Posts Tagged ‘pil’

Piccola proposta per legare lo stipendio dei politici ai risultati

14 dicembre 2011

Il problema dei costi della Casta è stato posto su un piano poco concreto. Il vero problema non è che deputati e senatori italiani guadagnano molto, ma è che rendono poco. In altre parole il problema non è il costo ma la resa. La retribuzione di un lavoratore del settore privato dipende certamente dalle competenze, ma innanzitutto dipende dalla sua produttività. Così, il problema degli onorevoli non è la loro retribuzione, netta o lorda, ma il fatto che essa non è in alcun modo collegata alla loro produttività. (more…)

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No alla patrimoniale, per tre motivi

10 agosto 2011

Sono contrario alla patrimoniale per tre solidi motivi.

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Il nostro vero problema: Il Pil

5 agosto 2011

La crisi irlandese decide le elezioni

18 novembre 2010

 

Il modo in cui verrà trovata una soluzione alla crisi dell’Irlanda influenza molto più di quanto non si pensi il futuro politico italiano. Non è un paradosso né una esagerazione. Anzi, si potrebbe tranquillamente dire che se l’Irlanda fallisce (cosa che non succederà, ovviamente) in Italia ci sarà un governo tecnico, se non fallisce (cioè se l’Europa l’aiuta come pare sia stato deciso) aumentano le probabilità che si vada ad elezioni anticipate.

La crisi finanziaria che sta ri-scuotento l’Europa è, infatti, l’argomento usato in modo strumentale e anche irresponsabile, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Partiamo da quest’ultima. La frase illuminante è di Angelo Sanza, plenipotenziario dell’Udc in Puglia. Certamente non un uomo di primo piano nel panorama politico italiano. Ma tuttavia da lui è arrivata il chiarimento più chiaro di tutti. Ha detto (riportato dalla Stampa di oggi): “E’ paradossale, lo so, ma per il bene del Paese dobbiamo sperare in tensioni sui mercati che facciano temere un rischio Grecia. Solo così si creerebbe un clima favorevole al governo tecnico”. Significa che se la faccenda irlandese finisse male, o se dovesse riemergere la crisi greca in tutta la sua gravità, nascerebbe la convinzione in Italia e, primo fra tutti nel capo dello Stato Giorgio Napolitano, che il Paese non potrebbe sopportare 4 mesi di campagna elettorale con un esecutivo in carica solo per organizzare l’apertura delle urne. Perchè questo vorrebbe dire esporre l’Italia ad un rischio-speculazione che potrebbe trascinarci in un gorgo dal quale sarebbe difficilissimo uscire. Dire che l’opposizione soffia sulla crisi è forse esagerato, ma potrebbe essere una buona chiave di lettura delle dichiarazioni di questi giorni anche dei finiani i quali cercano in tutti i modi di evitare le urne e si affiderebbero molto volentieri ad un governo tecnico al quale non farebbero mancare il loro sostegno. E il primo candidato ad un governo tecnico che abbia come priorità la messa in sicurezza dei conti pubblici è Mario Draghi, lanciato ieri da Rutelli, alleato potenziale di Fini.

Da parte sua il governo deve assolutamente trovare il modo di dimostrare che i conti sono in ordine. E qui la responsabilità è di Giulio Tremonti che l’anno prossimo, come anche quest’anno, deve piazzare sui mercati 250 miliardi di euro di titoli pubblici. Un’enormità. Tremonti e Silvio Berlusconi devono confortare i mercati e convincere il capo dello Stato che i conti sono in ordine e permettono l’andata alle urne. Se il bilancio pubblico non soffre, è, insomma, il ragionamento, l’Italia può sostenere 4 mesi di campagna elettorale senza rischiare di finire come l’Irlanda o la Grecia. Quindi, se i conti sono in ordine, da una parte non si vede perché esautorare un governo che li ha messi in ordine e, dall’altra, si può andare alle elezioni.

In sintesi, quindi, chi “spara” contro l’Italia sottolineando le sue difficoltà economiche vuole il governo tecnico, chi la “difende” sostenendo che il bilancio pubblico è meglio di quello di tanti altri, punta alle elezioni.

 

 

Mario e Giulio, questione di pelle o di palle?

11 ottobre 2010

La guerra in corso non è solo tra valute (anche se Giavazzi dice che non esiste accusando a destra e sinistra di dire “sciocchezze” o fare cose “sciocche”). La vera guerra in corso è tra Bankitalia e Economia. Ovvero tra Mario Draghi e il ministro Giulio Tremonti. I due sembrano litigare come Berlusconi e Fini all’inizio dell’estate e mi aspetto che prima o poi Draghi si presenti davanti a Tremonti con il ditino alzato chiedendo: “Sennò che fai, mi cacci?”. Non si sopportano e questo è chiaro. E’ una questione di pelle ma anche di palle perchè ognuno dei due vuole dimostrare all’altro di saperla un po’ più lunga. Giulio fa appello all”esperienza, Mario agli studi econometrici. Incontrarsi: mai.

Sarebbe lunga elencare tutti i momenti in sui Tremonti e Draghi si sono trovati in disaccordo (per usare un eufemismo) e sui giornali di oggi c’è il racconto dell’ultimo caso, quello sulla speculazione e i compensi dei banchieri. Secondo me bisognerebbe anche ricordare quando Draghi disse che dovremmo imitare la Germania e Tremonti gli rispose che è una ricetta “da bambini”.

Un attacco ben più pesante, sottovalutato, è quello che è venuto dal direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni secondo il quale la previsione del governo di una crescita del Pil pari all’1,2% nel 2010 è troppo ottimistica. Tradotto: non succederà mai anche perchè la crescita del Pil del terzo trimestre sarà inferiore a quello dei trimestri precedenti, visto che si tratta del Pil realizzato in luglio, agosto e settembre (mentre i politici si azzannavano su una casa di Montecarlo, per intenderci). E’ cosiì?

Il Pil italiano nel primo trimestre è cresciuto dello 0,5%, quellon del secondo è salito dello 0,4%. Per arrivare al più 1,2% occorrerebbe che negli ultimi due trimestri il Pil salisse dello 0,3%. Una miseria. Ma secondo Bankitalia si tratta di una possibilità remota. A me sembra un chiaro indice che l’Italia non è affatto uscita dalla fase peggiore della crisi, e che ci sia ancora in mezzo.

Le soluzioni proposte da Giavazzi (le solite) sono utili, ma mi sembrano di lungo periodo, il che non vuol dire affatto che non debbano essere prese. Ma, nel breve, o si mette mano a una riforma fiscale seria e incisiva oppure le persone e le famiglie non avranno soldi da spendere. Nonostante le retribuzioni continuino ad aumentare.

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L’Europa vuole Cinalia

14 settembre 2010

Quello che Olli Rehn, commissario Ue per l’economia immagina per l’Italia è un futuro cinese. Una specie di “Cinalia”. Un serbatoio di mano d’opera a basso costo. Perché quando dice, alla presentazione del rapporto della Commissione sulle prospettive economiche di ogni singolo Paese, che l’Italia dovrebbe orientarsi verso una “moderazione salariale che potrebbe aiutare la perdita di competitività” dice che l’Italia non sarà mai in grado di competere con gli altri Paesi europei. Quindi tanto vale trasformare il nostro Paese in un enorme opificio dove le persone sono sì tutelate, o almeno più tutelate dei lavoratori cinesi, ma lavorano guadagnando poco così da spostare la base della competizione non sulla innovazione ma sul costo del lavoro.

Il fatto che la Ue lo dica, senza tenere conto che i nostri salari sono tra i più bassi d’Europa e che il costo del lavoro è alto per il peso fiscale (impossibile che non lo sappiano), è indice di una sfiducia diffusissima nei confronti della nostra capacità di emergere come Paese leader nell’industria, nella tecnologia, nell’innovazione. O, forse, è un auspicio perché trasformare l’Italia nella Cina d’Europa significa eliminare un concorrente dalla corsa verso nuovi prodotti e, soprattutto, nuovi mercati. Se ci accontentassimo di guadagnare poco (come, d’altra parte, stiamo già facendo) è ovvio che dovremmo accontentarci di produrre beni a basso valore aggiunto, perché quelli ad alto valore aggiunto sono prodotti da meti, da cervelli che per lavorare chiedono di essere pagati bene. L’infelice frase del commissario Rehn non va, quindi, presa sottogamba: secondo me è quello che l’Europa pensa di noi. E se fossi nato a Berlino o a Parigi, probabilmente la penserei così anche io.

Vedi anche qui, qui e qui

Finanza e politica: il più pulito c’ha la rogna

8 maggio 2010

La speculazione contro l’euro sta rischiando di farci arrivare al capolinea. Lunedì, quando i mercati riapriranno, l’euro potrebbe iniziare una fase discendente che potrebbe indurre i governi europei a considerare la possibilità che la sua difesa non sia solo impossibile, ma sia anche controproducente. Questione di soldi (che non ci sono) da mettere in campo per difendere il Portogallo (drammatiche le parole del governo di Lisbona), ma anche questione che nessun governo del mondo è in grado di reggere l’urto della speculazione per via di un gravissimo deficit di credibilità. (more…)

Senza concorrenza il Pil non riparte

14 aprile 2010

Difficile dire se l’Italia sia o no in declino. Ieri sera ci ha provato Floris a Ballarò e non ne è venuto a capo. Declino, d’altra parte, è una parola impegnativa, perché presuppone che da una crescita del, diciamo, 3% l’anno si scenda lentamente al 2,5 al 2, all’1, allo 0,5 al meno 1 al meno 2 e via dicendo. E’ quello che è successo negli ultimi due anni, ma io non parlerei, nel caso dell’Italia, di declino. Perché l’Italia è riuscita stabilmente a crescere meno dei sui partner europei. Partivamo da poco e andiamo ancora più giù. Non è declino: è proprio uno stop. (more…)

Le 5 cose che Berlusconi dirà alla Marcegaglia

8 aprile 2010

Domani sarà interessante ascoltare Berlusconi a Parma, all’assise degli industriali di Confindustria. Piccola parentesi: la Confindustria di Emma Marcegaglia rappresenta imprese che danno lavoro a poco più di 5,5 milioni di dipendenti, circa un quarto di tutti gli italiani che lavorano, un po’ poco per ergersi ad arbitri dell’economia nazionale e, sulla base delle proprie priorità, stabilire quali siano anche quelle del Paese. (more…)

Stiamo sbagliando con la Cina?

29 gennaio 2010

Il rapporto dell’Occidente verso la Cina assomiglia a quella di una fabbrica che ha un unico cliente. Se quel cliente annulla gli ordini, la fabbrica chiude prima di riuscire a trovare un nuovo cliente. Bisogna stare molto attenti al rapporto che allacciamo ora con la Cina perché condizionerà il nostro futuro. Quando a Davos il vicepremier Li Keqiang dice che sarà Pechino a trascinare la crescita del resto del pianeta aumentando i consumi interni (che teoricamente dovrebbero fare aumentare le importazioni) liscia il pelo all’Occidente che non mi pare, a parte il giusto discorso di Sarkozy, che abbia messo in cima alla propria agenda il problema della parità di condizioni competitive. (more…)

Conti pubblici, gli effetti della cura Tremonti

8 gennaio 2010

Cerchiamo di metterci d’accordo. Se i conti pubblici peggiorano, e anche molto, il motivo è la crisi. Ad esempio l’aumento della cassa integrazione, i nuovi (comunque troppo piccoli) sostegni ai precari che perdono il lavoro, la social card, misure di stimolo ai consumi, eccetera. A questi si aggiungono il calo delle entrate fiscali, che si appaleserà chiaramente tra qualche mese, dovuto al calo della produzione e, in generale, dell’attività economica. (more…)

Disoccupazione: non è l’Italia, ma l’Europa a dover battere un colpo

30 ottobre 2009

disoccupazione-usa-luglio-2009

Come si può pensare di far ripartire l’Europa quando oltre 22 milioni di persone non hanno un lavoro? L’impresa ha i profili dell’impresa quasi impossibile, tanto è vero che sono ormai la maggioranza quegli economisti che ritengono che prima di tornare ai livelli di attività e di prosperità pre-crisi serviranno anni, forse un decennio. Sempre che nel frattempo la Cina la smetta di esportare i suoi prodotti a basso costo, che danneggiano le nostre industrie, e stimoli, piuttosto, i consumi interni. Sarebbe però un suicidio pensare di aspettare 10 anni perché tutto ciò accada perché nel frattempo ci potremmo giocare un’intera generazione. Questo non è ammissibile.
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