Posts Tagged ‘sussidi’

Letta, se vuoi tagliare la spesa lascia perdere Giavazzi (che è come Tremonti) alcuni numeri

2 maggio 2013

La valutazione dei costi delle promesse fatte dal presidente del Consiglio Enrico letta nel suo discorso alla Camera variano dai 20 ai 30 miliardi di euro. Ovviamente non tutti da recuperare entro il 2013. Per quest’anno occorre, però trovare una cifra intorno ai 10 miliardi di euro compresa la promessa eliminazione (o sospensione, ancora non si è capito) dell’Imu di giugno.

Al netto della richiesta di “maggiore flessibilità” sul bilancio dello Stato, ovvero, al netto della richiesta o di poter sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil e/o rivedere i termini del fiscal compact, è chiaro che l’unico modo per recuperare risorse è il taglio della spesa, sempre che quest’anno l’economia non si rimetta a correre come un centometrista e che non si desideri aumentare la pressione fiscale.

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Il ministro Trigilia spiega come e perchè al Sud i sussidi creano clientelismo

29 aprile 2013

Il nuovo ministro della Coesione Territoriale, Carlo Trigilia, la pensa come il suo predecessore, Fabrizio Barca. Ovvero: l’Italia usa male, malissimo i fondi europei. Triglia ha usato al riguardo parole pesantissime, in occasione di un convegno di Bankitalia del 2009 dedicato alla questione.

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Stampare moneta o sovietizzare l’Italia? Ecco l’alternativa dei “Maître à penser”

11 aprile 2013

Sembra che l’esperimento giapponese di raddoppiare la base monetaria stia riscuotendo un enorme favore, qui, in Europa. Ha, ad esempio, affascinato Federico Rampini secondo il quale anche gli Usa immettono un’enorme quantità di denaro, 85 miliardi al mese, nel sistema e gli effetti si vedono: 88mila occupati in più a marzo (rispetto ai 190mila previsti). Il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,7% al 7,6%, ma questo è dovuto ad altri fattori (contrazione della partecipazione della forza lavoro, scesa di 496.000 unità  al 63,3%, ai minimi dal 1979) e solo marginalmente agli 88mila nuovi posti creati (che comunque sono una miseria).  (more…)

Due o tre cose che so di Vito Nicastri: l’uomo dei sussidi pubblici

3 aprile 2013

Io non so se Vito Nicastri sia un mafioso o un appartenente alla criminalità organizzata. Quello che so, a dispetto di qualche ambientalista convinto del contrario, è che Vito Nicastri è il perfetto prodotto dei sussidi pubblici alla produzione di energia verde. L’imprenditore al quale sono stati sequestrati beni mobili e immobili per 1,3 miliardi di euro, è diventato uno dei più grandi indistriali (e mi scuso con gli industriali veri per l’uso improprio del termine) eolici e fotovoltaici d’Europa grazie al sapientissimo uso dei miliardi di euro che lo Stato preleva dalle bollette degli italiani e distribuisce a chi impianta una pala o piazza pannelli solari per produrre energia da fonti rinnovabili.

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Grazie Giarda. Marcegaglia, leggi qua e tu Giavazzi, smetti di copiare

21 marzo 2013

Non mi piace citare me stesso, però questa volta (prometto che è l’ultima) dovete permettermelo. Quando, nel 2011, scrissi  Mani Bucate stimai il totale dei trasferimenti dal pubblico al privato, cioè dal bilancio di Stato e amministrazioni locali alle imprese private, in 30 miliardi l’anno. (more…)

Enel festeggia i suoi primi 50 anni. E gli italiani i loro primi 50 anni di sussidi elettrici

27 settembre 2012

Non ho ancora letto il libro di Valerio Castronovo sui primi 50 anni dell’Enel intitolato “Il gioco delle parti. La nazionalizzazione dell’energia elettrica in Italia”. Certamente lo farò, anche perché alla sua penultima fatica, “100 anni d’imprese-Storia della Confindustria”, ho riservato una posizione privilegiata nella libreria. Sono certo che Castronovo, un grande storico, abbia ricordato che fu proprio in seguito alla nascita dell’Enel che nacquero in Italia i sussidi pubblici alle imprese private energivore, cioè bisognose di molta energia per funzionare. Prima del 1962 i sussidi non esistevano. Fu quando Amintore Fanfani, che cercava l’appoggio dei socialisti per varare il Fanfani IV, decise di accondiscendere alle richieste di Riccardo Lombardi, leader della sinistra socialista, che in Italia gli italiani iniziarono a pagare i consumi elettrici delle aziende. E Lombardi, il 27 novembre del 1962, giorno dell’approvazione della legge, entusiasta commentò: “Abbiamo gettato un bastone tra le ruote dell’economia capitalistica”. Ma a proporre quella legge, che fu sostenuta anche dal Pri, non fu Lombardi, ma Aldo Moro che, in questo modo, preparò la Dc alla svolta nazionalizzatrice nel corso dell’ottavo congresso del partito, aperto a Napoli il 26 gennaio 1962 con un intervento durato ben sette ore.  Come racconto in “Mani Bucate”: “La base culturale della nazionalizzazione va ricercata nell’importante convegno del 1960 a cura di “Amici del Mondo”, il settimanale fondato da Mario Pannunzio, e dei radicali. Il primo a intervenire a quel convegno fu Eugenio Scalfari, la cui prima opzione per abbattere le “baronìe elettriche” (cioè i privati produttori di elettricità, ndr) era quella di creare un’Authority di regolazione, e solo come alternativa la nazionalizzazione pura e semplice. I privati vennero indennizzati con 1650 miliardi di lire dell’epoca, pagati in cinque anni a un interesse annuo del 5,5 per cento”. 

Ma che c’entrano i sussidi? C’entrano, perché prima i produttori privati, più di 1200 in tutta Italia, vendevano elettricità al prezzo di mercato, dopo, invece, il prezzo aumentò a tal punto che le imprese italiane consumatrici rischiavano la chiusura. Quindi si decisero gli sconti. Incredibile la storia della società Terni: era autoproduttrice di tutta l’elettricità che le serviva, poi, con la nazionalizzazione, il business elettrico le venne espropriato e poi, per riequilibrare i costi, le vennero concessi i sussidi, prelevati direttamente dalle bollette degli italiani. Dalla società Terni nacquero tre società: la Cementir, che va al gruppo Caltagirone nel 1992; la Acciai Terni, venduta alla ThyssenKrupp nel 1994 e la Nuova Terni Industria chimica, acquistata nel 1996 dalla multinazionale norvegese Norsk Hydro. Tutte e tre sussidiate per 50 anni. Buon compleanno, Enel.

L’incontro tra Marchionne e Monti è un crinale della storia industriale italiana

22 settembre 2012

Ma allora, i soldi alla Fiat vanno dati oppure no? Pochi hanno risposto ancora a questa domanda e quelli che lo hanno fatto hanno fatto vaghe allusioni sul fatto che sì, sarebbe il caso di dargli gli aiuti di Stato. (Siccome siamo in piena campagna elettorale non ci si può attendere di meglio che vaghe allusioni mentre sarebbe il caso, soprattutto da parte dei partiti e dei commentatori, di essere espliciti).Dicono sì perchè la Fiat (con tutto l’indotto che si porta dietro) vale il 10% del Pil italiano; dicono sì perchè in un momento tragico per l’occupazione perdere un migliaio di posti di lavoro sarebbe insopportabile; dicono sì perchè la recessione non è finita (anzi…) e non ci possiamo permettere di disperdere competenze umane e tecnologiche che poi sarebbe difficilissimo recuperare e dicono sì perchè, appunto, le elezioni si avvicinano.

Oggi Sergio Marchionne incontra il governo nella persona del presidente del Consiglio Mario Monti, che sarà accompagnato da Corrado Passera ed Elsa Fornero. E, come ha fatto sapere, porrà sul tavolo del confronto proprio la questione degli aiuti: che siano prepensionamenti, soldi cash, sgravi fiscali. Insomma, chiamateli come vi pare ma sempre di aiuti si tratta. E non è vero che non lo si sia fatto negli anni precedenti. Ho documentato (e in questo blog ci sono solo alcuni esempi) tutti i soldi incassati dalla Fiat prima e dopo l’arrivo di Marchionne i cui ultimi aiuti, contabilizzabili in alcune decine di milioni di euro gli sono arrivati poco meno di un anno fa per diversi suoi siti produttivi. Quindi non è vero, come ha detto, che in Brasile si investe e si guadagna perchè lo Stato sostiene l’industria dell’auto. Nel campo del sostegno all’industria dell’auto l’Italia non ha proprio nulla da imparare da nessuno: l’abbiamo sempre fatto in modo più che genroso e spesso senza nemmeno chiedere conto di come siano stati usati quei soldi. Ora Marchionne chiede al governo di rimettere mano al portafoglio. Bisogna dirgli sì o bisogna dirgli no?

Io credo che l’incontro di oggi sia un crinale nella storia industriale del Paese. Se l’Italia accetta di continuare a sussidiare la Fiat decide di continuare su una strada già battuta di cui abbiamo visto gli effetti: appena il mercato cala, come succede ora e come continuerà anche nei prossimi mesi se non anni, la società sussidiata semplicemente non ce la fa. Chiude. Non per sua volontà, ma perchè i sussidi, soprattutto quelli cash, le nascondono i suoi difetti, celano agli occhi dei dirigenti i possibili sviluppi anche tecnologici di ciò che stanno facendo. Impediscono loro di vedere la realtà così com’è. E alla fine, quando i nodi vengono a galla (come è venuto a galla il problema dei mancati investimenti nell’Alfa) si è cotretti a chiedere nuovi soldi, oltre a quelli già incassati.

Se gli si dice sì, sia ben chiaro, non gli si potrà mai più dire no. Non solo non gli si potrà più dire no ora, cioè in questa crisi, ma non gli si potrà più dire no nemmeno in futuro, quando un altro ciclo economico manderà in crisi l’automotive. E difficilmente si potrà dire no a tutti gli altri gruppi industriali che operano in Italia e che se ne vogliono andare. Perchè Fiat sì e Alcoa no? E perchè alla Fiat sì e alle migliaia di piccoli imprenditori che falliscono ogni anno no? Ci sono gli estremi per parlare di disparità di trattamento, secondo me insopportabile, tra grandi e piccoli che conferma la tragicamente nota teoria del “too big to fail”. Se gli si dice di sì, in altre parole, la Fiat sarà per sempre un’azienda sussidiata. Non dico che non possa essere, dico che occorre esserne coscienti.

Cosa succede se gli si dice no? Succede che uno o due stabilimenti semplicemente chiudono. Saranno Mirafiori, dove oggi si lavora 3 giorni al mese, e (probabilmente) Pomigliano dove per il nuovo stabilimento Marchionne ha speso 1 miliardo di euro (500 milioni secondo i sindacati). E succede che un migliaio di persone restano, dalla sera alla mattina senza lavoro. A questi vanno aggiunti i dipendenti dell’indotto, diciamo un altro migliaio. Succede che l’Italia non è più la preoccupazione principale della Fiat e che, in Europa, si accontenta di vivacchiare con un 6-7% di quota di mercato che gli sarà erosa anno dopo anno. Tra l’altro ho il sospetto (ragionando andreottianamente) che gli investimenti nella fabbrica di Pomigliano siano serviti per renderne più difficile la chiusura e, quindi, più facili i sussidi perchè a nessuno piace buttare via 1 miliardo (o 500 milioni) di investimenti ma alla bisogna possono diventare arma di persuasione nei confronti di chi deve concedere aiuti a quella fabbrica per evitare la dispersione dei soldi investiti.

Ma se gli si dice di no succede anche che l’Italia ha la possibilità di fare un passo avanti verso l’età adulta. Cioè l’Italia potrebbe (dico: potrebbe) cominciare a pensare da Paese nel quale lo Stato fa lo Stato e non finanzia le imprese, e le imprese fanno le imprese, e non ricattano lo Stato. Potrebbe (dico: potrebbe) succedere che i sussidi si danno non per salvare fabbriche che producono oggetti che non si vendono, ma vadano a progetti innovativi all’interno di un patto d’acciaio tra Stato e privati: i ti do i soldi ma tu in cambio entro un anno sforni due modelli nuovi e se non li vedi vuol dire che hai sbagliato investimenti e allora non tornare a piangere. Difficile. Ho visto troppi fiumi di denaro andare a finire in aziende che non avevano (e hanno) alcun senso economico solo per evitare che in una certa area del Paese il ras politico locale fosse incolpato di non aver “difeso” l’occupazione. E ho visto troppe volte la Ue concedere sussidi cash alla Fiat per centinaia di milioni di euro alla volta che sono serviti solo per ringiovanire il personale o per tirare a campare (approposito: tentare di calcolare, come ha fatto dalla Cgia di Mestre, il totale dei soldi incassati dalla Fiat dal 1977 è poesia, non prosa).

Se si dice no, quindi, l’Italia potrebbe (dico: potrebbe) fare un passo avanti verso l’età adulta, quell’età nella quale quando si ha un problema non si ricattano i genitori perchè lo risolvano, ma si discute come poterlo risolvere insieme ognuno prendendosi le proprie responsabilità: chi deve pagare, paga, ma sulla base di un progetto nuovo e diverso e che abbia prospettive di riuscita. Se si dice no lo Stato potrebbe tornare a fare lo Stato e non il Bancomat delle imprese che sono “troppo grandi per fallire”. Se si dice no lo Stato non avrebbe più scuse per non realizzare in Italia quelle condizioni indispensabili per rendere possibile investire e produrre attirando capitali stranieri. Quali sono queste condizioni? Sono molto interessato all’inchiesta Stato-mafia, ma mi viene la depressione se penso che in Italia ci sono 9 milioni di cause tra civili e penali ancora pendenti. Sono molto interessato al fallimento della tassa sulle barche di lusso, ma penso che se non si abbassano le tasse sui produttori nessuno verrà mai da noi a portarci tecnologia e innovazione. Lo Stato deve ridurre le tasse soprattutto sui produttori e non fare il conto corrente degli imprenditori. Sono molto interessato al concorsone per 12mila insegnanti, ma penso che se i professori non vengono selezionati dal mercato (che poi sono le singole scuole) finiranno per appesantire un sistema scolastico che non è basatop sul merito ma solo sull’anzianità.

Se si dice no Marchionne perde una battaglia fondamentale, ma più importante di Marchionne c’è l’Italia che, proprio perchè questo è un crinale della sua storia industriale di cui si parlerà ancora per decenni, ha l’occasione per decidere se crescere oppure se continuare a farsi tirare la giacchetta da imprenditori che non solo negano di essere mai stati aiutati prima, ma per di più fanno la morale liberale a tutto il resto del Paese e infine, messi alle strette dicono che vanno a produrre dove ci sono più sussidi. Un comportamento che non è da capitano d’industria.

 

Alla Carbosulcis potrebbe finire come in Romania (e non è una bella notizia)

18 settembre 2012

Quale potrebbe essere il destino della CarboSulcis? Anche in questo caso, così come nel caso di Alcoa, esso è legato a doppio filo con le decisioni che potrebbe prendere la Ue. Un aiuto a capire che cosa potrebbe succedere ci viene da ciò che è accaduto inbRomania il 22 febbraio scorso. La Ue ha autorizzato lo Stato a concedere 270 milioni di euro alla società privata National Hard Coal Company JSC Petrosani per chiudere (sì, chiudere) tre miniere di carbone sulle 7 che l’azienda possiede in Romania. Le analogie con la Corbosulcis sono molte: sia in Sardegna che in Romania si produce carbone; tutte e due sono non competitive e tutte e due sono società pubbliche. Le tre miniere chiuderanno una entro il 2015 e le altre due entro il 2017. I 270 milioni di euro, si legge nella disposizione europea, serviranno per “alleviare l’impatto sociale e ambientale della chiusura”. Potrebbe accadere lo stesso in Sardegna. Potrebbe. Anche perchè a leggere il bilancio 2010 c’è da restare a bocca aperta.

Perchè l’Alcoa, alla fine, potrebbe decidere di restare

11 settembre 2012

Per l’Alcoa si sono persi due anni di tempo, dal 2010 ad oggi, cioè da quando il ministro dello Sviluppo del governo Berlusconi, Claudio Scajola varò il provvedimento salva Alcoa. Tutti sapevano che quel provvedimento, che ha superato l’esame di Bruxelles solo perché quei benefici sono stati estesi a tutte le imprese energivore di Sardegna e Sicilia (figurando, quindi, non come aiuto di Stato, ma come provvedimento “di sistema”) sarebbe scaduto il 31 dicembre di quest’anno. Ma nessuno ha mosso un dito per individuare per tempo una soluzione. Perché? Ignavia politica? Certamente. Miopia dei governatori locali? Sì. Ma c’è di più. L’Alcoa non ha nessun interesse a vendere quello stabilimento perché creerebbe con le sue stesse mani un suo concorrente. Ecco perché la multinazionale americana non ce la sta affatto mettendo tutta per risolvere il problema sardo: perché sa che risolverlo significa agevolare qualcuno (Glencore?) che gli farebbe poi concorrenza sui mercati internazionali usando i sussidi di Stato italiani così come ha fatto lei dal 1996 ad oggi, quando comprò la ex Alumix dall’Efim e gli cambiò nome in Alcoa. Insomma: lei sa benissimo come si fa a diventare competitivi con i soldi degli altri ed è logico che non voglia che anche altri lo facciano.

E allora come mai, mi chiedo, se davvero vuole abbandonare la Sardegna ritarda la chiusura dell’impianto? Cioè: come mai sta facendo di tutto perché lo stabilimento resti efficiente e possa riprendere la produzione? Beh: io non escludo affatto che Alcoa possa usare la sua posizione di privilegio per inasprire le tensioni in modo che l’Italia faccia sentire il proprio peso in Europa per l’ok ai contratti “super interrompibili”. A quel punto non sarebbe affatto sorprendente che l’Alcoa decidesse di ritirare la sua minaccia di chiusura e, forte di altri tre anni di sussidi, decida di restare. D’altra parte è esattamente ciò che ha fatto nel 2009. Anche allora finirono i sussidi pubblici, l’Italia fece il decreto salva Alcoa e la società ritirò le minacce di chiusura dell’impianto. Anche allora Alcoa aveva iniziato a spegnere gli impianti ma stando bene attenta a mantenerli efficienti e in grado di ripartire. Anche allora gli operai dello stabilimento arrivarono a Roma e protestarono davanti al ministero dello Sviluppo. Insomma: non sarebbe una novità. Se così succedesse ciò che occorre fare è programmare uno sviluppo di quell’area fin dal giorno dopo la concessione dei tre anni di proroga. Politici saggi si metterebbero subito a ragionare sulla riconversione dell’area, per non doversi ritrovare, nel 2015, con gli operai che pestano i politici in piazza.

Un documento che fa paura: i 75 milioni pubblici investiti nell’Alto Belice-Corleonese

4 settembre 2012

Siccome penso che, ribadisco, la Sardegna ci costerà l’ira di Dio, sono stato letteralmente terrorizzato dal leggere come i soldi per gli interventi di sviluppo locale vengono spesi. Non che non lo sapessi: in “Mani Bucate” ho collezionato esempi di sprechi, furti e malversazioni di capitale statale che fanno rabbrividire. Ma proprio ieri il ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato sul suo sito nuovi documenti riguardanti le valutazioni ex post di alcuni di questi interventi. Siccome, per molti motivi, la Sardegna ha problemi simili a quelli della Sicilia, ho scelto di leggere con un po’ di attenzione cosa il ministero dice a proposito di questo intervento: “Costruire un percorso tra natura e prodotti tipici: una valutazione ex post del Progetto Integrato Territoriale Alto Belice Corleonese 2000-2006”. Il periodo della programmazione è quello precedente a quello in corso (2007-2013), ma i tempi dei ministeri, si sa, sono quelli che sono. (Il documento integrale è disponibile qui)

Il progetto consisteva, usando le parole stesse del documento del ministero, nel “miglioramento dell’ accessibilità prevedendo, accanto ad interventi di recupero di edifici e strutture storiche, la creazione di una rete fisica di collegamento realizzando una pista ciclabile sul tracciato di una ex ferrovia e trasformando gli ex edifici ferroviari in punti di ristoro/pernottamento per gli eco turisti”. Per farlo è stata costituita una società pubblica con soldi pubblici: “Per la gestione del Patto venne formalmente costituita il 28 luglio 1998 la Società Alto Belice Corleonese Spa con capitale sociale (200 milioni di lire) interamente sottoscritto dai 20 comuni aderenti”. Nel triennio 1999-2000 sono stati spesi 36,5 milioni di lire, provenienti sia da fondi Ue che da fondi nazionali, Successivamente sono stati investiti altri 6,9 milioni di euro e poi, “dopo il completamento del Patto il Governo italiano ha poi finanziato un “programma aggiuntivo” del Patto Alto Belice Corleonese che una avuto una dotazione finanziaria di circa 8,5 milioni di euro e che si è concluso quasi integralmente alla fine del 2008 con una spesa di 8.250 milioni di euro”. Il 65% di tutti questi soldi sono andati alle imprese, il 25% in infrastrutture e il 10% in opere di carattere sociale.

Ecco i conti complessivi del programma

 

E adesso leggete qui: “A fronte dei 74,8 milioni di euro approvati, i dati al 30 giugno 2010 del sistema “Monit” della Ragioneria Generale dello Stato rendicontano per il PIT Alto Belice Corleonese 56,7 milioni di euro relativi a 176 progetti con 52,5 milioni di euro di pagamenti; la differenza fra importo approvato e importo rendicontato (18 milioni di euro pari al 24,1 per cento) è dovuta ai progetti che non sono stati condotti a termine e sta a testimoniare il fatto che il PIT ha utilizzato i tre quarti circa delle risorse finanziarie che la Regione gli aveva inizialmente assegnato”.

E passiamo alle conclusioni. Chi vuole può leggersele tutte (lettura davvero affascinante), ma fatemi postare un brano che dice molto di come gli enti locali usano i soldi pubblici: “Tutte queste programmazioni si sono quasi sempre sviluppate parallelamente, senza punti di contatto, come tanti compartimenti stagni del tutto indipendenti fra di loro; in conseguenza si sono moltiplicate le strutture di governo degli interventi: la Società di Gestione del Patto – che ha curato anche altri interventi come il Patto agricolo e il PRUST e che sta curando la partecipazione del territorio ai PIST – l’Ufficio Comune del PIT, le strutture di gestione dei GAL, gli Uffici delle Unioni di Comuni, ecc. E questa separatezza è la conseguenza diretta del prevalere, nei rapporti politici come in quelli tecnico-amministrativi, della logica della non interferenza piuttosto che di quella dell’integrazione. L’incongruenza di questo stato di cose è stata talmente evidente da indurre il partenariato economico e sociale a richiedere più volte un coordinamento dei programmi pubblici in atto nel comprensorio. Queste istanze sono rimaste peraltro inascoltate in quanto, sia nella fase di definizione dei documenti programmatici e degli obiettivi, che nella fase di gestione, hanno prevalso esigenze localistiche specifiche piuttosto che visioni di insieme volte a ricercare sinergie fra le diverse iniziative”.

Se poi cercate un’analisi approfondita degli effetti occupazionali di questi interventi, per i quali sono stati preventivati, lo ricordo, circa 75 milioni di euro, lasciate stare. Non c’è.

Ecco: sono documenti come questo che fanno paura: fa paura pensare che pur in presenza della necessità di nuovi investimenti pubblici, questi saranno gestiti in questo modo. Criminale. In “Mani Bucate” ho avanzato una proposta: fare entrare i privati nella gestione dei fondi pubblici e remunerarli a obiettivo raggiunto in base ad una percentuale sul totale dei fondi assegnati, che sale più il territorio nel quale vengono investiti è difficile. E’ una proposta, ma non ne vedo altre di soluzioni.

Perchè la Sardegna ci costerà ancora l’ira di Dio

1 settembre 2012

Non illiudetevi. Anzi, non illudiamoci. Le sacre regole del liberismo non funzionano. Non dico che non funzionano in astratto, anzi, funzionano. Ma non funzionano qui ed ora. Non funzionano nel Sulcis e in tutta la Sardegna. Le regole che non funzionano sono quelle di chi crede che la vicenda sarda, Carbosulcis ed Alcoa (e chissà quante altre ancora nei prossimi mesi) si possa risolvere negando sussidi statali a una miniera e a un produttore di alluminio, entrambe, per altro, sussidiate da decenni con i soldi che, spesso, provengono dalle nostre bollette.

Negare i sussidi pubblici non è una soluzione, è solo una teoria ripetuta a pappagallo da chi non guarda la realtà. E’ un auspicio, che ovviamente condivido, ma non è una soluzione. E’ spiegare il mondo come dovrebbe essere, non come è effettivamente. Spiegare che occorre risolvere le crisi del Sulcis e dell’Alcoa è una favola. Non illudetevi, non illudiamoci: in Sardegna lo Stato dovrà investire ancora centinaia di milioni se non miliardi nei prossimi anni. Che si chiamino sussidi, che si chiamino cassa integrazione, che si chiamino contratti di fornitura elettrica “interrompibili” o “super interrompibili”, che si chiamino contratti di programma, ma i soldi lo Stato ce li deve, purtroppo, mettere ancora. E ce li deve mettere, e ce li metterà, perchè da quando nel 1962 Amintore Fanfani nazionalizzò l’energia elettrica per garantire il sostegno dei socialisti al suo governo, l’elettricità in Sardegna costa di più perchè si è creato un monopolio. Perchè da allora ad oggi nessun politico né nazionale né locale ha mai pensato di costruire un solo metro di autostrada, la cui assenza fa aumentare i costi di trasporto, nè una dignitosa rete ferroviaria. Né ha mai pensato, in momenti di espansione del ciclo economico, a come abolire il sistema dei sussidi pubblici elargiti a piene mani in questi 50 anni da tutti i partiti a tutte le imprese energivore sarde. Né ha mai pensato a un sistema di collegamenti con l’Italia che non sia pagato dalle tasse di tutti gli italiani dato che tutti (ho detto: tutti) i collegamenti con la Sardegna sono sussidiati. E nemmeno i politici hanno mai pensato di costruire un collegamento elettrico tra Italia e Sardegna o una rete di distribuzione del gas. Niente. Non hanno fatto niente. Tocca farlo ora, con lungimiranza, cura del territorio, imparando da come altri Paesi (la Germania, ad esempio, con la Ruhr) hanno riqualificato aree industriali fuori mercato.

Sostenere che ora lo Stato non deve metterci una lira perchè l’ortodossia dei liberali-scienziati che, chiusi nelle loro teorie perfette non lo prevede, è una presa in giro. E, d’altra parte, non li ho sentiti gridare allo scandalo quando banche fallite in giro per il mondo venivano salvate con i soldi dei contribuenti americani, tedeschi, francesi o spagnoli. Nè dire che il Monte dei Paschi di Siena deve essere lasciato fallire anzichè essere nazionalizzato con i soldi delle tasse. E non lo hanno fatto perchè staccare la spina dello Stato dalle banche in fallimento o alla miniera del Sulcis non è semplicemente possibile (ma sono cose che non si possono dire perchè non è molto politically correct) a meno che non si sia disposti ad affrontare a viso aperto, il loro, disordini sociali che non si possono immaginare a che non voglio immaginare. Non si può staccare la spina dello Stato da un territorio che da 50 anni vive attaccato alla mammella pubblica. E non è colpa sua, la colpa è di chi quella mammella, piena dei soldi degli italiani, gliel’ha sempre offerta illudendo i sardi che ci fossero dei pasti gratis pagati dal debito pubblico per ottenere in cambio voti, consensi.

Occorre, invece, dire la verità anche se non la sia vuole sentire: la Sardegna ci costerà ancora l’ira di Dio.

Nel 2012 gli italiani verseranno alle società elettriche “verdi” (e non) 10,6 miliardi

6 luglio 2012

Girano numeri un po’ troppo fantasiosi sulla reale incidenza degli incentivi alle energie rinnovabili sulle tasche degli italiani. Per questo è utile riportare quanto dice l’unica fonte ufficiale che ha contezza del reale peso degli incentivi: l’Authority per l’energia e per il gas.

Il 19 aprile del 2012 il presidente, Guido Bortoni, ha consegnato al Parlamento una memoria dove finalmente si fa un po’ di chiarezza e si aggionano i dati. E, lo dico subito, sono spaventosi. Tanto per cominciare Bortoni spiega subito che “l’attuale Collegio dell’Autorità ha segnalato fin dal suo insediamento che l’incentivazione diretta alle fonti rinnovabili e assimilate ha determinato un eccezionale incremento degli oneri complessivi posto in capo al conto destinato  a finanziare le fonti  rinnovabili e assimilate, alimentato dalla componente tariffaria A3”, presente nella bolletta che tutti gli italiani ricevono a casa. “L’aumento di tale componente è  principalmente riconducibile all’incentivazione dell’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici e al ritiro dei CV invenduti da parte del GSE”. Tradotto: l’energia prodotta dal sole ci costa un occhio della testa: basti pensare che proprio la componente A3, cioè quella parte di costi addossati alle bollette che vanno a finanziare l’energia verde, tra il 2009 e il 2012, è triplicata. Ecco la mazzata: “In termini di gettito, la A3 raccoglie, a valori vigenti, circa 8,5 miliardi di euro. (…) Entro il 30 aprile, l’Autorità ha inoltre previsto un ulteriore aumento della componente tariffaria A3, necessario per allineare il gettito di tale componente (nel 2012) con gli oneri di competenza. L’obiettivo di gettito della componente A3 richiederà circa 10,6 miliardi di euro”. A chi vanno questi soldi? Ecco qua:

 

– oneri per impianti assimilati 1,4 miliardi di euro;

– oneri per il ritiro dei certificati verdi 1,8 miliardi di euro;

– oneri per l’incentivazione degli impianti fotovoltaici 5,9 miliardi di euro;

– oneri per le altre forme di  incentivazione delle fonti rinnovabili (ivi  incluse quelle del

provvedimento CIP 6/92) 1,5 miliardi di euro di cui 0,5 miliardi riferiti al ritiro dell’energia

elettrica CIP 6/92 prodotta da fonti rinnovabili, 0,6 miliardi derivanti dalle tariffe fisse

onnicomprensive e la restante parte relativa a scambio sul posto, ritiro dedicato e costi di

funzionamento del GSE.

 

Risultato: gli italiani, in bolletta, pagano 10,6 miliardi di euro entro il 2012 per finanziare le società eletriche che producono energia da fonti rinnovabili e grazie al famigerato meccanismo Cip6 in base al quale perfino chi, magari in Sardegna, magari proprietario di una squadra di calcio, trasforma i residui della lavorazione del petrolio in energia elettrica. Che, però, di “verde” non ha nulla.