Il dilemma di Böckenförde e l’inutile lavoro dei 10 saggi

Valerio Onida, uno dei 10 saggi scelti dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha detto di “non essere ottimista” riguardo al lavoro delle due commissioni e, in particolare, della Commissione per le riforme istituzionali. Cerchiamo di capire perchè lo ha detto. Le due commissioni sono state istituite per “formulare precise proposte programmatiche” “in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche” (i virgolettati sono del presidente Napolitano citati da Marzio Breda sul Corriere della Sera).  Scorrendo i nomi è evidente che tra quali “forze politiche” dovrebbero condividere tali “precise proposte programmatiche”, cioè Pd e Pdl. Il Centro montiano, presente con due esponenti, Mario Mauro e il ministro Enzo Moavero Milanesi, i “ponti”, infatti, è disposto ad attraversarli tutti al contrario del M5S che, invece, non è disposto ad attraversarne nessuno, e infatti nessun esponente grillino è presente nelle due Commissioni.

I 10 esperti si è saputo, consegneranno i frutti del loro lavoro nelle mani cell’attuale Presidente della Repubblica il quale “in una cartellina blu” (cito sempre Breda) lo allungherà al suo successore. Ma, come noto, la prima incombenza del futuro inquilino del Quirinale sarà quello di sciogliere le Camere, visto che Napolitano non lo può fare trovandosi alla fine del suo mandato. Il principale motivo per il quale sarà necessario sciogliere le Camere è che il Pd non vuole intese con il Pdl e Grillo non le vuole con il Pd. Il rebus politico è impossibile da risolvere e, proprio per questo, sarà necessario tornare a votare. Occorrerà, però, cambiare la legge elettorale, perché altrimenti si rischia che si ripresenti lo stesso rebus politico, che rende impossibile la formazione di qualsiasi maggioranza parlamentare, al quale stiamo assistendo ora. Il cambiamento della legge elettorale è esattamente il compito principale che attende i membri della Commissione Istituzionale (cosiddetta) che, (cito Buzzanca e D’Argenio su Repubblica) si dimostrano assai fiduciosi: “Se ci lasciano lavorare un accordo lo troviamo in fretta”, hanno fatto sapere (di questa Commissione fa parte anche Onida che pare avere idee un po’ diverse, ma per ora lasciamo stare). Ora: a parte il fatto che l’accordo che non si è trovato durante tutta l’esperienza del governo Monti (ormai 18 mesi) dovrebbe essere fatto “in due minuti” (cito sempre Repubblica), il fatto è che il Parlamento, dove abitano partiti che fanno a gara per delegittimare questa “doppia Bicamerale” di sapere molto dalemiano, dovrà poi votarla quella riforma. Esistono i tempi tecnici? Difficile, visto che i saggi lavoreranno fino alla scadenza del mandato di Napolitano, il 15 maggio (e c’è chi dice che potrebbe dimettersi poco prima), ma il 18 aprile inizieranno le discussioni tra i partiti per individuare il successore. Ed è improbabile che nel bel mezzo della scelta del Presidente della Repubblica, i partiti abbiano anche la forza politica di votare la riforma della legge elettorale.

Ma, allora, a che serve il lavoro dei saggi di “costruire ponti” se contemporaneamente si cerca di evitare la necessità di costruirli varando una nuova legge elettorale che impedisca il ripresentarsi di una situazione come l’attuale? Il nuovo governo, di centro destra o di centro sinistra, punterà, giustamente, ad essere autosufficiente e perciò non avrà alcun interesse a varare riforme economiche o istituzionali condivise anche dallo schieramento opposto. Ecco perché il lavoro dei saggi è sostanzialmente inutile: lavorano a un accordo che renda non indispensabili accordi. E Onida l’ha capito. Ha capito che il lavoro delle Commissioni si basa su presupposti (creare ponti) che devono essere distrutti in futuro (una sorta di dilemma di Böckenförde).

Si tratta, insomma, chiaramente di un escamotage per prendere tempo e, soprattutto, dare tempo al Pd. Perché è evidente che se si fosse voluto davvero creare ponti tra i due schieramentio principali, la soluzione più ragionevole e rapida, sarebbe stata quella di dare l’incarico a un esponente del Pd favorevole a coinvolgere anche il Pdl. E ce ne sono. Non si è fatto perché altrimenti il partito di Bersani (e dal quale proviene anche Napolitano) sarebbe esploso. Ecco: forse a questo serve il lavoro dei saggi: a non fare esplodere il Pd. E il suo segretario.

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