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L’incontro tra Marchionne e Monti è un crinale della storia industriale italiana

22 settembre 2012

Ma allora, i soldi alla Fiat vanno dati oppure no? Pochi hanno risposto ancora a questa domanda e quelli che lo hanno fatto hanno fatto vaghe allusioni sul fatto che sì, sarebbe il caso di dargli gli aiuti di Stato. (Siccome siamo in piena campagna elettorale non ci si può attendere di meglio che vaghe allusioni mentre sarebbe il caso, soprattutto da parte dei partiti e dei commentatori, di essere espliciti).Dicono sì perchè la Fiat (con tutto l’indotto che si porta dietro) vale il 10% del Pil italiano; dicono sì perchè in un momento tragico per l’occupazione perdere un migliaio di posti di lavoro sarebbe insopportabile; dicono sì perchè la recessione non è finita (anzi…) e non ci possiamo permettere di disperdere competenze umane e tecnologiche che poi sarebbe difficilissimo recuperare e dicono sì perchè, appunto, le elezioni si avvicinano.

Oggi Sergio Marchionne incontra il governo nella persona del presidente del Consiglio Mario Monti, che sarà accompagnato da Corrado Passera ed Elsa Fornero. E, come ha fatto sapere, porrà sul tavolo del confronto proprio la questione degli aiuti: che siano prepensionamenti, soldi cash, sgravi fiscali. Insomma, chiamateli come vi pare ma sempre di aiuti si tratta. E non è vero che non lo si sia fatto negli anni precedenti. Ho documentato (e in questo blog ci sono solo alcuni esempi) tutti i soldi incassati dalla Fiat prima e dopo l’arrivo di Marchionne i cui ultimi aiuti, contabilizzabili in alcune decine di milioni di euro gli sono arrivati poco meno di un anno fa per diversi suoi siti produttivi. Quindi non è vero, come ha detto, che in Brasile si investe e si guadagna perchè lo Stato sostiene l’industria dell’auto. Nel campo del sostegno all’industria dell’auto l’Italia non ha proprio nulla da imparare da nessuno: l’abbiamo sempre fatto in modo più che genroso e spesso senza nemmeno chiedere conto di come siano stati usati quei soldi. Ora Marchionne chiede al governo di rimettere mano al portafoglio. Bisogna dirgli sì o bisogna dirgli no?

Io credo che l’incontro di oggi sia un crinale nella storia industriale del Paese. Se l’Italia accetta di continuare a sussidiare la Fiat decide di continuare su una strada già battuta di cui abbiamo visto gli effetti: appena il mercato cala, come succede ora e come continuerà anche nei prossimi mesi se non anni, la società sussidiata semplicemente non ce la fa. Chiude. Non per sua volontà, ma perchè i sussidi, soprattutto quelli cash, le nascondono i suoi difetti, celano agli occhi dei dirigenti i possibili sviluppi anche tecnologici di ciò che stanno facendo. Impediscono loro di vedere la realtà così com’è. E alla fine, quando i nodi vengono a galla (come è venuto a galla il problema dei mancati investimenti nell’Alfa) si è cotretti a chiedere nuovi soldi, oltre a quelli già incassati.

Se gli si dice sì, sia ben chiaro, non gli si potrà mai più dire no. Non solo non gli si potrà più dire no ora, cioè in questa crisi, ma non gli si potrà più dire no nemmeno in futuro, quando un altro ciclo economico manderà in crisi l’automotive. E difficilmente si potrà dire no a tutti gli altri gruppi industriali che operano in Italia e che se ne vogliono andare. Perchè Fiat sì e Alcoa no? E perchè alla Fiat sì e alle migliaia di piccoli imprenditori che falliscono ogni anno no? Ci sono gli estremi per parlare di disparità di trattamento, secondo me insopportabile, tra grandi e piccoli che conferma la tragicamente nota teoria del “too big to fail”. Se gli si dice di sì, in altre parole, la Fiat sarà per sempre un’azienda sussidiata. Non dico che non possa essere, dico che occorre esserne coscienti.

Cosa succede se gli si dice no? Succede che uno o due stabilimenti semplicemente chiudono. Saranno Mirafiori, dove oggi si lavora 3 giorni al mese, e (probabilmente) Pomigliano dove per il nuovo stabilimento Marchionne ha speso 1 miliardo di euro (500 milioni secondo i sindacati). E succede che un migliaio di persone restano, dalla sera alla mattina senza lavoro. A questi vanno aggiunti i dipendenti dell’indotto, diciamo un altro migliaio. Succede che l’Italia non è più la preoccupazione principale della Fiat e che, in Europa, si accontenta di vivacchiare con un 6-7% di quota di mercato che gli sarà erosa anno dopo anno. Tra l’altro ho il sospetto (ragionando andreottianamente) che gli investimenti nella fabbrica di Pomigliano siano serviti per renderne più difficile la chiusura e, quindi, più facili i sussidi perchè a nessuno piace buttare via 1 miliardo (o 500 milioni) di investimenti ma alla bisogna possono diventare arma di persuasione nei confronti di chi deve concedere aiuti a quella fabbrica per evitare la dispersione dei soldi investiti.

Ma se gli si dice di no succede anche che l’Italia ha la possibilità di fare un passo avanti verso l’età adulta. Cioè l’Italia potrebbe (dico: potrebbe) cominciare a pensare da Paese nel quale lo Stato fa lo Stato e non finanzia le imprese, e le imprese fanno le imprese, e non ricattano lo Stato. Potrebbe (dico: potrebbe) succedere che i sussidi si danno non per salvare fabbriche che producono oggetti che non si vendono, ma vadano a progetti innovativi all’interno di un patto d’acciaio tra Stato e privati: i ti do i soldi ma tu in cambio entro un anno sforni due modelli nuovi e se non li vedi vuol dire che hai sbagliato investimenti e allora non tornare a piangere. Difficile. Ho visto troppi fiumi di denaro andare a finire in aziende che non avevano (e hanno) alcun senso economico solo per evitare che in una certa area del Paese il ras politico locale fosse incolpato di non aver “difeso” l’occupazione. E ho visto troppe volte la Ue concedere sussidi cash alla Fiat per centinaia di milioni di euro alla volta che sono serviti solo per ringiovanire il personale o per tirare a campare (approposito: tentare di calcolare, come ha fatto dalla Cgia di Mestre, il totale dei soldi incassati dalla Fiat dal 1977 è poesia, non prosa).

Se si dice no, quindi, l’Italia potrebbe (dico: potrebbe) fare un passo avanti verso l’età adulta, quell’età nella quale quando si ha un problema non si ricattano i genitori perchè lo risolvano, ma si discute come poterlo risolvere insieme ognuno prendendosi le proprie responsabilità: chi deve pagare, paga, ma sulla base di un progetto nuovo e diverso e che abbia prospettive di riuscita. Se si dice no lo Stato potrebbe tornare a fare lo Stato e non il Bancomat delle imprese che sono “troppo grandi per fallire”. Se si dice no lo Stato non avrebbe più scuse per non realizzare in Italia quelle condizioni indispensabili per rendere possibile investire e produrre attirando capitali stranieri. Quali sono queste condizioni? Sono molto interessato all’inchiesta Stato-mafia, ma mi viene la depressione se penso che in Italia ci sono 9 milioni di cause tra civili e penali ancora pendenti. Sono molto interessato al fallimento della tassa sulle barche di lusso, ma penso che se non si abbassano le tasse sui produttori nessuno verrà mai da noi a portarci tecnologia e innovazione. Lo Stato deve ridurre le tasse soprattutto sui produttori e non fare il conto corrente degli imprenditori. Sono molto interessato al concorsone per 12mila insegnanti, ma penso che se i professori non vengono selezionati dal mercato (che poi sono le singole scuole) finiranno per appesantire un sistema scolastico che non è basatop sul merito ma solo sull’anzianità.

Se si dice no Marchionne perde una battaglia fondamentale, ma più importante di Marchionne c’è l’Italia che, proprio perchè questo è un crinale della sua storia industriale di cui si parlerà ancora per decenni, ha l’occasione per decidere se crescere oppure se continuare a farsi tirare la giacchetta da imprenditori che non solo negano di essere mai stati aiutati prima, ma per di più fanno la morale liberale a tutto il resto del Paese e infine, messi alle strette dicono che vanno a produrre dove ci sono più sussidi. Un comportamento che non è da capitano d’industria.

 

Perchè l’Alcoa, alla fine, potrebbe decidere di restare

11 settembre 2012

Per l’Alcoa si sono persi due anni di tempo, dal 2010 ad oggi, cioè da quando il ministro dello Sviluppo del governo Berlusconi, Claudio Scajola varò il provvedimento salva Alcoa. Tutti sapevano che quel provvedimento, che ha superato l’esame di Bruxelles solo perché quei benefici sono stati estesi a tutte le imprese energivore di Sardegna e Sicilia (figurando, quindi, non come aiuto di Stato, ma come provvedimento “di sistema”) sarebbe scaduto il 31 dicembre di quest’anno. Ma nessuno ha mosso un dito per individuare per tempo una soluzione. Perché? Ignavia politica? Certamente. Miopia dei governatori locali? Sì. Ma c’è di più. L’Alcoa non ha nessun interesse a vendere quello stabilimento perché creerebbe con le sue stesse mani un suo concorrente. Ecco perché la multinazionale americana non ce la sta affatto mettendo tutta per risolvere il problema sardo: perché sa che risolverlo significa agevolare qualcuno (Glencore?) che gli farebbe poi concorrenza sui mercati internazionali usando i sussidi di Stato italiani così come ha fatto lei dal 1996 ad oggi, quando comprò la ex Alumix dall’Efim e gli cambiò nome in Alcoa. Insomma: lei sa benissimo come si fa a diventare competitivi con i soldi degli altri ed è logico che non voglia che anche altri lo facciano.

E allora come mai, mi chiedo, se davvero vuole abbandonare la Sardegna ritarda la chiusura dell’impianto? Cioè: come mai sta facendo di tutto perché lo stabilimento resti efficiente e possa riprendere la produzione? Beh: io non escludo affatto che Alcoa possa usare la sua posizione di privilegio per inasprire le tensioni in modo che l’Italia faccia sentire il proprio peso in Europa per l’ok ai contratti “super interrompibili”. A quel punto non sarebbe affatto sorprendente che l’Alcoa decidesse di ritirare la sua minaccia di chiusura e, forte di altri tre anni di sussidi, decida di restare. D’altra parte è esattamente ciò che ha fatto nel 2009. Anche allora finirono i sussidi pubblici, l’Italia fece il decreto salva Alcoa e la società ritirò le minacce di chiusura dell’impianto. Anche allora Alcoa aveva iniziato a spegnere gli impianti ma stando bene attenta a mantenerli efficienti e in grado di ripartire. Anche allora gli operai dello stabilimento arrivarono a Roma e protestarono davanti al ministero dello Sviluppo. Insomma: non sarebbe una novità. Se così succedesse ciò che occorre fare è programmare uno sviluppo di quell’area fin dal giorno dopo la concessione dei tre anni di proroga. Politici saggi si metterebbero subito a ragionare sulla riconversione dell’area, per non doversi ritrovare, nel 2015, con gli operai che pestano i politici in piazza.

Il destino dell’Alcoa è nelle mani dell’Europa, non in quelle di Passera

10 settembre 2012

Il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, dopo l’infelice battuta (“per l’Alcoa non c’è soluzione”) ha detto che per conoscere il nome di un possibile compratore occorrerà attendere mesi. Non si sa quanti, perchè Bruxelles non comunica mai una data entro la quale darà il suo verdetto. Cosa c’entra Bruxelles? C’entra, perchè l’Italia ha chiesto una proroga degli aiuti all’Alcoa per i prossimi tre anni, fino al 2015. Gli aiuti per i quali l’Italia ha chiesto l’ok dell’Antitrust di Bruxelles riguardano i cosiddetti contratti “super-interrompibilI”, quelli che, in cambio del rischio di vedersi staccare la spina con un preavviso di appena poche ore, consentono di pagare molto meno l’elettricità. Tecnicamente non è un aiuto di Stato, visto che si tratta di un contratto commerciale, ma, visti i precedenti, con inchieste europee che hanno scoperto aiuti illegittimi dati per anni alle aziende sarde, è bene andarci con i piedi di piombo e ottenere l’assenso europeo.

Questo è il motivo per il quale qualsiasi tavolo tecnico, di crisi, d’emergenza, chiamatelo come volete, non serve assolutamente a nulla fino a quando non arriverà il via libera dell’Antitrust. Ed è per questo che mi stupisco di tutta questa agitazione attorno a nomi di fantomatici potenziali acquirenti che, allo stato, non ci sono. 

Perchè la Sardegna ci costerà ancora l’ira di Dio

1 settembre 2012

Non illiudetevi. Anzi, non illudiamoci. Le sacre regole del liberismo non funzionano. Non dico che non funzionano in astratto, anzi, funzionano. Ma non funzionano qui ed ora. Non funzionano nel Sulcis e in tutta la Sardegna. Le regole che non funzionano sono quelle di chi crede che la vicenda sarda, Carbosulcis ed Alcoa (e chissà quante altre ancora nei prossimi mesi) si possa risolvere negando sussidi statali a una miniera e a un produttore di alluminio, entrambe, per altro, sussidiate da decenni con i soldi che, spesso, provengono dalle nostre bollette.

Negare i sussidi pubblici non è una soluzione, è solo una teoria ripetuta a pappagallo da chi non guarda la realtà. E’ un auspicio, che ovviamente condivido, ma non è una soluzione. E’ spiegare il mondo come dovrebbe essere, non come è effettivamente. Spiegare che occorre risolvere le crisi del Sulcis e dell’Alcoa è una favola. Non illudetevi, non illudiamoci: in Sardegna lo Stato dovrà investire ancora centinaia di milioni se non miliardi nei prossimi anni. Che si chiamino sussidi, che si chiamino cassa integrazione, che si chiamino contratti di fornitura elettrica “interrompibili” o “super interrompibili”, che si chiamino contratti di programma, ma i soldi lo Stato ce li deve, purtroppo, mettere ancora. E ce li deve mettere, e ce li metterà, perchè da quando nel 1962 Amintore Fanfani nazionalizzò l’energia elettrica per garantire il sostegno dei socialisti al suo governo, l’elettricità in Sardegna costa di più perchè si è creato un monopolio. Perchè da allora ad oggi nessun politico né nazionale né locale ha mai pensato di costruire un solo metro di autostrada, la cui assenza fa aumentare i costi di trasporto, nè una dignitosa rete ferroviaria. Né ha mai pensato, in momenti di espansione del ciclo economico, a come abolire il sistema dei sussidi pubblici elargiti a piene mani in questi 50 anni da tutti i partiti a tutte le imprese energivore sarde. Né ha mai pensato a un sistema di collegamenti con l’Italia che non sia pagato dalle tasse di tutti gli italiani dato che tutti (ho detto: tutti) i collegamenti con la Sardegna sono sussidiati. E nemmeno i politici hanno mai pensato di costruire un collegamento elettrico tra Italia e Sardegna o una rete di distribuzione del gas. Niente. Non hanno fatto niente. Tocca farlo ora, con lungimiranza, cura del territorio, imparando da come altri Paesi (la Germania, ad esempio, con la Ruhr) hanno riqualificato aree industriali fuori mercato.

Sostenere che ora lo Stato non deve metterci una lira perchè l’ortodossia dei liberali-scienziati che, chiusi nelle loro teorie perfette non lo prevede, è una presa in giro. E, d’altra parte, non li ho sentiti gridare allo scandalo quando banche fallite in giro per il mondo venivano salvate con i soldi dei contribuenti americani, tedeschi, francesi o spagnoli. Nè dire che il Monte dei Paschi di Siena deve essere lasciato fallire anzichè essere nazionalizzato con i soldi delle tasse. E non lo hanno fatto perchè staccare la spina dello Stato dalle banche in fallimento o alla miniera del Sulcis non è semplicemente possibile (ma sono cose che non si possono dire perchè non è molto politically correct) a meno che non si sia disposti ad affrontare a viso aperto, il loro, disordini sociali che non si possono immaginare a che non voglio immaginare. Non si può staccare la spina dello Stato da un territorio che da 50 anni vive attaccato alla mammella pubblica. E non è colpa sua, la colpa è di chi quella mammella, piena dei soldi degli italiani, gliel’ha sempre offerta illudendo i sardi che ci fossero dei pasti gratis pagati dal debito pubblico per ottenere in cambio voti, consensi.

Occorre, invece, dire la verità anche se non la sia vuole sentire: la Sardegna ci costerà ancora l’ira di Dio.

“MANI BUCATE” La Ue contro Portovesme, Ila e Eurallumina: restituite 18 milioni all’Italia

14 febbraio 2012

L’Alcoa non è l’unica azienda sarda mantenuta da soldi pubblici grazie a sconti sulla bolletta elettrica. E gli allevatori padani non sono gli unici che devono restituire soldi allo Stato. Ci sono, infatti, anche Portovesme, Ila e Eurallumina, tre aziende sarde la cui storia racconto in “Mani bucate” e che nei giorni scorsi è arrivata a conclusione. (more…)

“MANI BUCATE” Scandalo Alcoa: chiude in Sardegna perché finiscono i sussidi (e deve ancora restituire 295 milioni)

10 gennaio 2012

L’Alcoa di Portovesme ha deciso di chiudere perchè quello italiano e quello spagnolo “sono tra i siti con i più alti costi nell’ambito del sistema Alcoa”. Lasciatemi dire: è un affronto, perchè l’Alcoa deve ancora restituire all’Italia 295 milioni di euro così come ha stabilito la Ue il 19 novembre del 2009, come risarcimento per aver ottenuto sussidi in modo illegittimo negli anni precedenti. Ed è un insulto, perchè la verità è che l’Alcoa abbandona la Sardegna perchè quest’anno finisce il regime di sussidi deciso nel 2010. (more…)