Posts Tagged ‘Mario Monti’

MANI BUCATE Monti prova a salvare Pompei con i fondi europei ignorati dalla Campania

21 giugno 2012

Oggi parliamo di Pompei. Vorrei spiegare il vero motivo per il quale il sito archeologico più famoso (e bello) del mondo, un vero gioiello dell’umanità, stia andando in rovina. Di chi è la colpa se ogni tanto ne viene giù un pezzo, di come i solfi per tutelarlo non siano serviti a nulla e di cosa si sta facendo oggi per tutelarlo.

Partiamo da quest’ultimo interrogativo. Il 5 aprile Mario Monti e i ministri Barca (Coesione Territoriale), Lorenzo Ornaghi (Beni culturali) e dell’Istruzione Francesco Profumo, insieme con il prefetto di Napoli Andrea De Martino, il sindaco Luigi de Magistris e il governatore campano Stefano Caldoro hanno firmato un accordo che prevede l’utilizzo di ben 105 milioni di fondi europei per la messa in sicurezza e la manutenzione dei 66 ettari di Pompei.

Questi sono gli obiettivi specifici: rilievi e diagnostica (8 milioni e 200mila euro), consolidamento delle opere (85 milioni di euro, 47 dei quali per il finanziamento di 39 progetti già redatti dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei e 38 milioni di opere da progettare), adeguamento dei servizi per i visitatori (7 milioni di euro), potenziamento dei sistemi di sicurezza e di telesorveglianza (2 milioni di euro) e rafforzamento della struttura organizzativa e tecnologica della Soprintendenza (2 milioni e 800 mila euro). 
Molto bene. Ma perché si è dovuto attendere Monti e prima di lui quei soldi non sono mai stati attivati? Per rispondere a questa domanda ci viene in soccorso questa tabella pubblicata non più di un paio di giorni fa dal Ministero della Coesione Territoriale (da Barca, insomma).

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La linea indica il livello di utilizzo del fondo europeo chiamato “Attrattori culturali” da parte dell’Italia. Si tratta di 808 milioni di euro che sono stati stanziati dalla Ue proprio per tutelare siti archeologici come Pompei. Come si vede il livello di utilizzo da parte dell’Italia del fondo attrattori culturali è stato pari a zero fino al novembre del 2010. Tra novembre e dicembre di quell’anno c’è stata una accelerazione nella spesa. L’aumento, poi, è rimasto costante per tutto il 2011. Tradotto significa che fino quasi alla fine del 2010 l’Italia non ha usato un solo euro di soldi europei per tutelare Pompei.

In “Mani bucate” ricordo anche un piccolo particolare: il 3 marzo del 2011 il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi si dimette. Lo fa per diversi motivi e tra questi ci fu anche il crollo di una parte della casa dei Gladiatori di Pompei, che innescò polemiche roventi sulla sua inefficacia come ministro.

Bene: su Bondi si possono avere tutte le opinioni possibili immaginabili, ma per costruirsene una basata sui fatti occorre ricordare che i fondi per Pompei non sono stati utilizzati se non per l’8,71% della disponibilità a fine 2010. Ma sapete chi era la regione capofila? Cioè la regione che aveva il compito di richiedere a Bruxelles quei soldi per tutelare il patrimonio artistico di tutt’Italia? Cioè la regione che deve raccogliere domande e progetti da presentare poi alla Ue per farseli finanziarie per tutelare i beni archeologici italiani? Era la Campania. Quindi, ricapitolando: la Campania di Antonio Bassolino ha dormito per quasi 3 anni (2007-2010), Pompei crolla e Bondi si dimette. 

P.S. Il motivo dell’aumento della spesa da novembre 2010 a tutto il 2011 consiste nel fatto che il governo ha avocato a sè la responsabilità della spesa. 

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Perchè Monti vuole chiudere gli stadi: la storia del decreto salvacalcio che lui bocciò

31 maggio 2012

Il premier Monti conosce bene, molto meglio di quanto non sembri, il mondo del calcio. Lo conosce da un’angolatura particolare, inconsueta, quella degli aiuti di Stato. Anche il pallone, infatti, ottenne sussidi pubblici, e lui se lo ricorda bene perchè quando l’Italia varò il decreto “salvacalcio” commissario europeo all’Antitrust era proprio lui. E siccome quel decreto conteneva clausole di salvataggio da paura, ovvio che oggi Monti si rivolti contro un mondo che ha fatto di tutto per salvarsi a spese di tutti.

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Quel decerto era qualche cosa di sconvolgente, dal punto di vista fiscale. In “Mani Bucate” di storie come quelle del salvacalcio ne racconto a centinaia, al punto che avanzo serissimi dubbi, che stanno diventando ormai delle certezze, ahimè, sulla responsabilità della mancanza di una vera economia di mertcato in Italia. Comunemente si pensa che sia lo Stato paternalista a volersi occupare di tutto e a voler aiutare tutti. Dopo aver finito di scrivere “Mani bucate” mi sono fatto la convinzione che sono gli imprenditori a non essere liberali e a correre sotto le gonne di mamma-Stato per chiedere rifugio. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo al salvacalcio. Ecco la vera storia del decreto. Ed ecco come i contribuenti italiani hanno seriamente rischiato di pagare le follie di un comparto industriale che era andato totalmente fuori controllo. 

Tutto inizia nel 2002 con il decreto subito ribattezzato “salvacalcio”. Era una specie di legge “Tremonti bis” al contrario: invece di agevolare chi fa investimenti ha aiutato chi ne ha fatti troppi e rischiava di fallire. Troppi debiti e bilanci, diciamo così, scritti in modo estroso avrebbero portato dritto in tribunale le migliori squadre del campionato italiano. Il punto è semplice: le società avevano pagato troppo dei calciatori che magari avevano usato solo per qualche partita, che poi avevano rivenduto a prezzo maggiorato sia, a volte, per nascondere passaggi di denaro fiscalmente rilevanti sia per mostrare conti più sani di quello che erano. Il giochetto di aumentare in continuazione il valore dei giocatori era possibile grazie al sistema del baratto: un giocatore veniva venduto a 10 volte il valore al quale lo si era acquistato magari solo l’anno precedente e si ottenevano in cambio 2 giocatori invece che soldi cash. Questo permetteva sia al venditore del campione, sia all’acquirente, di sopravvalutare il suo talento senza che nessuno sborsasse una lira. Il giocattolo, prima o poi, doveva rompersi.

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Rocco Buttiglione

E infatti si ruppe perché non si può sopravvalutare all’infinito un giocatore di calcio. Si doveva svalutare il parco-campioni, ma, svalutando, le perdite sarebbero state insopportabili per i bilanci. Per questo il 24 dicembre del 2002 viene varato il decreto 282, approvato definitivamente il 21 febbraio del 2003. Quel giorno venne inserito un emendamento che permetteva alle società di ammortizzare in dieci anni, anzichè in uno solo, gli oneri di bilancio causati dalla perdita di valore dei calciatori. Una manosanta. Naturalmente c’è anche chi maligna sul ruolo di questo o quel dirigente e su questa o quella banca. Ad esempio: Franco Carraro, presidente della Federcalcio era anche presidente del Mediocredito centrale, controllata dalla Banca di Roma allora presieduta da Cesare Geronzi, una delle banche che avrebbe avuto più da perdere se non fosse stata approvata la norma, vista la sua esposizione milionaria (in euro) nei confronti di Perugia, Parma, Roma e Lazio. Ma queste, appunto, sono malignità. Sta di fatto che fece scalpore il rapporto dei revisori dei conti della Deloitte & Touche sulla Lazio. Scrissero che nel secondo semestre del 2002 “la società si trova in una posizione di squilibrio finanziario in quanto le passività correnti superano in misura significativa le attività correnti” e, aggiunsero che si trovavano “nell’impossibilità di esprimere il parere di conformità” richiesto dalla Consob per varare un aumento di capitale da 110 milioni. La Lazio, quindi, che insieme a Juventus e Roma, era già quotata in borsa, da una parte non poteva varare un aumento di capitale per salvarsi e, anche se fosse riuscita ad avere il via libera delle autorità di controllo della Borsa, non avrebbe potuto perché la sua controllante, la Cirio, stava messa peggio di lei, tanto che crollò proprio nel 2003. 

L’altra società che più si giovò del decreto “salvacalcio” fu la Roma travolta, in quello sciagurato campionato, anche dallo scandalo delle fideiussioni bancarie false, stipulate per puntellare bilanci che stavano insieme con lo sputo. Senza quelle fideiussioni la Magica non si sarebbe potuta iscrivere al campionato di serie A, e se non fosse stata iscritta il suo posto l’avrebbe preso l’Atalanta che, infatti, ricorse ai giudici del Tar del Lazio i quali decisero di non esprimersi sostenendo che il decreto “salvacalcio” avrebbe reso ininfluenti le loro decisioni. Il caos era aggravato dai 530 milioni di euro di tasse e contributi che le squadre di calcio non avevano pagato. Solo lo Stato avrebbe potuto salvare il mondo del pallone e così accadde quel 21 febbraio del 2003. Appena approvata, le squadre ne approfittarono immediatamente ricalcolando i bilanci e spalmando proprio su 10 anni le perdite causate dalle svalutazioni ma, anche così, i bilanci erano tutti da sala rianimazione: la Roma era in rosso per 104,7 milioni e da cinque mesi non pagava i suoi giocatori, il Milan perdeva 29 milioni, l’Inter 17, il Parma 77, la Lazio 121, la Sampdoria 8,4 e il Torino (in B) 41. Solo Sampdoria e Juventus non aprofittarono della legge; quest’ultima chiuse addirittura in attivo (2,1 milioni) grazie a cessioni immobiliari. Teoricamente, al 30 giugno del 2003, il mondo del pallone avrebbe dovuto denunciare perdite per 1,3 miliardi, praticamente la legge permise loro di ridurle a 413 milioni di euro. Con il decreto “salvacalcio”, quindi, la Lazio non iscrisse a bilancio perdite per 191,6 milioni di euro nonostante una svalutazione dei propri giocatori per 213 milioni, la Roma riuscì a non iscrivere 120 milioni di perdite e svalutò il parco-giocatori per 234 milioni, l’Inter “risparmiò” 287,4 milioni con svalutazioni per 319 milioni e il Milan segnò meno perdite per 217,8 e svalutò i propri campioni per 242 milioni dopo aver addirittura iscritto il proprio vivaio tra gli attivi. Il Milan, in effetti, fu molto fantasioso: dette un valore ai ragazzini che si allenavano nei campetti di provincia da lei gestiti scommettendo sul fatto che un giorno quei pulcini sarebbero diventati professionisti. Beneficio: 3,6 milioni di euro. Poco, ma quando si è alla canna del gas, tutto fa brodo.

Però si era davvero esagerato tanto che il giochetto di rivalutare i giocatori e scamabirseli tra squadre concorrenti in modo che ognuna rimettesse in sesto i propri bilanci finì sotto inchiesta. Il pm di Milano Carlo Nocerino se la prese soprattutto con Milan e Inter chiedendo anche il rinvio a giudizio di Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, e Rinaldo Guelfi e Mauro Gambero rispettivamente vicepresidente e amministratore delegato dell’Inter. Per il Milan la procura mise sotto osservazione i bilanci chiusi tra 2003 al 2005, l’accusa era quella di “falsa esposizione derivata da operazioni di compravendita dei diritti alle prestazioni pluriennali e delle compartecipazioni da considerasi fittizie nella determinazione del prezzo di cessione o acquisto in quanto artatamente incrociate a tavolino”. Per l’Inter, i cui bilanci sospetti erano quelli tra il 2003 e il 2004, era quella di aver comprato gli ex laziali Bernardo Corradi ed Hernan Crespo ipervalutando i loro cartellini “per un importo almeno pari a euro 6.669.491,80”. Vi sarebbero poi “compravendite incrociate, realizzate, in data 26.6.2003, con il Milan, con corrispettivi falsamente ipervalutati” per 10 milioni e 770 mila euro tanto che, se non avesse deciso di abbellire i bilanci con questo metodo, non si sarebbe potuta iscrivere, secondo i pm, al campionato di calcio 2004-2005. Ma l’andazzo era generale (vennero accusate dalla giustizia sportiva anche Genoa, Udinese, Sampdoria e Reggina) tanto che l’ex presidente della Covisoc, la commissione con il compito di controllare i bilanci delle società calcistiche, Victor Uckmar, ammise che “c’era ampio uso e abuso delle plusvalenze da parte delle società per superare i controlli ed essere in grado di iscriversi al campionato successivo”. A fianco dell’inchiesta penale, ne partì una anche della giustizia sportiva, che si risolse, nel 2008, con multe tra i 10 e i 90mila euro a carico di Adriano Galliani (Milan) Rinaldo guelfi Mauro Gambero, Gabriele Oriali e Massimo Moratti (Inter), Giuseppe Marotta e Riccardo Garrone (Sampdoria).

IL SUSSIDIO PERFETTO

Quando partì l’indagine europea il capo dell’Antitrust era appunto Mario Monti che si trovò arrivare il decreto sul tavolo il 12 marzo del 2003, un anno prima della fine del suo mandato. Quando lo lesse si lanciò in una promessa che, data la situazione, sembrava come minimo un po’ azzardata: “Gli italiani non pagheranno con le tasse il salvataggio del mondo del pallone”. Ma sembrava più un auspicio che una promessa. I tecnici europei iniziarono l’esame del provvedimento e si concentrarono soprattutto sull’articolo 3, paragrafo 1bis che “avrebbe implicato l’uso di risorse statali in termini di rinuncia
al deducibili su un periodo di tempo più lungo rispetto a quanto consentito dalle norme vigenti, a fronte sportive di scegliere tra due metodi alternativi di imposizione, lo Stato avrebbe consentito a questi contribuenti parte del gettito fiscale”. Come sempre parte la trattativa tra lo Stato italiano, che doveva tutelare le squadre che avevano già rifatto i bilanci in base a quella norma, e la Ue, scandalizzata da un
provvedimento così costoso per le casse pubbliche. La trattativa fu lunga e costellata di incomprensioni ma alla fine l’accordo con il governo italiano, rappresentato dal ministro per le Politiche Comunitarie, Rocco Bottiglione, venne trovato, due anni dopo, nel 2005 quando la Ue impose all’Italia che la formula “ai fini civilistici e fiscali” venisse sostituita con l’espressione “ai soli fini civilistici”. L’effetto di questa modifica era che in bilancio le perdite continuavano a non figurare, ma le tasse andavano pagate ugualmente. Il compromesso prende la forma di una legge che la Ue apprezza “benché (…) continui ad offrire vantaggi alle società sportive in termini di trattamento contabile favorevole” anche se “essa, nella nuova formulazione, non offre più alcun vantaggio fiscale”. Il caso è chiuso.

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                                                             Franco Carraro

Sempre nel 2005 si chiuse anche un secondo procedimento. La Ue era preoccupata della conformità della legge italiana alle regole contabili internazionali. Anche in questo caso, tutto risolto: invece di spalmare le svalutazioni dei valori dei calciatori in 10 le si spalma sugli anni di durata del contratto
del giocatore stesso. Frits Bolkestein, Commissario al mercato interno, chiude un occhio e non se ne parla più. Alla fine, Mario Monti ha avuto ragione: il pallone è salvo, i cittadini non ci hanno rimesso, ma il sussidio ci fu ugualmente: quello a delle società che sarebbero dovute fallire tutte. Invece furono salvate senza che però lo Stato ci rimettesse un euro. Il sussidio perfetto. Ma non è finita: c’era ancora un problema. Quando le società approvarono i loro bilanci sulla base del “salvacalcio” spalmarono le perite in 10 anni. Quando la Ue impose all’Italia di ridurre il periodo da 10 a 5 anni obbligò le squadre di calcio a dover iscrivere nel bilancio del quarto anno anche le perdite che avevano previsto di iscrivere nei successivi 6. Il quarto anno, insomma, avrebbero dovuto iscrivere i 6 decimi delle perdite conteggiate rischiando, di nuovo, se non il fallimento, gravi problemi finananziari. Urgeva una ricapitalizzazione che, però, molte squadre non potevano permettersi. Molte avevano solo un grande nome, ma pochissimo patrimonio. E fu proprio il blasone a salvarle. Tra il 2005 e il 2006 il marchio della squadra fu venduto a società controllate che lo pagò una valanga di soldi permettendo alla controllante di non rischiare di nuovo il fallimento e di compensare le perdite con i nuovi introiti. Il Milan vendette il marchio alla Milan Entertainment srl per 183,7 milioni, l’Inter alla Inter Brand Srl per 158, la Roma alla Soccer Sas per 125 milioni, la Lazio alla Lazio Marketing & Communication spa per 95,4, la Sampdoria alla Selma BPM per 25, il Brescia alla Brescia Service Srl per 20, la Reggina alla Reggina Service Srl per 10. La Covisoc chiese ricapitalizzazioni vere, di almeno 100 milioni per i grandi club. Ma alla fine un compromesso permise ai grandi club di versare nelle proprie casse, al massimo, 20 milioni. Grazie al sussidio perfetto, il calcio è riuscito a sopravvivere a sé stesso.

“MANI BUCATE” Ma le “zone a burocrazia zero” ci sono già (e sono costate…)

27 gennaio 2012

Trappolone comunicativo. Dopo “SalvaItalia” e “CrescItalia”, nel decreto “SemplifItalia” il governo ha deciso di introdurre, in via sperimentale, le “Zone a burocrazia zero”, cioè aree del Paese dove le imprese, soprattutto piccole, non hanno praticamente oneri burocratici oltre ad una fiscalità ridotta. Bene: questa legge esiste già. Non è il prodotto del governo Monti, ma del governo Berlusconi che a sua volta ha ripreso un’idea, più ambiziosa, del governo Prodi. Quindi: niente di nuovo sotto il sole della semplificazione, perché già adesso, in base ad una legge del 2009, è prevista la possibilità di creare le “famose” Zbz. (more…)

“MANI BUCATE” Finita la pacchia dei sussidi pubblici per società elettriche “verdi” e Fs

19 gennaio 2012

Cambiano i sussidi alle Fs e quelli all’energia verde. Lo dice il governo nelle risposte alle 50 domande che lo scorso week end la Ue ha inviato a Roma. Si tratta di impegni, quindi occorre prenderli con quello che viene definito “moderato ottimismo”, però toccano due aspetti molto importanti della spesa pubblica. (more…)

“MANI BUCATE” Elettricità: il governo alza a 7 miliardi gli incentivi agli industriali “verdi” non fotovoltaici. Contenti?

13 gennaio 2012

Entro giugno si terrà la prima asta per l’assegnazione
degli incentivi agli impianti rinnovabili non fotovoltaici superiori a 5 MW di potenza. Lo scopo è quello di incentivare dal 2013 al 2015 circa 1.850 MW
 di 
energia eolica a terra, 680 MW di offshore (ora in Italia non esiste un solo impianto offshore, nonostante i tanti tentativi di costruirne uno), 150 MW di idroelettrico, 60 MW di
geotermico e 180 MW di biomasse, biogas e bioliquidi sostenibili. (more…)

“MANI BUCATE” Lo Stato spende 11,9 miliardi in sussidi alle imprese (Ragioneria dello Stato). Ma quello che incassano è molto di più

6 gennaio 2012

Lavoce.info ha pubblicato un intervento di Guido Nannariello molto importante. Secondo i dati elaborati dal servizio studi della Ragioneria Generale dello Stato i sussidi alle imprese, nel 2010, sono stati pari a 11,9 miliardi. Un dato che si avvicina più ai 30 miliardi che stimo in “Mani bucate” che ai 3,4 miliardi della Confindustria. Ma non è questo il punto. Il punto è che questi numeri, che , ripeto, sono di fondamentale importanza e dovranno essere presi in esame nel corso della spending review che il governo Monti sta effettuando sui capitoli di spesa pubblica, non tengono conto di altri tipi di sussidi che sfuggono alla contabilità nazionale.
Qui potete leggere l’intervento di Nannariello.

 

Questa la mia risposta

I dati del dott Nannariello sono una risposta definitiva alla polemica sull’entità della spesa pubblica sotto forma di sussidi alle imprese. Tuttavia se si cambia punto di vista e si guarda al fenomeno degli “aiuti di Stato”; (in senso lato) dal lato dell’impresa, le cose cambiano notevolmente. Prima osservazione: i sussidi alle imprese energetiche “verdi” non vengono erogati a valere sul bilancio pubblico, ma direttamente dalle bollette dei consumatori e quindi sfuggono alla contabilità nazionale. Tali sussidi sono stati pari, nel 2010, a 3,4 miliardi e portano il totale dei sussidi per quell’anno a quota 15,3 miliardi. Seconda osservazione: le imprese italiane (ad esempio i produttori cinematografici) accedono ad sussidi europei attraverso fondi gestiti direttamente dall’Europa e non dalle autorità nazionali e che, quindi, ancora una volta, non sono quantificati nel bilancio dello Stato. Terza osservazione: non è possibile quantificare nemmeno i sussidi che le imprese italiane ricevono all’estero come, ad esempio, Fiat in Serbia. Quindi se se la spesa pubblica è di 11,9 miliardi, i sussidi effettivamente incassati sono considerevolmente superiori.

“MANI BUCATE” Il Lazio non ha speso nemmeno un euro per lo sviluppo (che fine ha fatto il fondo Fas)

19 dicembre 2011

Quella che sto per raccontare è la storia del Fas. Il Fas è un fondo, il Fondo per le Aree sottoutilizzate che, nato nel 2003 e alimentato esclusivamente con soldi nazionali, avrebbe dovuto finanziare il rilancio delle zone del Paese in ritardo industriale con lo stesso ritmo di programmazione settennale dei fondi europei. Non lo ha fatto non per colpa sua, ma per colpa di chi lo ha gestito in questi ultimi 4 anni. Avvertenza importante: il Fas, di cui parlo anche in “Mani bucate”, poteva essere utilizzato anche per incentivare le imprese, ma soprattutto doveva servire per dare ai territori sottoutlizzati le famose “infrastrutture”. (more…)

“MANI BUCATE” Manovra: salvati i sussidi all’editoria. Ma uno studio dimostra che quelli italiani sono buttati via

14 dicembre 2011

I relatori alla manovra del governo Monti, Leo (Pdl) e Baretta (Pd) sono riusciti a resuscitare i sussidi alle imprese editoriali. Erano stati tagliati di 75 milioni di euro, ma la presa di posizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha, evidentemente, sortito i suoi effetti. Così, difficilmente i tagli verranno confermati. (more…)

Piccola proposta per legare lo stipendio dei politici ai risultati

14 dicembre 2011

Il problema dei costi della Casta è stato posto su un piano poco concreto. Il vero problema non è che deputati e senatori italiani guadagnano molto, ma è che rendono poco. In altre parole il problema non è il costo ma la resa. La retribuzione di un lavoratore del settore privato dipende certamente dalle competenze, ma innanzitutto dipende dalla sua produttività. Così, il problema degli onorevoli non è la loro retribuzione, netta o lorda, ma il fatto che essa non è in alcun modo collegata alla loro produttività. (more…)

Monti come Cavour: 30 miliardi per sedersi al tavolo della Nuova Europa

7 dicembre 2011

La fretta che ha portato il presidente del Consiglio Mario Monti a firmare il decreto da 30 miliardi di euro, definito da quasi tutti gli esponenti politici “da migliorare”, è stata dettata non solo dall’urgenza dell’andamento degli spread Btp-Bund, ma, soprattutto, dal calendario. Venerdì 9 dicembre si terrà un Consiglio europeo piuttosto importante. Anzi, molto importante, perché è quello che dovrebbe gettare le basi di quella che un po’ enfaticamente potremmo chiamare la “nuova Europa” o “nuova Unione Europea”. (more…)

“MANI BUCATE” Ecco dove si nascondevano i 5,2 miliardi che Monti userà per le grandi opere

6 dicembre 2011

Il presidente del Consiglio Mario Monti ha annunciato lo sblocco di 5,2 miliardi di euro per l’avvio di grande opere infrastrutturali. Se ne occuperà in Cipe in una delle prossime riunioni. Però nessuno ha ancora spiegato da dove arrivano questi 5,2 miliardi di euro e perchè sono disponibili. Ovvero: perchè non sono stati spesi finora? (more…)

“MANI BUCATE” I soldi pubblici finiti alle aziende friulane (Ansaldo, Cimolai, Snaidero…)

6 dicembre 2011

Nel precedente post ho fatto due semplici calcoli: la manovra di Mario Monti ha imposto il pagamento dell’Ici anche sulla prima casa. Seppur con franchige, la tassa vale 1,5 miliardi di euro. Si sarebbero potuti recuperare semplicemente tagliando del 5% i contributi che lo Stato eroga alle imprese private e che valgono (stime mie) 30 miliardi l’anno. Per sapere dove vanno a finire questi soldi, cioè quali sono le imprese che li incassano, occorre fare lunghissime e laboriosissime ricerche tra archivi, relazioni di spesa, rapporti e via dicendo. Il frutto di due anni di queste ricerche è condensato nel libro “Mani bucate” che, nel frattempo è arrivata alla seconda edizione. (more…)