Stampare moneta o sovietizzare l’Italia? Ecco l’alternativa dei “Maître à penser”

Sembra che l’esperimento giapponese di raddoppiare la base monetaria stia riscuotendo un enorme favore, qui, in Europa. Ha, ad esempio, affascinato Federico Rampini secondo il quale anche gli Usa immettono un’enorme quantità di denaro, 85 miliardi al mese, nel sistema e gli effetti si vedono: 88mila occupati in più a marzo (rispetto ai 190mila previsti). Il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,7% al 7,6%, ma questo è dovuto ad altri fattori (contrazione della partecipazione della forza lavoro, scesa di 496.000 unità  al 63,3%, ai minimi dal 1979) e solo marginalmente agli 88mila nuovi posti creati (che comunque sono una miseria). D’altra parte se l’immissione di 85 miliardi di dollari nel sistema Usa produce 88mila occupati amarzo è difficile definire queste operazioni un successo. E, d’altra parte, Il confronto con il milione di licenziamenti italiani nel 2012 è improprio come spiegato qui.

Ma soprattutto Rampini non dice la verità sulla presunta politica “espansiva americana perché il budget per l’anno fiscale 2014, che inizia il primo di ottobre, prevede tagli cumulati per qualcosa come 4.300 miliardi di dollari per far scendere il rapporto deficit/pil dal 10,1% (esaltato da Rampini come esempio di grande lungimiranza) al 4,4% e al 2,8% nel 2016. Quindi, lasciamo stare… A proposito dell’esperimento giapponese, legge qui per avere qualche dubbio sulla sua “replicabilità”)

Mucchetti, senatore del Pd ed ex vicedirettore del Corriere della Sera ha un’impostazione meno monetarista e spiega che “il governo deve prendere atto dei limiti della vecchia politica della concorrenza”. “Vecchia politica”? La “concorrenza” è una “vecchia politica”? Basterebbe a Mucchetti farsi un giro nei bollettini antitrust per verificare che in Italia, dove lo Stato intermedia il 52% del Pil, la “vecchia politica della concorrenza” è un’idea più astratta di una poesia futurista. Ma andiamo avanti. Siccome la “concorrenza” ha dei “limiti” la soluzione dello spin doctor economico del segretario Bersani è semplice: se lo Stato “mette i soldi deve poter esercitare un’influenza proporzionale sulle aziende salvate o sostenute”. Ovviamente Mucchetti si riferisce alla Fiat che da tempo vorrebbe nazionalizzata, ma se prendiamo alla lettera le parole del senatore del Pd che cosa succederebbe? Vediamo i numeri. Cito da “Mani bucate” dove hoi ripreso i dati del rapporto 2010 del ministero dell’Industria: “Tra il 2003 e il 2008 hanno visto approvate dallo Stato le loro domande di agevolazione sono state 212.075, mentre quelle che hanno chiesto e ottenuto soldi dai fondi europei gestiti dalle regioni sono state 628.290. Significa che in sei anni le imprese italiane agevolate con queste risorse sono state piu` di 840.000, con una media di 140.000 l’anno” (e sono numeri conservativi perchè non comprendono le imprese beneficiarie di sconti fiscali). Quindi Mucchetti vorrebbe che Stato, Regioni e Comuni esercitassero “influenza” non solo sulle aziende che già possiedono, come le municipalizzate, ma, oltre a quelle, anche su altre 140mila imprese ogni anno. Nel giro di un lustro l’Italia sarebbe un’economia quasi completamente statalizzata, sovietica, ma d’altra parte questo è coerente con l’idea che la “vecchia politica della concorrenza” ha dei “limiti”. Come, d’altra parte, tutto ciò che l’uomo crea ha dei limiti. Ci sarà sicuramente nel mondo qualcuno a cui non piace “Il giudizio Uuniversale” di Giotto figuriamoci se Mucchetti non possa detestare la concorrenza.

Ecco: questo è l’attuale livello del dibattito economico. Il quale non prende in assoluta considerazione i veri mali italiani che, al contrario di quello che pensa Rampini, non possono essere risolti con iniezione di liquidità, perché con un sistema bancario che denuncia 125 miliardi di sofferenze, occorrerebbe una gigantesca operazione Ltro solo per rimettere in carreggiata l’Italia, ma è un’operazione che la Bce non può fare. E quando lo ha fatto quei soldi sono serviti, come da intenzioni della Bce stessa (non sono stati i banchieri “cattivi” a deciderlo) a salvare lo Stato quando non trovava compratori per il suo debito pubblico, cioè fino a luglio dello scorso anno dopo un crollo dello spread intorno a marzo.

Ma c’è un motivo per il quale il dibattito economico è a questi infimi livelli, ed è che lo stallo politico al quale assistiamo, nonostante il dimenarsi maldestro dei partiti e in particolare proprio del Pd i cui esponenti danno ogni giorno ampi spunti per i dibattiti televisivi, non permette di individuare soluzioni vere ai problemi italiani. Soluzioni vere che il presidente di Confindustria, e ancora più esplicitamente Rete Imprese Italia, ormai è ridotto a supplicare. Riduzione della burocrazia (sarebbe da dire: annientamento); seplificazione fiscale (visto che si dice che non si possono ridurre le tasse); riforma della giustizia civile, per renderla più veloce e più certa (argomento tabù per Pd e Pdl); riforma della riforma Fornero, che impedisce (sì, impedisce) alle imprese di assumere il personale di cui ha bisogno. E via di questo passo. Ma se voi provate a dire a un politico qualsiasi che le riforme che servono al Paese sono queste, vi risponderà che ora l’urgenza è individuare un “nome condiviso” per il Quirinale e poi individuare un “nome istituzionale” per Palazzo Chigi (la Bindi, oggi) che possa garantire la governabilità. E intanto ci tocca leggere che la soluzione passa attraverso la stampa di cartamoneta o la sovietizzazione dell’economia italiana.

Continuiamo così, facciamoci del male.

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4 Risposte to “Stampare moneta o sovietizzare l’Italia? Ecco l’alternativa dei “Maître à penser””

  1. Gian Piero de Bellis Says:

    Finalmente, parole chiare.

  2. fausto Says:

    La stampa di cartamoneta è un fenomeno che somiglia alla pioggia o alla grandine: arriva quando le condizioni la rendono inevitabile. In Italia stiamo dormendo, e mentre dormiamo una enorme ricchezza si ammassa nelle mani di pochi parassiti: palazzinari, evasori, furbetti col conto cifrato, affittacamere e via discorrendo. Questo ordinamento (definito usualmente feudalesimo) ci sta portando ad affondare a grande velocità. Il feudalesimo non è mai stato un regime molto funzionale in termini economici.

    I casi sono due: o spacchettiamo i soldi rubati agli operai e li restituiamo loro, oppure in breve tempo i soldi decideranno di incenerirsi spontaneamente. Come per magia. Non esiste probabilmente modo di preservare alcun patrimonio (grosso) in un mondo che decresce; decidiamo se vogliamo almeno preservare l’Italia dalla distruzione.

  3. Albert1 Says:

    Come al solito si condannano i soliti sospetti (liberismo, capitalismo, libera concorrenza, mercato) – si vede che i processi in contumacia fanno audience! Ma detti imputati, in Italia, son cosi ben nascosti che manco l’araba fenice!

    • fausto Says:

      La libera concorrenza consiste nel coprire di soldi i figli di Marchionne? Quale concorrenza si può fare in un sistema nel quale i figli dei ricchi restano ricchi anche se incapaci, ed i figli dei poveri restano poveri a prescindere? Per cosa si concorre esattamente, se la gara ha già assegnato i posti sul podio basandosi sugli atti di nascita? Che competizione sarebbe questa?

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