Posts Tagged ‘silvio berlusconi’

Ecco chi non vuole le larghe intese

23 aprile 2013

Se l’emergenza del Paese è avere un governo che “dia fiato all’economia”, e se un governo è possibile solo con le larghe intese Pd-Pdl allora chi non vuole le larghe intese sono quelli che non hanno bisogno che l’economia riprenda fiato. Cioè chi ha un posto di lavoro garantito. Oppure i ricchi che possono permettersi di fare gli schizzinosi accarezzando la purezza della loro ideologia facendo distrattamente cadere la polvere sulle ferite del Paese.

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Governissimo: cosa si diranno Bersani e Berlusconi

9 aprile 2013

Berlusconi Ciao

Bersani Ciao

Quindi?

Inizio io?

Se vuoi inizio io

No no inizio io. Allora, come va?

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Trattative per il governo: ecco cosa Bersani ha davvero detto a Cicchitto

6 aprile 2013

Bersani – Ciao

Cicchitto Ciao

Allora

Allora

come va?

Io bene e tu?

Bene, bene, senti…

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La politica ha fatto della Costituzione una merce di scambio. Bene.

28 marzo 2013

Quando la politica arranca, quando non sa che cosa fare e con chi farla, quando è alle corde ed è sotto ricatto, trova sempre la via d’uscita nelle “riforme costituzionali. E, infatti, l’idea di una Convenzione per riformare la Carta è regolarmente saltata fuori anche in questa occasione. Lo scopo è quello di legare il Pdl alle sorti del governo Pd senza però coinvolgerlo direttamente per evitare la spaccatura interna del partito di Bersani. (more…)

“MANI BUCATE” Quella volta che Monti sbugiardò l’Italia che voleva dare soldi alla De Tomaso

24 novembre 2011

Nella sua esperienza di commissario alla Concorrenza, Mario Monti ha firmato la concessione di centinaia di migliaia di sussidi pubblici alle imprese private. Tutte autorizzazioni varate nel pieno e totale rispetto delle regole europee, s’intende. Ma tra le decine di migliaia di pagine di documenti europei che ho letto per scrivere “Mani bucate” c’è una storia davvero incredibile. Quella del tentativo di far rinascere la De Tomaso. (more…)

Discorso vagamente benaltrista sulle pensioni di anzianità

26 ottobre 2011

Bossi ha torto. Ma l’Europa non ha ragione. Non è aumentando di due anni l’età per andare in pensione d’anzianità che l’Italia risolve i suoi problemi. Non vorrei entrare nella classe sociale dei benaltristi, quella che è più insopportabilmente petulante e inconcludente. E conosco benissimo la differenza tra bene e ottimo perchè ho sperimentato mille volte l’evidenza che il secondo è nemico del primo. Ma non saranno due anni in più o in meno dell’età di 386mila persone pronte ad andare in pensione tra il 2012 e il 2014 a far cambiare il volto dell’Italia. Se vogliamo aumentare i requisiti per ottenere l’assegno o se lo dobbiamo fare per ottenere dalla Bce la garanzia che continuerà a comprare i nostri Btp, o se serve per tranquillizzare i mercati (dubito, fortissimamente, dubito) sulla solvibilità del nostro Paese rispetto al debito pubblico, o se serve per risparmiare 11,6 miliardi, o se serve per “salvare l’Europa”, facciamolo pure. Ma non illudiamoci. La verità è che il governo sta annegando nel bicchiere d’acqua delle pensioni d’anzianità costruendosi un alibi perfetto per non fare tutto il resto. Come in un film giallo: se Berlusconi è impegnato a far digerire il diktat europeo (formulato, tra l’altro, da chi ha sistemi pensionistici più generosi del nostro) alla Lega, non lo si può accusare di non aver tagliato i costi della politica; abolito gli ordini professionali; annullato il valore legale dei titoli di studio; riformato il sistema fiscale eccetera, eccetera, eccetera.
Questo strabismo politico sia dei commentatori che del mondo politico è incomprensibile. Con un debito pubblico da 1900 miliardi di euro, di 11,6 miliardi di risparmio in tre anni (o 7,4 dal 2022 a salire negli anni successivi) dalla sospensione temporanea di due anni dell’anzianità, che vantaggio ne ricaviamo? E dai 5 Che cosa ci guadagna il Paese? La nostra priorità è fermare il declino economico, che sembra essere un obiettivo fuori dalla portata sia di questo che dell’eventuale successivo governo di centrosinistra. Ma, soprattutto, è totalmente fuori dalla portata di un eventuale governo tecnico che, se composto da ragionieri dei conti, si preoccuperebbe, appunto, dei due anni dell’anzianità, ma non avrebbe alcuna forza politica per rivoltare l’Italia come un calzino (come aveva promesso di fare Berlusconi 17 anni fa) né di dare quella “sferzata all’economia” di cui c’è bisogno (e che Berlusconi aveva promesso l’anno scorso). E non avrebbe nemmeno la base politica per imporre gli indispensabili (indispensabili!) tagli ai costi della politica che, in modo stucchevole e insultante per l’intelligenza dei cittadini, da anni entrano e poi escono dal range delle priorità dell’esecutivo.
Quello che occorre, ora, è liberare l’Italia e scatenare le risorse intellettuali e produttive di cui siamo pieni e che i sorridenti Merkel e Sarkozy si sognano. Occorre la frustata. Poi le elezioni.

Perchè dire no alla patrimoniale

31 gennaio 2011

Teoricamente non vedo nulla di male in una patrimoniale. Praticamente sarebbe come issare una bandiera bianca in segno di resa davanti alle difficoltà economiche contingenti. Mettere una patrimoniale sarebbe l’ammissione di non essere riusciti (ma ci si è provato?) a dare quella “botta secca”, per usare le parole di Berlusconi, all’economia. Pensare di risolvere il problema dal lato del debito senza la “botta secca” è tipico dei rinunciatari, dei conservatori, degli anti-riformisti. E mi stupisce che sia stato per prima Veltroni a proporla e non, ad esempio, Nichi Vendola.

Ma occorre essere contrari alla patrimoniale anche per un altro motivo. E cioè che astrarrebbe la politica dalle sue responsabilità. Aumentare le tasse, perché la patrimoniale questo è, sarebbe un modo per coprire i difetti di politica economica. Più politica e meno tasse, perdiana!

 

Semplice regoletta per giudicare e non essere moralisti

27 gennaio 2011

Il fatto che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra mi sta francamente sulle palle. Io non vedo l’ora di scagliarla, la prima pietra, perchè ciò che leggo, sento e vedo credo mi autorizzi a farlo. Mi Non vedo che cosa me lo impedirebbe. Nulla, se non solo quel “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

E va bene, non la scaglio. Però questo non significa, non può significare che un giudizio va dato, sennò si finisce con il pensare che, siccome nessuno è senza peccato, nessuno può giudicare nulla e ognuno è responsabile di ciò che fa  solo verso sè stesso. Non è così soprattutto per chi ha deciso, liberamente, di assumere incarichi pubblici che hanno a che fare anche con me, che prende, cioè, decisioni che incidono su di me e su tutti. Quindi: non scaglio la prima pietra, e cerco di non scagliare nemmeno la seconda, ma giudico. Questo lo posso fare e, laicamente, lo devo fare.

A questo punto si pone il problema: che tipo di giudizio? Se stessimo parlando di un manager, ad esempio di Sergio Marchionne e se Sergio Marchionne venisse accusato delle stesse incredibili accuse che vengono rivolte a Silvio Berlusconi, il giudizio, ad esempio di un piccolo azionista, cioè di uno che ha messo nelle sue mani i propri risparmi, non potrebbe che tenere conto certo della sua dirittura morale, ma certo anche dei suoi risultati economici. E il peso da attribuire ad ognuno di questi due fattori dipenderebbe dal maggiore o minore peso che ognuno attribuisce a ognuno di questi due fattori. Ma se si parla di un politico, vale la stessa regola? Io credo di si. Occorre usare, nell’esprimere un giudizio, entrambi i piatti della bilancia e mai uno solo. Il moralismo si evita solo se si rinuncia a formulare un giudizio utilizzando solo uno di questi due piatti della stessa bilancia. Utilizzando, cioè, sia quello della morale sia quello dei risultati.

E questo è certamente più complicato. Perchè formarsi un giudizio interroga innanzitutto sè stessi sul peso che ognuno attribuisce ad ognuno dei due piatti. Dare un giudizio presuppone, infatti, di avere un criterio per esprimerlo. Ecco perchè sono ripugnanti i giudizi sulla morale da chi non ha la morale come criterio di condotta della propria vita. Ed ecco perchè sono ugualmente insopportabili i giudizi sui risultati da chi non ha mai avuto il risultato nella propria scala di valori. Il vero laico giudica, eccome se giudica, ma lo fa usando diversi criteri, nello stesso ordine di importanza che questi hanno rispetto a sé e sapendo che prima di giudicare deve prima di tutto interrogarsi su come quel criterio abbia realmente fatto parte della propria esperienza. In caso contrario siamo di fronte ad un giudizo strumentale, cioè astratto, cioè falso. E, proprio in questio senso, scagliare la prima pietra sarebbe da ipocriti. E io non la scaglio. Però giudico.

 

Marchionne è il Fini della Confindustria

16 dicembre 2010

Non deve apparire ingeneroso, ma per come la vedo io Sergio Marchionne è il Fini di Confindustria. Con altre capacità, con altro carisma, con una leadership basata su un consenso ben più solido di quello di cui può godere Fini, ma i motivi che lo hanno portato a uscire dalla Confindustria sono (più o meno) gli stessi. Certamente non mancano le differenze sostanziali. Ad esempio: mentre Fini vuole scalzare Silvio Berlusconi dalla guida di un centrodestra ritenuto in affanno, così Marchionne ha deciso di uscire dalla Confindustria per correre più veloce sulla strada della flessibilità. Ovviamente non credo che il capo della Fiat abbia alcuna intenzione di scalzare Emma Marcegaglia dalla guida della Confindustria (non avrebbe senso), ma è innegabile che, con questa mossa, egli abbia assunto la guida di una vasta area di imprenditori che cominciano a dare preoccupanti segni di insofferenza verso le liturgie sindacali accettate dall’associazione degli imprenditori. Anche Fini è insofferente delle liturgie berlusconiane e vuole avere le mani libere, solo che, a differenza di Marchionne, la strada che sta percorrendo non porta, a quanto è dato a sapere, a liberare l’economia dai mille vincoli che la ingessa ma, semmai, ad aumentarli. La sua strada non porta al federalismo e a uno snellimento della macchina statale ma, semmai (l’alleanza con Raffaele Lombardo dell’Mpa è significativa) verso un suo irrobustimento. Insomma, i paralleli che si possono fare sono molti. Ma fermiamoci qui e chiediamoci: possono, questi due avvenimenti indicare una tendenza nel mondo della politica e dell’economia? Probabilmente sì. Probabilmente la tendenza alla quale assisteremo riguarderà una sempre maggiore richiesta di autonomia e la perdita di un “centro” autorevole come sede della composizione dei conflitti e degli interessi. Il Pdl non è stato questo luogo per Fini e la Confindustria non lo è stato per la Fiat e, domani, magari in occasione delle elezioni politiche, il Pd non lo sarà più per gli ex popolari i cui leader sembrano essere Rosi Bindi e Fioroni.

I luoghi della mediazione vengono meno e chi può, fa da sé. Il tempo dei compromessi è finito, è arrivato il momento delle rotture, più o meno traumatiche, tra chi ha il compito della rappresentanza (Pdl, Pd, Confindustria) e chi ha la necessità di autonomia (Fini, Bindi-Fioroni, Fiat) per non scomparire. Se è così mi chiedo se la modernizzazione del Paese può passare attraverso fughe in avanti e non invece, in una robusta riforma di questi “centri”.

I dubbi di Granata

11 novembre 2010

Fabio Granata (Fli): “Si apre una fase piena di incognite per la
politica italiana”.
Voleva dire
Non sappiamo come far morire il Berlusconi-bis.

Il mandato di Bossi a trattare con lui

9 novembre 2010

 

Umberto Bossi: “Ho il mandato di Berlusconi a trattare con Fini ma anche quello di Fini a trattare con Berlusconi”.

Voleva dire

Ho il mandato di Berlusconi e Fini a trattare con me.

Gli effetti di Fini

3 novembre 2010

 

Silvio Berlusconi: “Se Fini annunciasse l’appoggio esterno andrei da Napolitano a dimettermi”.

Voleva dire

Se Fini annunciasse l’appoggio esterno andrei da Napolitano a dirgli di dimettersi.