Posts Tagged ‘Giulio Tremonti’

Letta, se vuoi tagliare la spesa lascia perdere Giavazzi (che è come Tremonti) alcuni numeri

2 maggio 2013

La valutazione dei costi delle promesse fatte dal presidente del Consiglio Enrico letta nel suo discorso alla Camera variano dai 20 ai 30 miliardi di euro. Ovviamente non tutti da recuperare entro il 2013. Per quest’anno occorre, però trovare una cifra intorno ai 10 miliardi di euro compresa la promessa eliminazione (o sospensione, ancora non si è capito) dell’Imu di giugno.

Al netto della richiesta di “maggiore flessibilità” sul bilancio dello Stato, ovvero, al netto della richiesta o di poter sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil e/o rivedere i termini del fiscal compact, è chiaro che l’unico modo per recuperare risorse è il taglio della spesa, sempre che quest’anno l’economia non si rimetta a correre come un centometrista e che non si desideri aumentare la pressione fiscale.

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“MANI BUCATE” Ecco dove si nascondevano i 5,2 miliardi che Monti userà per le grandi opere

6 dicembre 2011

Il presidente del Consiglio Mario Monti ha annunciato lo sblocco di 5,2 miliardi di euro per l’avvio di grande opere infrastrutturali. Se ne occuperà in Cipe in una delle prossime riunioni. Però nessuno ha ancora spiegato da dove arrivano questi 5,2 miliardi di euro e perchè sono disponibili. Ovvero: perchè non sono stati spesi finora? (more…)

“MANI BUCATE” Perchè il decreto sviluppo deve essere a costo zero

25 ottobre 2011

Il “decreto sviluppo” deve essere a costo zero. Lo Stato ha già iniettato abbastanza soldi nell’economia; è ora che si fermi. Basta soldi, non sono quelli che ci mancano. Una prova? Nel giro di due settimane lo Stato ha deciso di spendere 576 milioni e 600 milioni per privatizzare rispettivaemnte la Tirrenia e la Siremar. Scrivendo “Mani Bucate” mi sono accorto che non sono i soldi che mancano, mancano le persone capaci di utilizzarli. Di storie di imprenditori che hanno incassato e poi sono fuggiti, di casi nei quali lo Stato ha elargito a piene mani fregandosene dei risultati, di episodi in cui fantomatici “progetti di sviluppo integrato” hanno succhiato centinaia di milioni di euro provenienti dalle nostre tasse è costellato il mio libro. La conclusione che ne ho tratto è che quando lo Stato (quello italiano) mette le sue ditona nei delicati meccanismi economici che regolano l’imprenditoria privata fa solo disastri. E il fatto abbastanza incredibile è che lo sanno tutti: i sussidi alle imprese non servono assolutamente a nulla. Così la proposta di defiscalizzare le assunzioni dei giovani da parte delle imprese è la più demagogica delle risposte. E’ solo una strizzatina d’occhio alla Confindustria, che sembra esistere solo per cercare di far risparmiare una manciata di euro ai propri iscritti.
Perchè non ci chiediamo come mai le imprese non assumono giovani? Una risposta? Le imprese non assumono giovani perchè le imprese producono beni e servizi vecchi per i quali i giovani non servono a nulla se non a fare il lavoro dei vecchi, pagati meno. Alle imprese italiane non servono giovani preparati perchè, anche grazie ai sussidi pubblici di tipo assistenziale, continuano a non produrre nulla di nuovo. E se non si fa qualche cosa di nuovo, a che serve un giovane? E a che serve defiscalizzare l’assunzione di ventenne se poi gli si fa fare un lavoro che chiunque sarebbe in grado di fare, compreso suo padre?
I soldi, in realtà, sono l’alibi per non fare le riforme: sono il tappeto sotto il quale nascondere l’incapacità di rivoltare l’Italia come un calzino. Ma può ilò governo rischiare di cadere sull’aumento di due (due!) anni dell’età pensionabile? Allora, tanto vale cadere proponendo un’idea di Italia liberale, dove caste, monopoli, lobbies, consorterie vengano sconfitte in nome della libertà del singolo. Personalmente preferirei morire mentre lotto con un drago piuttosto che mentre litigo con un pulcino.
Ciò che serve non sono i soldi, è un’idea nuova di come si possa uscire da questo pantano che tutto inghiotte e nulla produce. Serve libertà. Questo serve. E quella, grazie a Dio, è gratis. Come le riforme proposte da Alesina e Giavazzi.

Letta: Bersani, meno

1 febbraio 2011

Enrico Letta: “Un governo con Tremonti o Maroni saremmo disposti ad appoggiarlo anche domani”.

Voleva dire

Un governo Bersani, meno.

 

Ecco cosa c’entra l’asta dei Btp con il governo tecnico

24 novembre 2010

Lunedì 29 novembre verranno messi all’asta fino ad un masimo di 7 miliardi di titoli del debito pubblico. Si tratta di Cct e Btp che l’Italia offrirà al mercato. Intanto il differenziale tra i titoli portoghesi e tedeschi è salito ai massimi dall’introduzione dell’euro, 481 punti. L’Irlanda è messa come è messa e il differenziale tra i nostri Btp e i bund tedeschi è compreso tra 158 e 165 punti: anche questo un record. Secondo gli operatori l’asta di lunedì andrà bene, anche se l’offerta è leggermente superiore a quello che ci si aspettava, ma se andasse male?

Non voglio fare il dietrologo o costruire complotti inesistenti ma, diciamo per puro amore della discussione, se, e dico se, l’asta andasse male e i rendimenti salissero a causa di richieste deboli? E’ del tutto evidente, e c’è anche chi lo ha teorizzato, soprattutto nell’Udc, che più va male il Paese più aumentano le possibilità che si vada verso un governo tecnico, un governo di transizione guidato da uno dei due personaggi più autorevoli oggi in circolazione: Tremonti o Draghi. Perchè se venisse dimostrato che non siamo in grado di piazzare i nostri Btp sarebbe evidente che non si potrebbe andare ad elezioni anticipate, pena le bastonature ancora peggiori da parte dei mercati.

E’ del tutto fuori luogo immaginare che qualcuno, in Italia, tifi perchè il collocamento non vada a buon fine, ma è altrettanto evidente che oltre i nostri confini potrebbero essere in molti a spingere per un governo tecnico e, quindi, a sperare che i nostri Btp e Cct vengano collocati a prezzi esorbitanti mettendo in difficoltà le casse pubbliche. Ad esempio la Ue, che ogni volta che c’è da salvare un Paese membro le viene un mal di pancia contagioso. Ad esempio i creditori dell’Italia, che cominciano a tremare di fronte alla possibilità che il suo debitore finisca come la Grecia o, peggio, come l’Argentina. Ad esempi oil Portogallo, che spera di distogliere l’attenzione dei mercati dalla sua crisi economica. Idem per l’Irlanda. Insomma, c’è una lunga sfilza di enti, personaggi, interessi che vede di buon occhio un governo Tremonti o un governo Draghi. E se l’asta dovesse mostrare le difficoltà italiane di piazzare i titoli del proprio debito pubblico è evidente che quella soluzione politica diventerebbe inevitabile. O quasi.

La crisi irlandese decide le elezioni

18 novembre 2010

 

Il modo in cui verrà trovata una soluzione alla crisi dell’Irlanda influenza molto più di quanto non si pensi il futuro politico italiano. Non è un paradosso né una esagerazione. Anzi, si potrebbe tranquillamente dire che se l’Irlanda fallisce (cosa che non succederà, ovviamente) in Italia ci sarà un governo tecnico, se non fallisce (cioè se l’Europa l’aiuta come pare sia stato deciso) aumentano le probabilità che si vada ad elezioni anticipate.

La crisi finanziaria che sta ri-scuotento l’Europa è, infatti, l’argomento usato in modo strumentale e anche irresponsabile, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Partiamo da quest’ultima. La frase illuminante è di Angelo Sanza, plenipotenziario dell’Udc in Puglia. Certamente non un uomo di primo piano nel panorama politico italiano. Ma tuttavia da lui è arrivata il chiarimento più chiaro di tutti. Ha detto (riportato dalla Stampa di oggi): “E’ paradossale, lo so, ma per il bene del Paese dobbiamo sperare in tensioni sui mercati che facciano temere un rischio Grecia. Solo così si creerebbe un clima favorevole al governo tecnico”. Significa che se la faccenda irlandese finisse male, o se dovesse riemergere la crisi greca in tutta la sua gravità, nascerebbe la convinzione in Italia e, primo fra tutti nel capo dello Stato Giorgio Napolitano, che il Paese non potrebbe sopportare 4 mesi di campagna elettorale con un esecutivo in carica solo per organizzare l’apertura delle urne. Perchè questo vorrebbe dire esporre l’Italia ad un rischio-speculazione che potrebbe trascinarci in un gorgo dal quale sarebbe difficilissimo uscire. Dire che l’opposizione soffia sulla crisi è forse esagerato, ma potrebbe essere una buona chiave di lettura delle dichiarazioni di questi giorni anche dei finiani i quali cercano in tutti i modi di evitare le urne e si affiderebbero molto volentieri ad un governo tecnico al quale non farebbero mancare il loro sostegno. E il primo candidato ad un governo tecnico che abbia come priorità la messa in sicurezza dei conti pubblici è Mario Draghi, lanciato ieri da Rutelli, alleato potenziale di Fini.

Da parte sua il governo deve assolutamente trovare il modo di dimostrare che i conti sono in ordine. E qui la responsabilità è di Giulio Tremonti che l’anno prossimo, come anche quest’anno, deve piazzare sui mercati 250 miliardi di euro di titoli pubblici. Un’enormità. Tremonti e Silvio Berlusconi devono confortare i mercati e convincere il capo dello Stato che i conti sono in ordine e permettono l’andata alle urne. Se il bilancio pubblico non soffre, è, insomma, il ragionamento, l’Italia può sostenere 4 mesi di campagna elettorale senza rischiare di finire come l’Irlanda o la Grecia. Quindi, se i conti sono in ordine, da una parte non si vede perché esautorare un governo che li ha messi in ordine e, dall’altra, si può andare alle elezioni.

In sintesi, quindi, chi “spara” contro l’Italia sottolineando le sue difficoltà economiche vuole il governo tecnico, chi la “difende” sostenendo che il bilancio pubblico è meglio di quello di tanti altri, punta alle elezioni.

 

 

LCdM non sarà mica per caso uno statalista di ritorno?

13 ottobre 2010

Quando LCdM dice che il timone dell’economia deve essere ripreso in mano da Berlusconi dice una cosa vera ma partendo da un assunto sbagliato. L’assunto del presidente della Ferrari è che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è troppo parco nelle spese, nel senso che i suoi tagli hanno, anzi, avrebbero, indebolito la ripresa dell’economia. Quindi occorre che la decisione su dove spendere e quanto spendere passi a Berlusconi. (more…)

Per il Sole tremontiano la speculazione è “cosiddetta”

12 ottobre 2010

A pagina 5 del Sole 24Ore di oggi c’è una frase interessante. In un articolo che apral di speculazione sui mercati la si definisce “cosiddetta”.  Sì, proprio così, “cosiddetta speculazione”. Ora: che il più importante quotidiano economico italiano (una volta lo era anche d’Europa, ma ora non saprei) definisca l’arte di approfittare degli errori del mercato inserendosi in quelle, grandi o piccoli, disallineamenti dei prezzi una “cosiddetta speculazione” fa sorridere. Anche perchè si sa che per speculazione si intende, in linea generale, l’investimento in un mercato non in funzione dell’acquisto di una merce, ma con quello di quadagnare, appunto, grazie al disallineamento dei prezzi. che la teoria dei “mercati perfetti” chiama anche “errori”.

Eppoi è strano: il Sole, nell’edizione di oggi, conferma la sua decisa svolta tremontiana e, visto che il ministro dell’Economia è da sempre il più feroce nemico proprio della “cosiddetta speculazione”. A pagina 16 intervista ben quattro economisti e li interroga sull’invito del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a coniugare “rigore e sviluppo”. Bene: non ci crederete ma non ce n’è nemmeno uno, tra Pierpaolo Benigno, Bernardo Bortolotti, Emiliano Brancaccio e Francesco Daveri, che dica che Draghi ha ragione. Nemmeno uno. Tutti tremontiani? Vista l’idiosincrasia del ministro dell’Economia verso gli economisti, non sono sicuro che sarebbe felice di saperlo.

 

Mario e Giulio, questione di pelle o di palle?

11 ottobre 2010

La guerra in corso non è solo tra valute (anche se Giavazzi dice che non esiste accusando a destra e sinistra di dire “sciocchezze” o fare cose “sciocche”). La vera guerra in corso è tra Bankitalia e Economia. Ovvero tra Mario Draghi e il ministro Giulio Tremonti. I due sembrano litigare come Berlusconi e Fini all’inizio dell’estate e mi aspetto che prima o poi Draghi si presenti davanti a Tremonti con il ditino alzato chiedendo: “Sennò che fai, mi cacci?”. Non si sopportano e questo è chiaro. E’ una questione di pelle ma anche di palle perchè ognuno dei due vuole dimostrare all’altro di saperla un po’ più lunga. Giulio fa appello all”esperienza, Mario agli studi econometrici. Incontrarsi: mai.

Sarebbe lunga elencare tutti i momenti in sui Tremonti e Draghi si sono trovati in disaccordo (per usare un eufemismo) e sui giornali di oggi c’è il racconto dell’ultimo caso, quello sulla speculazione e i compensi dei banchieri. Secondo me bisognerebbe anche ricordare quando Draghi disse che dovremmo imitare la Germania e Tremonti gli rispose che è una ricetta “da bambini”.

Un attacco ben più pesante, sottovalutato, è quello che è venuto dal direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni secondo il quale la previsione del governo di una crescita del Pil pari all’1,2% nel 2010 è troppo ottimistica. Tradotto: non succederà mai anche perchè la crescita del Pil del terzo trimestre sarà inferiore a quello dei trimestri precedenti, visto che si tratta del Pil realizzato in luglio, agosto e settembre (mentre i politici si azzannavano su una casa di Montecarlo, per intenderci). E’ cosiì?

Il Pil italiano nel primo trimestre è cresciuto dello 0,5%, quellon del secondo è salito dello 0,4%. Per arrivare al più 1,2% occorrerebbe che negli ultimi due trimestri il Pil salisse dello 0,3%. Una miseria. Ma secondo Bankitalia si tratta di una possibilità remota. A me sembra un chiaro indice che l’Italia non è affatto uscita dalla fase peggiore della crisi, e che ci sia ancora in mezzo.

Le soluzioni proposte da Giavazzi (le solite) sono utili, ma mi sembrano di lungo periodo, il che non vuol dire affatto che non debbano essere prese. Ma, nel breve, o si mette mano a una riforma fiscale seria e incisiva oppure le persone e le famiglie non avranno soldi da spendere. Nonostante le retribuzioni continuino ad aumentare.

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