Posts Tagged ‘Mani bucate’

Il ministro Trigilia spiega come e perchè al Sud i sussidi creano clientelismo

29 aprile 2013

Il nuovo ministro della Coesione Territoriale, Carlo Trigilia, la pensa come il suo predecessore, Fabrizio Barca. Ovvero: l’Italia usa male, malissimo i fondi europei. Triglia ha usato al riguardo parole pesantissime, in occasione di un convegno di Bankitalia del 2009 dedicato alla questione.

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Grazie Giarda. Marcegaglia, leggi qua e tu Giavazzi, smetti di copiare

21 marzo 2013

Non mi piace citare me stesso, però questa volta (prometto che è l’ultima) dovete permettermelo. Quando, nel 2011, scrissi  Mani Bucate stimai il totale dei trasferimenti dal pubblico al privato, cioè dal bilancio di Stato e amministrazioni locali alle imprese private, in 30 miliardi l’anno. (more…)

Enel festeggia i suoi primi 50 anni. E gli italiani i loro primi 50 anni di sussidi elettrici

27 settembre 2012

Non ho ancora letto il libro di Valerio Castronovo sui primi 50 anni dell’Enel intitolato “Il gioco delle parti. La nazionalizzazione dell’energia elettrica in Italia”. Certamente lo farò, anche perché alla sua penultima fatica, “100 anni d’imprese-Storia della Confindustria”, ho riservato una posizione privilegiata nella libreria. Sono certo che Castronovo, un grande storico, abbia ricordato che fu proprio in seguito alla nascita dell’Enel che nacquero in Italia i sussidi pubblici alle imprese private energivore, cioè bisognose di molta energia per funzionare. Prima del 1962 i sussidi non esistevano. Fu quando Amintore Fanfani, che cercava l’appoggio dei socialisti per varare il Fanfani IV, decise di accondiscendere alle richieste di Riccardo Lombardi, leader della sinistra socialista, che in Italia gli italiani iniziarono a pagare i consumi elettrici delle aziende. E Lombardi, il 27 novembre del 1962, giorno dell’approvazione della legge, entusiasta commentò: “Abbiamo gettato un bastone tra le ruote dell’economia capitalistica”. Ma a proporre quella legge, che fu sostenuta anche dal Pri, non fu Lombardi, ma Aldo Moro che, in questo modo, preparò la Dc alla svolta nazionalizzatrice nel corso dell’ottavo congresso del partito, aperto a Napoli il 26 gennaio 1962 con un intervento durato ben sette ore.  Come racconto in “Mani Bucate”: “La base culturale della nazionalizzazione va ricercata nell’importante convegno del 1960 a cura di “Amici del Mondo”, il settimanale fondato da Mario Pannunzio, e dei radicali. Il primo a intervenire a quel convegno fu Eugenio Scalfari, la cui prima opzione per abbattere le “baronìe elettriche” (cioè i privati produttori di elettricità, ndr) era quella di creare un’Authority di regolazione, e solo come alternativa la nazionalizzazione pura e semplice. I privati vennero indennizzati con 1650 miliardi di lire dell’epoca, pagati in cinque anni a un interesse annuo del 5,5 per cento”. 

Ma che c’entrano i sussidi? C’entrano, perché prima i produttori privati, più di 1200 in tutta Italia, vendevano elettricità al prezzo di mercato, dopo, invece, il prezzo aumentò a tal punto che le imprese italiane consumatrici rischiavano la chiusura. Quindi si decisero gli sconti. Incredibile la storia della società Terni: era autoproduttrice di tutta l’elettricità che le serviva, poi, con la nazionalizzazione, il business elettrico le venne espropriato e poi, per riequilibrare i costi, le vennero concessi i sussidi, prelevati direttamente dalle bollette degli italiani. Dalla società Terni nacquero tre società: la Cementir, che va al gruppo Caltagirone nel 1992; la Acciai Terni, venduta alla ThyssenKrupp nel 1994 e la Nuova Terni Industria chimica, acquistata nel 1996 dalla multinazionale norvegese Norsk Hydro. Tutte e tre sussidiate per 50 anni. Buon compleanno, Enel.

Un documento che fa paura: i 75 milioni pubblici investiti nell’Alto Belice-Corleonese

4 settembre 2012

Siccome penso che, ribadisco, la Sardegna ci costerà l’ira di Dio, sono stato letteralmente terrorizzato dal leggere come i soldi per gli interventi di sviluppo locale vengono spesi. Non che non lo sapessi: in “Mani Bucate” ho collezionato esempi di sprechi, furti e malversazioni di capitale statale che fanno rabbrividire. Ma proprio ieri il ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato sul suo sito nuovi documenti riguardanti le valutazioni ex post di alcuni di questi interventi. Siccome, per molti motivi, la Sardegna ha problemi simili a quelli della Sicilia, ho scelto di leggere con un po’ di attenzione cosa il ministero dice a proposito di questo intervento: “Costruire un percorso tra natura e prodotti tipici: una valutazione ex post del Progetto Integrato Territoriale Alto Belice Corleonese 2000-2006”. Il periodo della programmazione è quello precedente a quello in corso (2007-2013), ma i tempi dei ministeri, si sa, sono quelli che sono. (Il documento integrale è disponibile qui)

Il progetto consisteva, usando le parole stesse del documento del ministero, nel “miglioramento dell’ accessibilità prevedendo, accanto ad interventi di recupero di edifici e strutture storiche, la creazione di una rete fisica di collegamento realizzando una pista ciclabile sul tracciato di una ex ferrovia e trasformando gli ex edifici ferroviari in punti di ristoro/pernottamento per gli eco turisti”. Per farlo è stata costituita una società pubblica con soldi pubblici: “Per la gestione del Patto venne formalmente costituita il 28 luglio 1998 la Società Alto Belice Corleonese Spa con capitale sociale (200 milioni di lire) interamente sottoscritto dai 20 comuni aderenti”. Nel triennio 1999-2000 sono stati spesi 36,5 milioni di lire, provenienti sia da fondi Ue che da fondi nazionali, Successivamente sono stati investiti altri 6,9 milioni di euro e poi, “dopo il completamento del Patto il Governo italiano ha poi finanziato un “programma aggiuntivo” del Patto Alto Belice Corleonese che una avuto una dotazione finanziaria di circa 8,5 milioni di euro e che si è concluso quasi integralmente alla fine del 2008 con una spesa di 8.250 milioni di euro”. Il 65% di tutti questi soldi sono andati alle imprese, il 25% in infrastrutture e il 10% in opere di carattere sociale.

Ecco i conti complessivi del programma

 

E adesso leggete qui: “A fronte dei 74,8 milioni di euro approvati, i dati al 30 giugno 2010 del sistema “Monit” della Ragioneria Generale dello Stato rendicontano per il PIT Alto Belice Corleonese 56,7 milioni di euro relativi a 176 progetti con 52,5 milioni di euro di pagamenti; la differenza fra importo approvato e importo rendicontato (18 milioni di euro pari al 24,1 per cento) è dovuta ai progetti che non sono stati condotti a termine e sta a testimoniare il fatto che il PIT ha utilizzato i tre quarti circa delle risorse finanziarie che la Regione gli aveva inizialmente assegnato”.

E passiamo alle conclusioni. Chi vuole può leggersele tutte (lettura davvero affascinante), ma fatemi postare un brano che dice molto di come gli enti locali usano i soldi pubblici: “Tutte queste programmazioni si sono quasi sempre sviluppate parallelamente, senza punti di contatto, come tanti compartimenti stagni del tutto indipendenti fra di loro; in conseguenza si sono moltiplicate le strutture di governo degli interventi: la Società di Gestione del Patto – che ha curato anche altri interventi come il Patto agricolo e il PRUST e che sta curando la partecipazione del territorio ai PIST – l’Ufficio Comune del PIT, le strutture di gestione dei GAL, gli Uffici delle Unioni di Comuni, ecc. E questa separatezza è la conseguenza diretta del prevalere, nei rapporti politici come in quelli tecnico-amministrativi, della logica della non interferenza piuttosto che di quella dell’integrazione. L’incongruenza di questo stato di cose è stata talmente evidente da indurre il partenariato economico e sociale a richiedere più volte un coordinamento dei programmi pubblici in atto nel comprensorio. Queste istanze sono rimaste peraltro inascoltate in quanto, sia nella fase di definizione dei documenti programmatici e degli obiettivi, che nella fase di gestione, hanno prevalso esigenze localistiche specifiche piuttosto che visioni di insieme volte a ricercare sinergie fra le diverse iniziative”.

Se poi cercate un’analisi approfondita degli effetti occupazionali di questi interventi, per i quali sono stati preventivati, lo ricordo, circa 75 milioni di euro, lasciate stare. Non c’è.

Ecco: sono documenti come questo che fanno paura: fa paura pensare che pur in presenza della necessità di nuovi investimenti pubblici, questi saranno gestiti in questo modo. Criminale. In “Mani Bucate” ho avanzato una proposta: fare entrare i privati nella gestione dei fondi pubblici e remunerarli a obiettivo raggiunto in base ad una percentuale sul totale dei fondi assegnati, che sale più il territorio nel quale vengono investiti è difficile. E’ una proposta, ma non ne vedo altre di soluzioni.

Perchè la Sardegna ci costerà ancora l’ira di Dio

1 settembre 2012

Non illiudetevi. Anzi, non illudiamoci. Le sacre regole del liberismo non funzionano. Non dico che non funzionano in astratto, anzi, funzionano. Ma non funzionano qui ed ora. Non funzionano nel Sulcis e in tutta la Sardegna. Le regole che non funzionano sono quelle di chi crede che la vicenda sarda, Carbosulcis ed Alcoa (e chissà quante altre ancora nei prossimi mesi) si possa risolvere negando sussidi statali a una miniera e a un produttore di alluminio, entrambe, per altro, sussidiate da decenni con i soldi che, spesso, provengono dalle nostre bollette.

Negare i sussidi pubblici non è una soluzione, è solo una teoria ripetuta a pappagallo da chi non guarda la realtà. E’ un auspicio, che ovviamente condivido, ma non è una soluzione. E’ spiegare il mondo come dovrebbe essere, non come è effettivamente. Spiegare che occorre risolvere le crisi del Sulcis e dell’Alcoa è una favola. Non illudetevi, non illudiamoci: in Sardegna lo Stato dovrà investire ancora centinaia di milioni se non miliardi nei prossimi anni. Che si chiamino sussidi, che si chiamino cassa integrazione, che si chiamino contratti di fornitura elettrica “interrompibili” o “super interrompibili”, che si chiamino contratti di programma, ma i soldi lo Stato ce li deve, purtroppo, mettere ancora. E ce li deve mettere, e ce li metterà, perchè da quando nel 1962 Amintore Fanfani nazionalizzò l’energia elettrica per garantire il sostegno dei socialisti al suo governo, l’elettricità in Sardegna costa di più perchè si è creato un monopolio. Perchè da allora ad oggi nessun politico né nazionale né locale ha mai pensato di costruire un solo metro di autostrada, la cui assenza fa aumentare i costi di trasporto, nè una dignitosa rete ferroviaria. Né ha mai pensato, in momenti di espansione del ciclo economico, a come abolire il sistema dei sussidi pubblici elargiti a piene mani in questi 50 anni da tutti i partiti a tutte le imprese energivore sarde. Né ha mai pensato a un sistema di collegamenti con l’Italia che non sia pagato dalle tasse di tutti gli italiani dato che tutti (ho detto: tutti) i collegamenti con la Sardegna sono sussidiati. E nemmeno i politici hanno mai pensato di costruire un collegamento elettrico tra Italia e Sardegna o una rete di distribuzione del gas. Niente. Non hanno fatto niente. Tocca farlo ora, con lungimiranza, cura del territorio, imparando da come altri Paesi (la Germania, ad esempio, con la Ruhr) hanno riqualificato aree industriali fuori mercato.

Sostenere che ora lo Stato non deve metterci una lira perchè l’ortodossia dei liberali-scienziati che, chiusi nelle loro teorie perfette non lo prevede, è una presa in giro. E, d’altra parte, non li ho sentiti gridare allo scandalo quando banche fallite in giro per il mondo venivano salvate con i soldi dei contribuenti americani, tedeschi, francesi o spagnoli. Nè dire che il Monte dei Paschi di Siena deve essere lasciato fallire anzichè essere nazionalizzato con i soldi delle tasse. E non lo hanno fatto perchè staccare la spina dello Stato dalle banche in fallimento o alla miniera del Sulcis non è semplicemente possibile (ma sono cose che non si possono dire perchè non è molto politically correct) a meno che non si sia disposti ad affrontare a viso aperto, il loro, disordini sociali che non si possono immaginare a che non voglio immaginare. Non si può staccare la spina dello Stato da un territorio che da 50 anni vive attaccato alla mammella pubblica. E non è colpa sua, la colpa è di chi quella mammella, piena dei soldi degli italiani, gliel’ha sempre offerta illudendo i sardi che ci fossero dei pasti gratis pagati dal debito pubblico per ottenere in cambio voti, consensi.

Occorre, invece, dire la verità anche se non la sia vuole sentire: la Sardegna ci costerà ancora l’ira di Dio.

Abbiamo dato 106,8 milioni alla più ricca famiglia indiana perchè facesse fallire la Videocon. E ci sono riusciti

28 giugno 2012

Venugopal Dhoot

Credo che si sia ormai capito che gli aiuti di Stato, i sussidi, i soldi dati a fondo perduto non servano assolutamente a nulla. In Mani Bucate racconto decine e decine di storie che lo dimostrano. Al massimo i soldi a fondo perduto sono utili per far tirare a campare un’azienda decotta ancora per qualche mese, forse qualche anno, ma nulla di più. Raramente raggiungono il loro obiettivo, che poi è quello di “accendere il motore” (o riavviarlo) di un’impresa la quale, poi, è in grado di far da sola. Sono casi rari e certamente non è il caso della Videocon di Anagni, a Frosinone.

La storia di questa fabbrica storica della Ciociaria è esemplare dell’insipienza (per usare un eufemismo) dei politici locali, della furbizia degli imprenditori a incassare soldi pubblici e del tradimento che si infligge alle persone che dovrebbero essere le vere beneficiarie degli aiuti di Stato. Dopo la dichiarazione di fallimento da parte del tribunale di Frosinone (costretto a sancirlo dopo la richiesta di un creditore che non veniva pagato) ad Anagni 1.300 persone, sono a casa senza lavoro e l’unica cosa che è loro rimasta è la speranza di ottenere dal ministero del Lavoro un altro anno di cassa integrazione, visto che quella di cui hanno usufruito fino ad ora è finita.

Nel 2005 la francese Thomson vuole vendere la fabbrica di Anagni, famosa per il marchio Nordmende. A farsi avanti è una delle più ricche famiglie indiane, quella dei Dhoot guidata dal capostipite Venugopal Dhoot. Prima di vendere i francesi iniettano nella società 185 milioni di euro, buona parte dei quali provenienti dagli enti locali, sia per modificare la struttura produttiva della fabbrica in modo che i nuovi acquirenti non possano fargli concorrenza costruendo componenti in concorrenza, sia per garantire la continuità “produttiva ed occupazionale”. A qual punto arrivano gli indiani che ottengono la concessione di qualcosa come 179,8 milioni di euro ma non per Anagni, che avevano appena comprato, ma per una nuova iniziativa industriale a Rocca d’Evandro. Alla Commissione europea questa richiesta pare subito molto strana e mentre l’Antitrust della Ue ragiona per vedere se l’aiuto è concedibile o meno, la Campania decide di bruciare i tempi e, per evitare che gli indiani ci ripensino, stacca subito un assegno di 59,9 milioni per i Dhoot.

Vista la facilità con la quale in Italia è possibile ottenere soldi pubblici, gli indiani avanzano la richiesta di altri 46,9 milioni di euro questa volta per Anagni in cambio dei quali si impegnano ad aumentare di 73 unità l’occupazione nell’ex stabilimento Videocon.

Nel 2008, alla vigilia della scadenza dei tre anni durante i quali i Dhoot si erano impegnati a non licenziare, arriva la doccia fredda: il 20 giugno i Dhoot annunciano di non voler più attuare il contratto di programma di Anagni e propone o la chiusura o il declassamento dello stabilimento a semplice sito di assemblaggio, per il quale servono al massimo 350 persone rispetto alle 1400 impiegate allora.

Da qual momento in poi è una lunga agonia. Lo Stato mette in palio 60 milioni di euro per chi rileva la fabbrica, ma da allora ad oggi nessuna proposta seria è stata presentata e nel frattempo i pochissimi che continuavano a lavorare assemblavano solamente componenti provenienti dall’estero mentre la gran parte dei lavoratori se ne è stata a casa in Cassa integrazione.

Nel frattempo i fornitori non venivano pagati e gli indiani si danno alla macchia. Pochi giorni fa l’epilogo: Videocon fallita e tutti licenziati. E nel frattempo lo Stato, la Regione Campania, retta da Antonio Sassolino, ha speso 106,8 milioni di euro illudendo che bastassero per tenere in piedi una fabbrica decotta, invece di studiare progetti alternativi. Si sono fidati degli indiani, che, nel 1999, avevano già turlupinato lo Stato italiano con la Necchi Compressori. Ma questa è un’altra storia.

Per il momento quello che è certo è che il caso di Anagni è più complicato di quello di termini Imerese.

MANI BUCATE Ecco come gli aiuti di Stato vengono usati per trasformare lavori stabili in posti precari

10 maggio 2012

Adesso vi spiego come gli industriali riescono ad utilizzare i sussidi pubblici per diminuire il personale in esubero. Ma prima di iniziare occorre fare una premessa importante. L’esempio che sto per scrivere riguarda la parte peggiore della nostra imprenditoria. Non tutte le imprese (per fortuna!) hanno questo rapporto malato con i sussidi di Stato e non tutti gli imprenditori (per fortuna!) sono senza scrupoli come quello che sto per scrivere potrebbe far pensare. L’Italia è piena di eccellenti persone, straordinari imprenditori, grandissimi uomini che hanno fondato aziende e che ora cercano un motivo, gliene basterebbe uno solo, per restare in Italia a costruire più benessere per tutti. Però è un fatto che l’esistenza stessa degli aiuti di Stato stimola l’emersione dei soggetti peggiori, come ho scritto, portando migliaia di casi concreti in “Mani Bucate”. Sono i sussidi stessi che sollecitano i personaggi peggiori ad aprofittare di regole mal scritte e di controlli inesistenti. E alla fine il risultato è che con gli aiuti di Stato le imprese peggiori fanno concorrenza alle imprese migliori in modo sleale. Questo è il motivo per il quale i bravi imprenditori italiani sono contrari ai sussidi.

Allora: prendiamo un caso concreto. Un’azienda firma un contratto di programma nel quale si impegna ad assumere un certo numero di dipendenti “nuovi”. Diciamo che si impegna ad assumerne 100 al fine di realizzare il progetto indicato nel contratto di programma stesso che può essere un nuovo prodotto, una nuova fabbrica, un piano di ricerca e via dicendo. A quel punto lo Stato, attraverso o il ministero o la Regione, finanzia quel progetto con, poniamo, 5 milioni di euro. I sindacati ci mettono del loro e accettano, specie se l’impresa si trova in un’area depressa (che sono al Sud come al Nord) deroghe al contratto nazionale di lavoro ad esempio del settore metalmeccanico. Fino a questo punto tutto bene. Lasciamo stare che chi paga, lo Stato, dovrebbe controllare che i soldi vengano spesi bene, che vengano usati esattamente per il progetto indicato sulla carta; che le persone che vengono assunte siano effettivamente “nuove”; che l’azienda si comporti con i soldi pubblici come se fossero suoi. E dimentichiamoci anche che sempre lo Stato dovrebbe poi relazionare periodicamente sullo stato di attuazione di quel progetto che lui ha finanziato con i soldi pubblici. Scordiamoci tutto questo e facciamo finta che tutto vada per il meglio.

A quel punto nasce un problema: l’azienda, che ha 500 dipendenti, ha la necessità di ridurli perché molti di loro sono vicini alla pensione e costano molto. Il modo migliore per farlo è dichiarare lo stato di crisi (quando ci si trova in un’area depressa viene concesso con una certa larghezza); concordare prepensionamenti oppure, più semplicemente, licenziarli in modo collettivo utilizzando le scappatoia legislative che superano l’art 18, rimpiazzandoli con i giovani assunti in base al contratto di programma.

Ma comunque si tratta di nuove assunzioni, e sono costose. Allora come si fa? Si fa così: il metodo che lo Stato ha per calcolare il numero di nuovi assunti non è quello normale, cioè non conta ogni persona assunta e poi fa la somma (1 più 1 fa 2, più 1 fa 3, più 1 fa 4 ecc… ecc…). No: lo Stato calcola le nuove assunzioni in U.L.A., “Unità lavorative anno”. Ogni unità lavorativa corrisponde al lavoro di una persona impiegata a tempo pieno per 12 mesi. Vuol dire che 20 persone assunte a tempo pieno per 12 mesi sono 20 Ula, ma 20 dipendenti assunti part time per 12 mesi sono 10 Ula. Quindi se nel contratto di programma c’è scritto che l’azienda si impegna ad assumere 100 Ula per 1 anno, non è costretta ad assumere a tempo indeterminato 100 persone, ma può assumere 200 persone part time per 12 mesi. In questo modo alla scadenza del contratto di programma l’impresa ha, da una parte, ridotto i costi perché ha eliminato il personale in esubero e dall’altro è riuscita a trasformare 100 posti di lavoro stabili in 200 precari avendo poi la possibilità, data la scarsità di controlli da parte della controparte pubblica, di utilizzare quelle 200 persone facendo loro fare il lavoro che facevano i 100 che aveva in carico con tanti saluti al progetto che lo Stato ha finanziato.

Queste sono le scappatoie alle quali le aziende ricorrono per aggirare la rigidità del nostro mercato del lavoro, ridurre il costo del lavoro per sopperire alla cronica mancanza di prodotti innovativi, che sono gli unici antidoti alla crisi.

MANI BUCATE L’aeronautica della Campania incassa 5 milioni (ma ce ne sono 50 da spendere)

8 maggio 2012

Tutto ciò che si muove è pagato con i soldi dei contribuenti. Auto (Fiat), moto (Piaggio), navi (Tirrenia), aerei (low cost). I nomi li ho scritti tutti in “Mani Bucate”. Ma un’ulteriore conferma arriva dalla Campania dove sono stati assegnati 5 milioni di euro per pèrogetti di ricerca a favore delle aziende aerospaziali della Regione. Niente scandalo, proprio in questo blog ho scritto dei soldi che il Piemonte ha dato alla multinazionale Thales Alenia, che finanzia i suoi progetti di esplorazione spaziale grazie di soldi della Regione.

In Campania succede lo stesso: ci sono 50 milioni a disposizione per 21 progetti di ricerca in campo aerospaziale e per ora ne sono stati assegnati 5. Alenia Aermacchi fa la parte del leone con 2,6 milioni di euro per LWF progetto di ricerca per sviluppare configurazioni complesse in lega di titanio. Alla Atitech (ex controllata Alitalia) incassa 2,1 milioni per Atima che consiste nell’applicazione di tecnologie innovative nella manutenzione aeronautica.

Poi ci sono altri 5 miulioni che sono stati destinati a progetti “intersettoriali” a cui partecipano aziende del comparto e tra queste la Magnaghi Aeronautica che dovrebbe essere finanziata progetti per 2.872.960, Mdba 1.880.470 e Selex Sistemi Integrati 2.571.275.

“MANI BUCATE” La Puglia finanzia Laterza, Alenia, Avio ma anche parrucchieri e ottici

2 maggio 2012

La regione Puglia ha pubblicato l’elenco dei beneficiari del Po Fesr (fondi europei, per capirci) per la programmazione 2007-2013 aggiornato al 31/12/2011. Tra le grandi e grandissime imprese (che uno si chiede se abbiano davvero bisogno dei soldi pubblici) c’è l’Alenia: 2,6 milioni di euro; Avio 1,5 milioni; Laterza Editore 229mila euro; Wind 78mila euro; Nuovo Pignone (controllato dall’americana Ge) 1,3 milioni. Poi c’è l’Hotel San Francisco (200mila euro, pagare gli alberghi è proprio una mania…), 850 euro a un parrucchiere da uomo e altri 23mila a una parrucchiera da donna, 26 mila ad una società di serramenti, 1900 ad un’autofficina, 6300 a un negozio di animali, altre centinaia di migliaia di euro a ottici, installatori di antenne tv, panifici, salumifici, ecc… ecc…

Provate adesso ad immaginare se tutti questi soldi fossero stati impegnati a creare nuove imprese ad esempio im ambito tecnologico. Se fossero stati impiegati per infrastrutture viarie, per creare un ambiente attraente per le imprese sane, quanti posti di lavoro si sarebbero potuti creare in più rispetto a quelli che vengono creati in questo modo. Forza Giavazzi (quanto mi costa dirlo…)

“MANI BUCATE” Piove in Sicilia: 125 milioni per bar, alberghi e ristoranti

2 maggio 2012

Ti distrai un attimo e la Sicilia cosa fa? Stanzia 125 milioni per le sue strutture ricettive. Si tratta della linea di intervento 3.3.1.4 del P.O. FESR 2007/2013. Alberghi, bar, ristoranti, campi da golf (in Sicilia tra quelli progettati e quelli costruiti ce ne sono 50) possono ottenere soldi pubblici per realizzare gli obiettivi più diversi. Eccoli 

a) attivazione di nuova attività ricettiva; 
b) ampliamento di attività ricettiva esistente; 
c) riqualificazione di attività ricettiva esistente; 
d) riattivazione di attività ricettiva esistente; 
e) attivazione di nuove attività complementari ad una struttura ricettiva esistente; 
f ) ampliamento di esistenti attività complementari ad una struttura ricettiva esistente; 
g) riqualificazione di esistenti attività complementari ad una struttura ricettiva esistente.

Praticamente si va dall’acquisto di una nuova macchina per il caffè al rifacimento del pavimento (non c’è niente da ridere, a Bologna sono decine i bar che hanno rifatto il pavimento con i fondi europei). Ecco, vorrei sapere dal commissario agli aiuti pubblici se crede che questo sia il modo migliore di spendere i soldi in una regione che avrebbe bisogno di ben altro. 

“MANI BUCATE” Cosa c’entrano i forconi con la Cina

2 febbraio 2012

Per capire i motivi che stanno alla base della crisi dell’agricoltura italiana e continentale, non servono economisti, sociologi o politici. Basta questo lancio dell’agenzia cinese Xinhua ripresa in Italia da AgiChina24. Eccolo. (more…)

“MANI BUCATE” Perché è giusto tagliare (e di molto) i fondi per l’editoria

24 gennaio 2012

Oggi sono stato ospite di Andrea Vianello ad Agorà su Rai3. Tema: il taglio dei sussidi pubblici all’editoria rischiano di far fallire 100 testate e mandare sulla strada 4mila persone. Insieme a me hanno parlato Vincenzo Vita (Pd), Felice Belisario (Idv), Gabriele Polo (Manifesto) e Arturo Diaconale (L’Opinione). Il video lo potete vedere qui.
Vorrei fare un commento alla fine di un’interessantissima discussione. Dal mio punto di vista il problema non è “se” finanziare l’editoria, ma “quanto” finanziarla e, soprattutto, “chi” finanziare. Premetto, se non si è capito, che personalmente sono a favore dei contributi pubblici ai giornali, ma quando ho affrontato il tema dei soldi (che, ribadisco a rischio di essere noioso, sono soldi prelevati dalle tasse degli italiani) a favore della stampa, mi si sono rizzati i capelli in testa. Non volevo letteralmente credere a ciò che stavo leggendo. Il risultato delle mie ricerche li ho scritti in “Mani bucate”, e quindi non mi dilungo. Segnalo solo che oltre ai soldi pubblici di provenienza statale c’è un mondo immenso e sconosciuto di sussidi pubblici provenienti dai fondi regionali. Un’orgia di finanziamenti scandalosa.
Però non bisogna piangere lacrime di coccodrillo. I politici che oggi dicono che sarebbe gravissimo se chiudessero 100 testate e se 4mila persone restassero senza lavoro (al di là dei numeri che non so quale affidabilità abbiano) sono gli stessi che hanno approvato leggi di spesa incredibili, scandalose, clientelari, le quali hanno prodotto truffe, raggiri, sprechi al di là dell’immaginabile arricchendo non tanto i dipendenti dei giornali, ma i loro editori, cioè industriali (diciamo) privati che hanno usato i soldi pubblici non per esprimere un’idea di società, di economia, di politica particolare, ma per avere o un ritorno cash sui loro portafogli o per avere uno strumento di influenza politica sul Parlamento. Questa è la realtà, e nessuno, mentre si approvavano quelle leggi, dico, nessuno, ha alzato il dito per segnalare i possibili abusi che si sarebbero potuti verificare, per sostenere che dare soldi a giornali in cooperativa rischiava di dare soldi a truffatori. E nessuno si è opposto alla concessione di ben 5 milioni di euro l’anno divisi a metà tra due web tv facendole passare per organi di partito mentre in realtà erano strumenti della lotta politica tra due correnti dello stesso partito. Francamente è insopportabile che gli italiani, oltre ai costi della democrazia, abbiano dovuto finanziare lo scontro di potere all’interno di un partito tra due esponenti antropologicamente inconciliabili.
Ecco: tutto questo è finito. I sussidi pubblici all’editoria sono stati drasticamente ridotti. Il contributo statale è passato da 300 milioni di euro a meno della metà e i giornali che ci vanno di mezzo sono, purtroppo, anche quelli che avrebbero il “diritto” (parola da usare con grandissima cautela ma l’utilizzo, in questo caso, è giustificato) di continuare ad andare in edicola. E’ sbagliato? Certo che è sbagliato, ma quesi giornali e quei giornalisti che oggi rischiano il posto, negli anni passati non hanno condotto nessuna battaglia politica per tagliare inimmaginabili sprechi compiuti sulla pelle di chi paga le tasse. Adesso è arrivato il conto. E, purtroppo, lo pagano anche loro.