Posts Tagged ‘Mani bucate’

“MANI BUCATE” I forconi siciliani e i soldi non spesi dai politici di Palermo

23 gennaio 2012

I forconi siciliani ce l’hanno con i politici “nazionali e locali”. Hanno ragione? Per farsi un’opinione è utile controllare quanto sono bravi i politici locali a spendere i soldi che hanno a disposizione, cioè quelli dei fondi strutturali europei.  (more…)

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“MANI BUCATE” Tutti i beneficiari del fondo sociale europeo in Calabria (sprechi compresi)

4 gennaio 2012

La Regione Calabria ha pubblicato l’elenco dei beneficiari del fondo Fse (fondo sociale europeo), quello che viene utilizzato per la formazione professionale e, in genere, per le politiche attive per l’impiego. E’ un diluvio, soprattutto a favore delle imprese. Senza emettere sentenze sul buono o cattivo utilizzo di queste risorse, mi limito solo a ricordare, come scrivo in “Mani bucate”, che molto spesso le risorse messe in campo dalla Ue vengono utilizzate per scopi completamente diversi rispetto alla destinazione. (more…)

“MANI BUCATE” La Saras è un’industria fondata sul sussidio. Così i Moratti hanno creato il loro impero

4 gennaio 2012

C’è un’altra grande impresa privata che campa alle spalle dei sussidi pubblici. Se ne parla poco: è la Saras. Sono i Moratti. La raffineria sarda della famiglia imprenditoriale (?) è nata, si è sviluppata e continua a prosperare grazie a una quantità di sussidi pubblici e aiuti di Stato inimmaginabile. La storia dei rapporti tra la Saras e le casse pubbliche, che in “Mani bucate” racconto per filo e per segno, è, sinteticamente, questa.

Angelo Moratti sbarca in Sardegna e costruisce il suo impero grazie al cosiddetto Piano di rinascita della Regione, finanziato con la legge numero 588/1962 che fa piovere sulla Sardegna 400 miliardi di lire, una cifra enorme per l’epoca. Alla Saras ne arrivano 40. Oggi l’azienda incassa i sussidi Cip6, erogati a partire dal 1992 a chi produce energia elettrica con fonti rinnovabili e “assimilate”. La Saras brucia gli scarti della raffinazione del petrolio e rivende l’energia elettrica al gestore pubblico a un prezzo superiore a quello di mercato, incassando una quantità di soldi stimabile in più di 130 milioni di euro l’anno: soldi prelevati dalle bollette degli italiani.

E fin qui tutto chiaro, tutto (più o meno) noto. Ma c’è una parte meno nota, anzi, del tutto sconosciuta, che riguarda i contratti diprogramma. In anni recenti la Saras ne ha firmati addirittura tre in Sardegna: si chiamano Saras 1, Saras 2 e Saras 3. Il totale degli investimenti previsti dall’inizio degli anni Novanta fino ai primi anni Duemila è pari a 577 milioni di euro, il 46 per cento dei quali è a carico dello Stato attraverso diversi tipi di strumenti agevolativi.

Il primo contratto di programma risale al 26 giugno 1997. Le casse pubbliche si impegnano per un importo superiore rispetto a quello messo a disposizione dai Moratti – 268 miliardi di lire contro 232 – per ammodernare la raffineria di Sarroch e per la “realizzazione di una cittadella tecnologica nella provincia di Cagliari” in cambio della creazione di 274 nuovi posti di lavoro.

Il secondo è del 2001. Questa volta si tratta di un contratto di programma di 51,8 milioni di euro per i quali i Moratti devono ringraziare la Piaggio che a quei soldi ha rinunciato rimettendoli a disposizione di altre imprese bisognose di sussidi pubblici. Il terzo (Saras 3) riguarda un progetto nel settore dell’ecommerce al quale l’azienda ha poi rinunciato.

Finito di firmare contratti di programma, la famiglia decide di portare in borsa la Saras. E scoppia il putiferio. Quella quotazione è stata oggetto di indagini dalla procura di Milano che sospettava un “rigonfiamento” illecito del valore della società con lo scopo di spillare più soldi ai risparmiatori. L’inchiesta venne archiviata con questa motivazione (che, francamente, lascia a bocca aperta): “La frantumazione delle competenze non consente di identificare un autore del fatto o un nucleo di soggetti che in concorso abbiano perseguito l’effetto di quotare Saras a un prezzo sovrastimato”. Poi non se ne è più parlato.

“MANI BUCATE” Il gioco delle tre carte dell’Acea per incassare 3,8 milioni di aiuti di Stato

2 gennaio 2012

Per A2a, Acea, Iride e Acegas non è stato un buon Capodanno. Il 30 dicembre sono state condannate a restituire gli aiuti di Stato che avevano illegittimamente incassato addirittura negli Anni ’90. La Corte di giustizia europea ha bocciato le impugnazioni delle società rispetto a decisioni precedenti. La vicenda mi rallegra, perché tra il 1994 e il 1998 queste società avevano ottenuto una batteria di aiuti di Stato da fare impallidire quelli concessi alle Fondazioni bancarie (e ho detto tutto). (more…)

“MANI BUCATE” I sussidi a L’Unità spaccano il Movimento 5 Stelle

30 dicembre 2011

I sussidi pubblici all’editoria sono sempre stati la mangiatoia nella quale i partiti hanno sguazzato per decenni. Ovvio che la loro riduzione abbiano provocato mal di pancia spaventosi tra i beneficiari. La novità è che la decisione del premier Mario Monti di ridurli a poco più di 35 milioni di euro per il 2012 ha spaccato perfino i partiti (pardon, movimenti) che non ne usufruiscono, come nel caso del movimento 5 stelle di Beppe Grillo. (more…)

“MANI BUCATE” La vera storia dei 21 chilometri (ultima parte)

22 dicembre 2011

La seconda e ultima parte dell’introduzione di “Mani bucate”.

“Per gli ottimisti il sussidio è il fertilizzante che può concimare il campo dell’imprenditore perchè produca frutti sempre migliori. Non è vero: la particolarità dei sussidi italiani è quella di essere perfettamente inutili. E’ stato calcolato che l’effetto dei sussidi alle imprese del Mezzogiorno sia stato quello di far crescere il Pil del Sud dello 0,25 per cento in più ogni anno tra il 2000 e il 2005. In altre aree depresse dell’Europa la crescita nello stesso periodo ha oscillato tra il triplo e il quadruplo in più. Ciò significa che i cittadini italiani ricavano benefici assolutamente marginali dai sussidi alle imprese. Benefici che durano fino a quando lo Stato non stacca la flebo interrompendo il flusso di denaro pubblico. A quel punto troppo spesso scatta la minaccia: o gli incentivi o la chiusura. Ecco il meccanismo con il quale le grandi imprese finiscono per ricattare lo Stato.

In Italia i sussidi, che dovrebbero far crescere ricchezza e occupazione, spesso sono puro e semplice assistenzialismo, che per di più sembra impossibile da eliminare. E questo sia perché tutti gli Stati del mondo sussidiano le proprie imprese (e sarebbe semplicemente folle quel paese che decidesse autonomamente di staccare la flebo), sia perchè i sussidi servono per indirizzare la politica economica di una nazione. Ma sono impossibili da eliminare anche perchè la crisi che ha colpito l’Occidente ha generato insicurezza economica, che a sua volta ha generato la richiesta di mantenere inalterata la spesa statale a difesa dei diritti acquisiti. Ma la particolarità italiana è che il “diritto alla cultura” significa più soldi pubblici ai cinepanettoni o a film giudicati di “interesse culturale” come Winx Club, finanziati con l’aumento delle tasse sulla benzina. “Diritto a un ambiente migliore” significa più sussidi alle energie rinnovabili, anche se questo vuol dire più prelievi sulle bollette delle famiglie, che nel 2011 pagheranno sei miliardi di euro ai produttori di energia verde. “Diritto a essere informati” significa più contributi all’editoria, compresi gli innumerevoli quotidiani di partito, anche se questo vuol dire dare milioni di euro a giornali che vendono poche decine di copie. “Diritto a internet” significa più sussidi alle imprese telefoniche perchè posino la fibra ottica

in tutt’Italia, anche se questo significa meno concorrenza sui servizi telematici.

Più sale la richiesta di nuovi diritti, più sale la pressione sullo Stato perchè fornisca i soldi necessari a soddisfarli. Così, invece di stabilire regole e farle rispettare, lo Stato finisce per ridursi a un bancomat il cui dovere è concedere soldi (anche quando dovrebbe smettere) a imprenditori che si sentono in diritto di ottenerli, soprattutto se li hanno sempre ottenuti.

Questo libro squarcia il velo di ipocrisia collettiva alimentata da politici, imprenditori e sindacalisti, secondo cui l’unico modo per salvare un’impresa in crisi o sviluppare un’area depressa sia spendere soldi pubblici, fingendo di credere che servano a qualcosa di diverso dal consolidare un rapporto insano tra politica e industria, tra voti e fabbrica, tra imprenditori malati di assistenzialismo e politici affamati di consenso. E ciò avviene anche se entrambe le parti in causa sono consapevoli che non è questa la strada per creare nuove imprese, rivitalizzare il Mezzogiorno, aumentare l’occupazione e la ricchezza. Lo sanno benissimo. Lo sanno tutti. La realtà insegna che gli imprenditori cercano il sussidio pubblico, lo usano, a volte anche bene, ma sempre con la mano sinistra, e contemporaneamente accusano lo Stato di invadere spazi di libertà economica. Fingono così di dimenticare che l’iniziativa privata subirebbe un colpo mortale se i governi non la sostenessero concedendo soldi a industriali che chiedono al pubblico di condividere i rischi d’impresa senza dare conto dei risultati nè ripartire i benefici. In Italia non è solo lo Stato a voler essere statalista: sono anche i privati a non voler essere liberali. Alla fine, anzichè una concorrenza tra aziende pubbliche e aziende private, si è creata un’area grigia nella quale tutte le aziende sono un po’ pubbliche e un po’ private, nella quale è impossibile capire se la responsabilità della mancata crescita di un’industria sia dell’imprenditore incapace o del pubblico che non lo ha sostenuto con maggiori incentivi.

Ecco, questo libro è il risultato di un lungo viaggio nella galleria degli orrori dei sussidi, proprio là dove sfuma il confine tra Stato e mercato.

C’è un modo per uscire da un sistema che non produce benessere? Una via è stata indicata dal governatore della Banca d’Italia e prossimo governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando ha sottolineato che è molto più utile usare i soldi pubblici per l’effettiva applicazione delle leggi, puntando a creare quell’indispensabile infrastruttura che si chiama legalità. Una seconda via può essere quella di affidare ai corpi intermedi della società la responsabilità della concessione

dei fondi pubblici, o almeno di una parte di essi, premiandoli sulla base dei risultati. I casi di soldi pubblici gestiti da entità private o associative sono numerosi (esperienze positive sono state avviate da Umbria, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte) e dimostrano che la gestione sussidiaria degli incentivi pubblici è l’unica che può intaccarne l’uso clientelare. La terza strada è forse quella di cominciare a ribaltare il paradigma che governa la teoria dei sussidi: paradigma che vuole che sia l’offerta a creare la domanda. Visti i risultati, è evidente che non è così e che forse finanziare la domanda, cioè lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini, porterebbe a risultati migliori.

“MANI BUCATE” La vera storia dei 21 chilometri (prima parte)

21 dicembre 2011

Molti dei visitatori di questo sito mi chiedono di raccontare “la storia dei 21 chilometri”. Allora ho deciso di pubblicare la prima parte (domani la seconda) dell’introduzione di “Mani bucate” dove ne parlo. Ecco, quindi, la vera storia dei 21 chilometri… (more…)

“Mani Bucate” Anche Bombassei disposto ad azzerare gli aiuti di Stato. Bene. Quando si comincia?

20 dicembre 2011

Bene Bombassei. Anche il vicepresidente della Confindustria ha accettato la possibilità di uno scambio virtuoso con lo Stato: meno sussidi in cambio di meno tasse. Esattamente la proposta che aveva fatto il presidente degli industriali privati, Emma Marcegaglia. (more…)

“MANI BUCATE” I soldi alla Colacem di Gubbio

19 dicembre 2011

A proposito di contratti di programma. Nel marzo del 2005 anche uno dei maggiorin produttori italiani di cemento ne firmò uno. Si tratta della Colacem della famiglia Colaiacovo di Gubbio che si impegnò a costruire un nuovo stabilimento a Modica, in provincia di Ragusa. Dallo Stato arrivano 20,1 milioni di euro di agevolazioni. (more…)

“MANI BUCATE” La rassegna stampa: Internazionale e Il Foglio

19 dicembre 2011

In questi giorni una recensione di “Mani bucate” e un lungo articolo. La recensione è di Internazionale è del collega Sivan Kotler di Ha’aretz che ringrazio. Si vede che è rimasto frastornato dalle storie raccontate e si vede che non è abituato ai bizantismi spreconi italiani.

MANI BUCATE – Internazionale

Il secondo è un lungo e interessantissimo pezzo del Foglio che si concentra soprattutto sulla quantità di soldi che l’Italia spende a favore delle imprese italiane. Non riuscendo nemmeno lui, ma non per colpa sua, ovviamente, a venirne a capo. Utile.

MANI BUCATE – il foglio

“MANI BUCATE” Il Pd fa outing: per Fassina bisogna dare più soldi alle imprese private

15 dicembre 2011

Il Pd è a favore dei sussidi alle imprese. Maniopolando, modificando, interpretando i dati, il responsabile economico del partito guidato da Pierluigi Bersani, Stefano Fassina, afferma che gli siuti di Stato alle aziende devono continuare. Anzi, aumentare. Perchè sono pochi. (more…)

“MANI BUCATE” Per John Elkann il Sud può fare senza sussidi. Ma quei 300 milioni alla Fiat nel 2009…

14 dicembre 2011

Avrebbe del clamoroso: la Fiat rinuncia agli aiuti pubblici. Uso il condizionale perchè il presidente del Lingotto, John Elkann, nell’intervista che ha concesso al Mattino di Napoli, non è che sia stato chiarissimo su questo punto. L’intervista la potete leggere qui(more…)