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Abbiamo dato 106,8 milioni alla più ricca famiglia indiana perchè facesse fallire la Videocon. E ci sono riusciti

28 giugno 2012

Venugopal Dhoot

Credo che si sia ormai capito che gli aiuti di Stato, i sussidi, i soldi dati a fondo perduto non servano assolutamente a nulla. In Mani Bucate racconto decine e decine di storie che lo dimostrano. Al massimo i soldi a fondo perduto sono utili per far tirare a campare un’azienda decotta ancora per qualche mese, forse qualche anno, ma nulla di più. Raramente raggiungono il loro obiettivo, che poi è quello di “accendere il motore” (o riavviarlo) di un’impresa la quale, poi, è in grado di far da sola. Sono casi rari e certamente non è il caso della Videocon di Anagni, a Frosinone.

La storia di questa fabbrica storica della Ciociaria è esemplare dell’insipienza (per usare un eufemismo) dei politici locali, della furbizia degli imprenditori a incassare soldi pubblici e del tradimento che si infligge alle persone che dovrebbero essere le vere beneficiarie degli aiuti di Stato. Dopo la dichiarazione di fallimento da parte del tribunale di Frosinone (costretto a sancirlo dopo la richiesta di un creditore che non veniva pagato) ad Anagni 1.300 persone, sono a casa senza lavoro e l’unica cosa che è loro rimasta è la speranza di ottenere dal ministero del Lavoro un altro anno di cassa integrazione, visto che quella di cui hanno usufruito fino ad ora è finita.

Nel 2005 la francese Thomson vuole vendere la fabbrica di Anagni, famosa per il marchio Nordmende. A farsi avanti è una delle più ricche famiglie indiane, quella dei Dhoot guidata dal capostipite Venugopal Dhoot. Prima di vendere i francesi iniettano nella società 185 milioni di euro, buona parte dei quali provenienti dagli enti locali, sia per modificare la struttura produttiva della fabbrica in modo che i nuovi acquirenti non possano fargli concorrenza costruendo componenti in concorrenza, sia per garantire la continuità “produttiva ed occupazionale”. A qual punto arrivano gli indiani che ottengono la concessione di qualcosa come 179,8 milioni di euro ma non per Anagni, che avevano appena comprato, ma per una nuova iniziativa industriale a Rocca d’Evandro. Alla Commissione europea questa richiesta pare subito molto strana e mentre l’Antitrust della Ue ragiona per vedere se l’aiuto è concedibile o meno, la Campania decide di bruciare i tempi e, per evitare che gli indiani ci ripensino, stacca subito un assegno di 59,9 milioni per i Dhoot.

Vista la facilità con la quale in Italia è possibile ottenere soldi pubblici, gli indiani avanzano la richiesta di altri 46,9 milioni di euro questa volta per Anagni in cambio dei quali si impegnano ad aumentare di 73 unità l’occupazione nell’ex stabilimento Videocon.

Nel 2008, alla vigilia della scadenza dei tre anni durante i quali i Dhoot si erano impegnati a non licenziare, arriva la doccia fredda: il 20 giugno i Dhoot annunciano di non voler più attuare il contratto di programma di Anagni e propone o la chiusura o il declassamento dello stabilimento a semplice sito di assemblaggio, per il quale servono al massimo 350 persone rispetto alle 1400 impiegate allora.

Da qual momento in poi è una lunga agonia. Lo Stato mette in palio 60 milioni di euro per chi rileva la fabbrica, ma da allora ad oggi nessuna proposta seria è stata presentata e nel frattempo i pochissimi che continuavano a lavorare assemblavano solamente componenti provenienti dall’estero mentre la gran parte dei lavoratori se ne è stata a casa in Cassa integrazione.

Nel frattempo i fornitori non venivano pagati e gli indiani si danno alla macchia. Pochi giorni fa l’epilogo: Videocon fallita e tutti licenziati. E nel frattempo lo Stato, la Regione Campania, retta da Antonio Sassolino, ha speso 106,8 milioni di euro illudendo che bastassero per tenere in piedi una fabbrica decotta, invece di studiare progetti alternativi. Si sono fidati degli indiani, che, nel 1999, avevano già turlupinato lo Stato italiano con la Necchi Compressori. Ma questa è un’altra storia.

Per il momento quello che è certo è che il caso di Anagni è più complicato di quello di termini Imerese.

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Lo scandalo della Videocon: chiude, lascia a casa 1.300 persone ma 195 milioni sono finiti in India

27 giugno 2012

Dalla Videocon di Anagni gli indiani sono scappati da un pezzo. Hanno battuto la ritirata dopo aver intascato la bellezza di oltre 195 milioni di euro per la fabbrica in provincia di Frosinone e per un’altra a Pavia, la Necchi Compressori. Sul campo di battaglia non hanno lasciato feriti, solo vittime. Vittime di speculazioni i 1300 dipendenti rimasti in organico, da ieri sono definitivamente senza lavoro dopo che il Tribunale ha dichiarato fallita la società controllata dalla multinazionale della famiglia Dhoot, una delle più ricche del pianeta. Prima di leggere di questa storia c’e’ bisogno di tirare un bel sospiro e farsi assistere dal noto pacifismo di un altro indiano, Ghandi. Perche’ i suoi connazionali della Videocon l’hanno fatta proprio grossa. Ne parlo dettagliatamente in “Mani Bucate”.

L’arrivo in Italia risale al 1999 quando i Dhoot comprano per 12 milioni di euro la Necchi compressori di Pavia. La Regione Lombardia l’accoglie con un contributo di 11 milioni di euro per la formazione del personale. Il rilancio della produzione resta un miraggio: ci perdono tutti, lavoratori e istituzioni, eccetto gli imprenditori asiatici. Qualche anno dopo, nel 2005, comprano la fabbrica dove la Thomson realizza televisori e componenti come gli schermi. Il piano industriale e’ ambizioso, prevede investimenti da 900 milioni di euro, circa 180 dei quali a carico dello Stato. Comincia cosi’ un tira e molla con gli indiani, a cui quei soldi dopo un po’ non bastano più. Minacciano di chiudere lo stabilimento di Anagni e andare via, così lo Stato deve rincorrerli con le borse cariche di milioni di euro. Quando i soldi finiscono, gli indiani voltano le spalle.

I 1300 dipendenti della Videocon non solo trascorrono più tempo a casa (in cassa integrazione) che in fabbrica, ma da ieri hanno dovuto ingoiare il boccone amaro della perdita del posto di lavoro. La sentenza della sezione fallimentare del Tribunale di Frosinone chiude sette anni di cassa integrazione. La disperazione aveva portato operai e impiegati a occupare la fabbrica alla vigilia dell’udienza per il concordato preventivo. Sulla strada dell’accordo con i creditori, che chiedevano la restituzione di oltre cento milioni di euro, si e’ presentata un’altra istanza di fallimento, quella che ha spezzato le ultime, residue speranze di salvare la Videocon dal crac. Il verdetto ha aperto un altro interrogativo: gli indiani restituiranno i soldi all’Italia o si sfregheranno le mani per il gran colpo messo a segno?

“MANI BUCATE” l’incredibile storia degli indiani ad Anagni e Pavia

4 ottobre 2011

Avete mai sentito parlare della famiglia Dhoot? No? Male, perché questa famiglia, di origine indiana, una delle più ricche del pianeta, è stata foraggiata dai soldi degli italiani, sotto forma di aiuti di Stato, per non meno di 200 milioni di euro. E, per di più, ha infinocchiato lo Stato per almeno due volte. (more…)