambio politica. Ma se è merce di scambio politica allora se ne può parlare senza più l’inutile rispetto che la circonda e proporne una ben più profonda revisione, partendo da un fatto di cui ci siamo dimenticati: le Costituzioni non servono a definire i poteri dello Stato, ma per difendere il cittadino dalla sua invadenza.

Se si volesse cogliere l’occasione della perdita di sacralità della Carta allora si potrebbe ripensare l’articolo meno applicato, il primo: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In un Paese che non è capace di produrre posti di lavoro soprattutto per i giovani (39% di disoccupazione) questa frase è poco più di un feticcio per idolatri della tradizione.

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Una Risposta to “La politica ha fatto della Costituzione una merce di scambio. Bene.”

  1. Rodotà è un vescovo della religione dello Stato (cosa scrive in “Elogio del moralismo”) | Mani bucate - Marco Cobianchi Says:

    […] Costituzione” salvo ricordargli che di “attacchi” la Costituzione ne ha subìti 14, perchè 14 sono le modifiche che le sono state apportate alla Carta con i voti anche del centrosinistra. L’ultimo caso […]

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