Posts Tagged ‘elezioni’

Quello che non avremo

26 febbraio 2013

Come sono andate le elezioni ormai si sa. Perciò si può concludere ragionevolmente che, solo per fare qualche esempio: non avremo le liberalizzazioni, le privatizzazioni nemmeno nella loro versione light, quella della vendita di beni immobili pubblici. Non avremo l’abolizione degli ordini professionali e nemmeno la concorrenza tra pubblico e privato nel settore dove si potrebbero ottenere gli effetti migliori, cioè nella scuola e nella sanità. Non avremo la meritocrazia, altrimenti Renzi a quest’ora starebbe prendendo le misure del suo nuovo ufficio a Palazzo Chigi. (more…)

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In democrazia è l’elettore che ricatta il politico

21 febbraio 2013

Il meccanismo politico che sottende al ricatto elettorale che va sotto il nome di “voto utile” è semplicissimo. A chiedere al corpo elettorale il “voto utile” è sempre un uomo politico che fa parte di un grande partito il quale rischia di non avere la maggioranza in Parlamento alla quale si sente destinato. Questo grande partito sa bene che se non raggiunge la maggioranza, sarà costretto a fare accordi, per governare, con un altro partito, più piccolo, con il quale non ha nessuna voglia di allearsi (perché sennò lo avrebbe fatto prima) il quale partito più piccolo, durante la legislatura, sapendo di essere determinante per la sopravvivenza della stessa, può, a sua volta, ricattare politicamente il partito più grande imponendogli delle misure che snaturano l’essenza della di lui offerta politica. (more…)

Bersani e il “grande piano di piccole opere”

9 febbraio 2013

L’affermazione chiave del programma del Pd, quella che racchiude e spiega la politica industriale del partito(la mitica “politica industriale” di cui tutti sembra sentano un gran bisogno) è contenuta nello slogan pronunciato dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: “Un grande piano di piccole opere”. Lo Stato, per il Pd, deve concentrarsi, quindi, sulle “piccole opere” che possono “dare una mano all’occupazione” e “respiro all’economia”. Tra le varie “piccole opere” Bersani elenca, tra le altre, la messa in sicurezza delle scuole. Sacrosanto. D’altra parte non si può rilevare lo scandalo di edifici pubblici pericolanti all’interno dei quali entrano tutti i giorni dei bambini. Ma il ruolo dello Stato nell’economia non è questo: costruire scuole non pericolanti è l’ABC dell’edilizia pubblica. E’ il minimo che ci si aspetta dallo Stato, quello stesso Stato che pretende di avere il monopolio dell’istruzione e poi permette che si costruiscano scuole fatiscenti e, infine, stanzia dei soldi per metterle in sicurezza spacciando questa idea come “politica industriale”. Si potrebbe dedurre che la “politica industriale” si fa sulla pelle dei bambini, ma sarebbe troppo cinico.

Il ruolo dello Stato non è investire in “piccole opere”, ma, al contrario, investire in “grandi opere”, nelle sempre troppo citate “infrastrutture”, quelle che permettono ai cittadini di costruire sopra di esse, accanto ad esse e grazie ad esse, lo sviluppo economico secondo le proprie capacità. Oltre a mettere in sicurezza le scuole (in fretta), lo Stato deve finanziare un’autostrada in Sardegna dove, finora, è intervenuto solo attraverso sussidi pubblici alle grandi imprese che hanno trovato conveniente investire lì solo per la presenza di incentivi spaventosi finiti i quali la Regione è precipitata in una crisi dalla quale il Pd intende farla uscire rinnovando quegli stessi incentivi (“In tutto il mondo si danno incentivi”, ha detto il segretario). La Sardegna, che è un esempio perfetto degli errori catastrofici di quella che negli Anni ’60 chiamavano, appunto, “politica industriale” non si risolleverà con un “grande piano di piccole opere”, ma con un “grande piano per grandi opere”. Tipo un’autostrada, che renda meno costoso per le industrie trasportare i loro prodotti dalla fabbrica ai porti. Non si può pensare di modernizzare il Paese per i prossimi decenni con la Salerno Reggio Calabria nello stato in cui si trova. E nemmeno si può pensare di modernizzare il Paese limitando l’uso del contante ma senza porsi l’obiettivo di avere in tutte le città italiane il wifi gratuito per tutti. Un po’ di ambizione non guasterebbe.

“MANI BUCATE” Perchè il decreto sviluppo deve essere a costo zero

25 ottobre 2011

Il “decreto sviluppo” deve essere a costo zero. Lo Stato ha già iniettato abbastanza soldi nell’economia; è ora che si fermi. Basta soldi, non sono quelli che ci mancano. Una prova? Nel giro di due settimane lo Stato ha deciso di spendere 576 milioni e 600 milioni per privatizzare rispettivaemnte la Tirrenia e la Siremar. Scrivendo “Mani Bucate” mi sono accorto che non sono i soldi che mancano, mancano le persone capaci di utilizzarli. Di storie di imprenditori che hanno incassato e poi sono fuggiti, di casi nei quali lo Stato ha elargito a piene mani fregandosene dei risultati, di episodi in cui fantomatici “progetti di sviluppo integrato” hanno succhiato centinaia di milioni di euro provenienti dalle nostre tasse è costellato il mio libro. La conclusione che ne ho tratto è che quando lo Stato (quello italiano) mette le sue ditona nei delicati meccanismi economici che regolano l’imprenditoria privata fa solo disastri. E il fatto abbastanza incredibile è che lo sanno tutti: i sussidi alle imprese non servono assolutamente a nulla. Così la proposta di defiscalizzare le assunzioni dei giovani da parte delle imprese è la più demagogica delle risposte. E’ solo una strizzatina d’occhio alla Confindustria, che sembra esistere solo per cercare di far risparmiare una manciata di euro ai propri iscritti.
Perchè non ci chiediamo come mai le imprese non assumono giovani? Una risposta? Le imprese non assumono giovani perchè le imprese producono beni e servizi vecchi per i quali i giovani non servono a nulla se non a fare il lavoro dei vecchi, pagati meno. Alle imprese italiane non servono giovani preparati perchè, anche grazie ai sussidi pubblici di tipo assistenziale, continuano a non produrre nulla di nuovo. E se non si fa qualche cosa di nuovo, a che serve un giovane? E a che serve defiscalizzare l’assunzione di ventenne se poi gli si fa fare un lavoro che chiunque sarebbe in grado di fare, compreso suo padre?
I soldi, in realtà, sono l’alibi per non fare le riforme: sono il tappeto sotto il quale nascondere l’incapacità di rivoltare l’Italia come un calzino. Ma può ilò governo rischiare di cadere sull’aumento di due (due!) anni dell’età pensionabile? Allora, tanto vale cadere proponendo un’idea di Italia liberale, dove caste, monopoli, lobbies, consorterie vengano sconfitte in nome della libertà del singolo. Personalmente preferirei morire mentre lotto con un drago piuttosto che mentre litigo con un pulcino.
Ciò che serve non sono i soldi, è un’idea nuova di come si possa uscire da questo pantano che tutto inghiotte e nulla produce. Serve libertà. Questo serve. E quella, grazie a Dio, è gratis. Come le riforme proposte da Alesina e Giavazzi.