Posts Tagged ‘editoria’

Linkiesta: da quello che succederà si capirà che cosa è successo

21 febbraio 2013

Montanelli diceva che la garanzia di indipendenza di un giornale e del suo direttore sono i conti in ordine. E’ una di quelle frasi che un giornalista e, ancora di più, un direttore, dovrebbe sempre tenere a mente. Linkiesta è un giornale online in perdita, come dicono anche iu suoi redattori nella lettera all’editore, e per questo la sua indipendenza era a rischio. D’altra parte non si può essere indipendenti con i soldi degli altri. Probabilmente nel 2012 o nel 2013 sarebbe andato in pareggio o con un piccolo utile. Bastava aspettare un anno, al massimo due, e i soci sarebbero stati azionisti di un giornale online autorevolissimo, in salute con una redazione affamata di successi.Perché non hanno aspettato? Perché qualche socio ha preso a pretesto i conti in perdita (sapendo fin dall’inizio che lo sarebbero stati) per regolare i conti con chi non eseguiva i suoi ordini. Che non occorre siano né detti né scritti: si sanno.

Ma per sapere esattamente come sono andate le cose. Da quello che succederà si capirà che cosa è successo. Da chi diventerà il nuovo direttore si capirà chi ha fatto fuori quello vecchio. Da quale sarà la nuova linea editoriale si capirà perché quella di prima non andava bene. Dalla vicinanza più o meno marcata dalla linea ufficiale di un partito, magari di governo, si capirà quanto era distante quella di prima. E da quanto sarà vicino il nuovo direttore a quella linea si capirà perché Jacopo Tondelli, definito da uno dei soci “l’unico proletario” è stato licenziato licenziando il suo vice. Una nuova tecnica di licenziamento, che potrebbe essere definita “per induzione” per far fuori i direttori non allineati. 

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Telese, se l’informazione è un bene pubblico, allora chiedi i soldi allo Stato (e non dare la colpa alla Fiat)

18 dicembre 2012

Forse Pubblico chiuderà. E me ne dispiace sinceramente soprattutto perché avrò un giornale in meno con il quale essere in totale e radicale disaccordo. Ci sono stati giorni nei quali non riuscivo a trovare, pur sforzandomi, nemmeno una didascalia con il quale essere d’accordo. Spesso nemmeno su Pupù. Ma (adesso non aspettatevi la pietosa frase “lo compro perché è giusto che ci sia” perché non la dico)… ma… dicevo… l’editoriale di oggi nel quale il direttore-fondatore Luca Telese è commovente. Anche perché raramente ho letto qualche cosa di più contraddittorio. A partire dall’espressione “l’informazione come bene pubblico”. Ok: ammettiamo che lo sia. Se fosse coerente Telese dovrebbe fare una battaglia per ottenere i soldi pubblici, i finanziamenti dello Stato come hanno fatto prima di lui centinaia di testate giornalistiche. E invece non lo fa. Orgogliosamente rivendica di non pesare sulle tasche degli italiani. Beh: allora l’informazione non è un bene pubblico. O forse sì, lo è, ma solo in quanto il pubblico degli italiani si deve sentire obbligato a sostenerla acquistando “Pubblico” in edicola anche se non condivide nulla di ciò che scrive (come me). Ma se è così, mi devio sentire impegnato a sostenere anche Libero. Anche Europa. E perché non anche LatinaOggi. E il Manifesto? Anche quello, ovvio. Per non sentirmi inadempiente di fronte al dovere di sostenere un bene pubblico dovrei comprare, insomma, tutti i giorni tutti i giornali perchè tutti, tutti insieme, costruiscono il “bene pubblico” dell’informazione. Ovviamente è impossibile. L’alternativa è che lo Stato, sommo difensore del “bene pubblico” sostenga tutti i giornali, ma anche questo non non garantisce dal fallimento (Il Manifesto docet). Piuttosto fa diventare tutti i giornali e tutti i giornalisti in qualche modo dipendenti pubblici e filo-governativi. E a quel punto l’informazione si trasforma da “bene pubblico” a “bene statale” e, francamente non è il caso. Ci sono stati anni nei quali i sussidi alle imprese editoriali sono stati dati con tale larghezza da andare a finire a tutte le testate cartacee, anche a quelle che chiudevano ogni anno i bilanci con utili milionari (in euro). Non è il caso di ripetere l’esperienza.

Tornando a noi: per Telese l’informazione è un bene pubblico ma non si rivolge al pubblico (lo Stato) per stare in piedi. Quindi? Quindi resta il privato, ovvero la pubblicità. Ma anche in questo caso cade in un’altra contraddizione (per essere buoni). Se la prende Marchionne perché non ha mai fatto pubblicità sul suo giornale spiegando che il motivo di questa indifferenza sono state le critiche che Pubblico ha rivolto alla Fiat. Può essere ma la Fiat non è l’unica azienda che fa pubblicità in Italia. C’è la Sony, ad esempio, c’è la Cisco, c’è la Piaggio, ci sono centinaia di migliaia di imprese che fanno pubblicità e non tutte sono state criticate da Pubblico. E allora, come mai non fanno pubblicità su Pubblico? Perché le imprese decidono dove fare pubblicità a seconda del ritorno che quella inserzione gli assicura. Al netto dell’antipatia che Marchionne può nutrire per Pubblico, non si può accusare il mercato di non sostenere un giornale (che ha deciso di stare sul mercato) se decide che il pubblico verso il quale quel giornale si rivolge non è lo stesso che è interessato ai suoi prodotti. O Telese dice che anche Gucci ce l’ha con lui, oppure mi dovrebbe spiegare come mai Gucci non fa pubblicità sul suo giornale. La verità è che Telese pensa che le aziende servano per sostenere la stampa libera così come Vendola pensa che le imprese servano per produrre gettito fiscale (cito Vendola perché è ilpolitico che più di tutti usa il termine “proprietà pubblica”).

L’unico motivo per il quale Pubblico rischia di chiudere è perché è un giornale che il mercato non apprezza. Punto. E, visto che non lo apprezza, allora il mercato è gretto, individualista ed egoista. E’ da questa idea di mercato che deriva la teoria in base alla quale tutto è pubblico e deve restare tale: dall’acqua ai tram passando per la raccolta rifiuti fino ai teatri fino, appunto, ai giornali. In questo momento, poi, nel quale anche per i grandi giornali, le emittenti tv, le radio, è diventata un’impresa disperata riuscire a trovare tanta pubblicità quanta ne servirebbe, accusare il mercato di non stanziare budget per vendetta è, mi perdoni Telese, ridicolo.

P.S. Da domani ti compro, ma solo perché voglio leggere qualcosa che non trovo su altri giornali, non t’azzardare a dire che sostengo un bene pubblico sennò smetto subito.

“MANI BUCATE” I sussidi a L’Unità spaccano il Movimento 5 Stelle

30 dicembre 2011

I sussidi pubblici all’editoria sono sempre stati la mangiatoia nella quale i partiti hanno sguazzato per decenni. Ovvio che la loro riduzione abbiano provocato mal di pancia spaventosi tra i beneficiari. La novità è che la decisione del premier Mario Monti di ridurli a poco più di 35 milioni di euro per il 2012 ha spaccato perfino i partiti (pardon, movimenti) che non ne usufruiscono, come nel caso del movimento 5 stelle di Beppe Grillo. (more…)

“MANI BUCATE” La vera storia dei 21 chilometri (ultima parte)

22 dicembre 2011

La seconda e ultima parte dell’introduzione di “Mani bucate”.

“Per gli ottimisti il sussidio è il fertilizzante che può concimare il campo dell’imprenditore perchè produca frutti sempre migliori. Non è vero: la particolarità dei sussidi italiani è quella di essere perfettamente inutili. E’ stato calcolato che l’effetto dei sussidi alle imprese del Mezzogiorno sia stato quello di far crescere il Pil del Sud dello 0,25 per cento in più ogni anno tra il 2000 e il 2005. In altre aree depresse dell’Europa la crescita nello stesso periodo ha oscillato tra il triplo e il quadruplo in più. Ciò significa che i cittadini italiani ricavano benefici assolutamente marginali dai sussidi alle imprese. Benefici che durano fino a quando lo Stato non stacca la flebo interrompendo il flusso di denaro pubblico. A quel punto troppo spesso scatta la minaccia: o gli incentivi o la chiusura. Ecco il meccanismo con il quale le grandi imprese finiscono per ricattare lo Stato.

In Italia i sussidi, che dovrebbero far crescere ricchezza e occupazione, spesso sono puro e semplice assistenzialismo, che per di più sembra impossibile da eliminare. E questo sia perché tutti gli Stati del mondo sussidiano le proprie imprese (e sarebbe semplicemente folle quel paese che decidesse autonomamente di staccare la flebo), sia perchè i sussidi servono per indirizzare la politica economica di una nazione. Ma sono impossibili da eliminare anche perchè la crisi che ha colpito l’Occidente ha generato insicurezza economica, che a sua volta ha generato la richiesta di mantenere inalterata la spesa statale a difesa dei diritti acquisiti. Ma la particolarità italiana è che il “diritto alla cultura” significa più soldi pubblici ai cinepanettoni o a film giudicati di “interesse culturale” come Winx Club, finanziati con l’aumento delle tasse sulla benzina. “Diritto a un ambiente migliore” significa più sussidi alle energie rinnovabili, anche se questo vuol dire più prelievi sulle bollette delle famiglie, che nel 2011 pagheranno sei miliardi di euro ai produttori di energia verde. “Diritto a essere informati” significa più contributi all’editoria, compresi gli innumerevoli quotidiani di partito, anche se questo vuol dire dare milioni di euro a giornali che vendono poche decine di copie. “Diritto a internet” significa più sussidi alle imprese telefoniche perchè posino la fibra ottica

in tutt’Italia, anche se questo significa meno concorrenza sui servizi telematici.

Più sale la richiesta di nuovi diritti, più sale la pressione sullo Stato perchè fornisca i soldi necessari a soddisfarli. Così, invece di stabilire regole e farle rispettare, lo Stato finisce per ridursi a un bancomat il cui dovere è concedere soldi (anche quando dovrebbe smettere) a imprenditori che si sentono in diritto di ottenerli, soprattutto se li hanno sempre ottenuti.

Questo libro squarcia il velo di ipocrisia collettiva alimentata da politici, imprenditori e sindacalisti, secondo cui l’unico modo per salvare un’impresa in crisi o sviluppare un’area depressa sia spendere soldi pubblici, fingendo di credere che servano a qualcosa di diverso dal consolidare un rapporto insano tra politica e industria, tra voti e fabbrica, tra imprenditori malati di assistenzialismo e politici affamati di consenso. E ciò avviene anche se entrambe le parti in causa sono consapevoli che non è questa la strada per creare nuove imprese, rivitalizzare il Mezzogiorno, aumentare l’occupazione e la ricchezza. Lo sanno benissimo. Lo sanno tutti. La realtà insegna che gli imprenditori cercano il sussidio pubblico, lo usano, a volte anche bene, ma sempre con la mano sinistra, e contemporaneamente accusano lo Stato di invadere spazi di libertà economica. Fingono così di dimenticare che l’iniziativa privata subirebbe un colpo mortale se i governi non la sostenessero concedendo soldi a industriali che chiedono al pubblico di condividere i rischi d’impresa senza dare conto dei risultati nè ripartire i benefici. In Italia non è solo lo Stato a voler essere statalista: sono anche i privati a non voler essere liberali. Alla fine, anzichè una concorrenza tra aziende pubbliche e aziende private, si è creata un’area grigia nella quale tutte le aziende sono un po’ pubbliche e un po’ private, nella quale è impossibile capire se la responsabilità della mancata crescita di un’industria sia dell’imprenditore incapace o del pubblico che non lo ha sostenuto con maggiori incentivi.

Ecco, questo libro è il risultato di un lungo viaggio nella galleria degli orrori dei sussidi, proprio là dove sfuma il confine tra Stato e mercato.

C’è un modo per uscire da un sistema che non produce benessere? Una via è stata indicata dal governatore della Banca d’Italia e prossimo governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando ha sottolineato che è molto più utile usare i soldi pubblici per l’effettiva applicazione delle leggi, puntando a creare quell’indispensabile infrastruttura che si chiama legalità. Una seconda via può essere quella di affidare ai corpi intermedi della società la responsabilità della concessione

dei fondi pubblici, o almeno di una parte di essi, premiandoli sulla base dei risultati. I casi di soldi pubblici gestiti da entità private o associative sono numerosi (esperienze positive sono state avviate da Umbria, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte) e dimostrano che la gestione sussidiaria degli incentivi pubblici è l’unica che può intaccarne l’uso clientelare. La terza strada è forse quella di cominciare a ribaltare il paradigma che governa la teoria dei sussidi: paradigma che vuole che sia l’offerta a creare la domanda. Visti i risultati, è evidente che non è così e che forse finanziare la domanda, cioè lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini, porterebbe a risultati migliori.

“MANI BUCATE” Manovra: salvati i sussidi all’editoria. Ma uno studio dimostra che quelli italiani sono buttati via

14 dicembre 2011

I relatori alla manovra del governo Monti, Leo (Pdl) e Baretta (Pd) sono riusciti a resuscitare i sussidi alle imprese editoriali. Erano stati tagliati di 75 milioni di euro, ma la presa di posizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha, evidentemente, sortito i suoi effetti. Così, difficilmente i tagli verranno confermati. (more…)

“MANI BUCATE” Napolitano contro i “tagli lineari” all’editoria. Ma “Motocross” dobbiamo continuare a pagarlo noi?

30 ottobre 2011

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato una lettera in risposta a quella inviatagli dai direttori di testate non profit, di partito e cooperative, sul taglio del Fondo per l’editoria.

 

Quello che segue è il testo della lettera. in calce le firme

Egregio Presidente,
ci rivolgiamo a Lei, nella Sua qualità di più autorevole rappresentante e custode della democrazia costituzionale per significarLe il rischio imminente di chiusura che coinvolge un centinaio di giornali politici, cooperativi, non profit e di idee e la conseguente perdita del lavoro per svariate migliaia di giornalisti e poligrafici. 

Questo gravissimo evento sarà la conseguenza inesorabile del taglio del Fondo per l’editoria deciso dal Governo, se non interverranno immediate misure atte a ripristinarlo, sia pure nell’entità – peraltro assai modesta e nel tempo già considerevolmente ridotta – stabilita per gli anni precedenti. Chi Le scrive è perfettamente consapevole dei problemi di bilancio dello Stato e della necessità di ridurre la spesa pubblica, eliminando ogni fonte di spreco. Anche nel mondo dell’editoria, dove è indispensabile un’opera di bonifica per distinguere, sulla base di rigorosi criteri, i giornali «veri» dalle testate inventate a bella posta per lucrare sulle erogazioni pubbliche. 

Abbiamo da anni indicato soluzioni di maggior rigore e trasparenza, idonee ad evitare lo sperpero di denaro pubblico. Il recente Regolamento solo in parte le ha recepite, pertanto mentre chiediamo l’adeguamento del Fondo torniamo a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall’altro una più rigorosa selezione nell’accesso alle risorse. 

Senza questo intervento, il taglio “lineare” prodotto sortirà il risultato di buttare il bambino con l’acqua sporca. Siamo certi, Signor Presidente, che comprenderà quale vulnerazione democratica si determinerebbe se il pluralismo dell’informazione subisse un’amputazione delle proporzioni annunciate. In edicola rimarrebbero i giornali che hanno alle spalle editori potenti, che drenano pressoché tutta la pubblicità, compresa quella degli inserzionisti istituzionali. Il perimetro dell’informazione si comprimerebbe drasticamente, rimanendo appannaggio di pochi gruppi privilegiati. 

Il tempo a disposizione per evitare il tracollo è talmente breve che già domani sarebbe troppo tardi. Per questo, Signor Presidente, noi che rappresentiamo testate del più diverso orientamento culturale e politico, Le chiediamo un intervento utile a scongiurare un epilogo disastroso. Nella nostra qualità di direttori dei giornali sottoscrittori della presente, Le chiediamo anche di volerci incontrare, in modo da rendere vieppiù chiari i termini delle nostre valutazioni e delle nostre proposte. 
Con stima 

 

Stefano Menichini, Europa
Dino Greco, Liberazione
Marcello De Angelis, Secolo d’Italia
Claudio Sardo, l’Unità 

COOPERATIVE MEDIACOOP E NON PROFIT 

Marco Tarquinio, Avvenire Angelo Mastrandrea e Norma Rangeri, il Manifesto Emanuele Macaluso, Il Riformista Giuseppe Giulietti, Articolo21 Giovanni Sica, Cesare Pozzo, Il TrenoGian Mario Gillio, Confronti Marina Ricchi, Luna Nuova Mimmo Angeli, Corriere Mercantile, Gazzetta del Lunedì Edo Ottaviani, Corriere di Romagna Emanuele Galba, La Cronaca di Cremona e La Cronaca di Piacenza Tiziana Bartolini, Noi Donne Marco Fratoddi, La Nuova Ecologia Tarcisio Tarquini, Rassegna Sindacale Riccardo Quintili, Il Salvagente Rocco Di Blasi,Il Salvagente online Cristina Scarpa, Agenzia di stampa Luisa Campatelli, Il Corriere del Giorno Duccio Rugani, Il Cittadino Oggi 

TESTATE FISC
(FEDERAZIONE ITALIANA SETTIMANALI CATTOLICI) 

Giovanni Pinna, Nuovo Cammino Giuseppe Malandrino, La Vita Diocesana Giampiero Cinelli, La Vita Picena Davide Maloberti, Il Nuovo giornale Chiara Genisio, Agenzia giornali diocesaniClaudio Tracanna, Vola Riccardo Losappio, In comunione Antonio Ricci, Il Corriere apuanoMarino Cesaroni, Presenza Paolo Busto, La Vita casalese Irene Argentiero, Il Segno Francesco Zanotti, Corriere Cesenate Claudio Mazza, Incrocinews Ernesto Preziosi, Il Nuovo Amici Andrea Fagioli, Toscana Oggi Marco Piras, L’Arborense Massimo Manservigi, La Voce di Ferrara e Comacchio Carlo Cammoranesi, L’Azione Bruno Cescon, Il Popolo Giovanni Tonelli, Il PonteMario Barbarisi, Il Ponte Marco Bonatti, La Voce del Popolo Luigi Lamma, Notizie Giulio Donati,Il Piccolo Antonio Rizzolo, Gazzetta d’Alba Sandro Tuzi, Il Velino, Lo sguardo dei Marsi Andrea Ferri, Il Nuovo Diario Messaggero Mario Piroddi, L’Ancora Mauro Ungaro, Voce Isontina Antonio Maio, L’Azione Pietro Pompei, L’Ancora Angelo Zema, RomaSette.it Alberto Margoni, Verona Fedele Simone Franceschi, Sulcis Iglesiente oggi Luigi Taliani, Emmaus Doriano De Luca,Nuova stagione Adriano Bianchini, La Voce del popolo Luca Sogno, Corriere Eusebiano Stefano Malagoli, Il Nostro Tempo Silvio Grilli, Il Cittadino Piergiorgio Pruzzi, Il Popolo Corrado Avagnina, Unione Mongalese, La Fedeltà.

 

Ed ecco la risposta del Presidente della Repubblica

“Ho letto con attenzione la vostra lettera e mi rendo ben conto dell’importanza degli argomenti che mi avete illustrato in polemica con l’annunciato taglio “lineare” al Fondo per l’editoria. Condivido la preoccupazione per i rischi che ne potrebbero derivare di mortificazione del pluralismo dell’informazione. E non mancherò di manifestare questo mio punto di vista al governo. Ho, nello stesso tempo, trovato altamente apprezzabile, nella vostra lettera, la sensibilità per l’urgenza di “un’opera di bonifica” in questo settore e la disponibilità “a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall’altro una più rigorosa selezione nell’accesso alle risorse”. Credo che quanto più darete seguito concreto a questi vostri intendimenti, tanto più ne guadagnerà in efficacia la sollecitazione, che faccio mia, per una riconsiderazione delle decisioni del governo”.

 

Comunque la si pensi, i soldi all’editoria sono troppi. Qui, per chi si vuole divertire si possono leggere i nomi di tutte le testate italiane che hanno ottenuto soldi pubblici nel 2009, quelli del 2010 (e siamo ormai a novembre) ancora non sono stati pubblicati. E si scoprirà che, ad esempio, Motocross è stato finanziato con i soldi delle tasse per 506mila euro e spiccioli. Ma, attenzione, questi sono solo i soldi provenienti dalle casse statali, ai quali vanno aggiunti quelli provenienti dai fondi delle varie Regioni. La Sardegna, come racconto in “Mani bucate”, ha finanziato le tv locali che trasmettevano i cartoni animati tradotti in sardo a spese della Regione.

No, i soldi vanno tagliati drasticamente, versati in base alle copie vendute e non ai costi. E non è detto che tutte le testate di partito, come dicono i direttori nella loro lettera, debbano essere finanziate. Sennò continuiamo a dare soldi all’Avanti di Lavitola. E non vanno più finanziate radio che non vogliono raccogliere pubblicità (Radio Radicale) o web Tv, anche se appartenenti a partiti politici. Non vanno più finanziati giornali locali con scopi puramente commerciali: se non stanno in piedi, che chiudano, la collettività non può sobbarcarsi i costi di un giornale che non sta sul mercato trasformando i suoi giornalisti in dipendenti statali. E non ditemi che i soldi ai giornali aumentano la democrazia. Aumentano solo le truffe, in “Mani bucate” ne racconto di incredibili legate proprio ai soldi che gli “editori” incassano con la scusa di aumentare il tasso democratico del Paese.

P.S. Come mai l’appello non è stato firmato da Giuliano Ferrara (3,7 milioni nel 2009)?

“MANI BUCATE” i giornali sussidiati vogliono aumentare le tasse per continuare a ricevere soldi pubblici

7 ottobre 2011

Per il 2012 saranno tagliati i fondi per l’editoria. E, ovviamente, scattano le proteste. I giornali mantenuti dallo Stato sono scesi in piazza il 28 settembre scorso per chiedere al governo di “tagliare i tagli” e aumentare le risorse. All’editoria sussidiata con i soldi dello Stato ho dedicato uno dei capitoli più lunghi e impressionanti del mio ultimo libro, “Mani Bucate – L’orgia degli aiuti pubblici alle imprese di Stato”. (more…)